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La morte di Gian Marco Calleri, il presidente dei salvataggi

Aggiornamento: 8 mar

di Vice


Definirlo "eccentrico" sarebbe riduttivo. Gian Marco Calleri, morto oggi a Roma, all'età di 81 anni, presidente dell'Alessandria, della Lazio e del Torino a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, è stato soprattutto un uomo di calcio estroverso ed egocentrico, elementi caratteriali che tendenzialmente se si incontrano non si lasciano mai e restano sposati fino a che morte non li separi.

Gian Marco Calleri era un destrorso per vocazione e per natura in un mondo che si divideva tra comunisti e fascisti nelle strade, con i democristiani e partiti satelliti a governare con un'attitudine alla cleptocrazia che li avrebbe poi ingoiati. Ex calciatore, una meteora nella Lazio giovanile, dotato di un fisico prorompente, che emanava vitalità senza se e senza ma, Calleri ricercava la luce dei riflettori, peraltro conosciuta da attore in film che per alcuni erano osé, salvo scoprire un attimo dopo di essere in imbarazzo, conscio che lo stile del viveur che sa fare il "grano", anche dove gli altri lo perdevano, come ai casinò, non era sufficiente per diventare personaggio.

Si definiva un finanziere che non s'avvicinava ad un'impresa se non sentiva odore di soldi. E lo diceva con schiettezza apprezzabile, lontano anni luce dall'ipocrisia, perché quella era la sua filosofia. E in questo, la vita gli era stata benigna, dandogli per "mente" un fratello, Giorgio, che era esattamente l'opposto: un amministratore freddo che dava il meglio di sé nei silenzi che sono dei bravi ragionieri, una sorta di "eminenza grigia". Prima di approdare nel calcio dietro una scrivania, i Calleri avevano messo in piedi la "Mondialpol", una delle prime società di vigilanza che aveva dato dignità al mestiere del metronotte.

Divise sgargianti, macchine con stemma all'americana, pistolone alla moda dell'ispettore Callaghan, la Mondialpol era diventata la cassaforte dei Calleri che nella seconda metà degli anni Ottanta, complice una serie di contiguità con i settori della politica di destra, anche democristiana, entrano nell'orbita della Lazio. Una società da rifondare, caduta in serie B dopo gli anni dello scudetto di Maestrelli, del presidente Lenzini, di giocatori tutti "neri", e non soltanto per esibizionismo, i Chinaglia, i Wilson, i Martini, che si divertivano con le armi da fuoco, fino a quando uno, di appena ventotto anni, biondo centrocampista di nome Luciano Re Cecconi, entrando in una gioielleria disse per scherzo "questa è una rapina" e fu freddato dal gioielliere.

E Gian Marco Calleri amava il calcio quanto i salvataggi calcistici convinto che dal divertimento si potesse trarre sempre un utile. Ma il suo fine ultimo erano anche l'ammirazione e il calore della curva di cui sentiva un bisogno insopprimibile, forse perché sapeva che non erano alla sua portata. Un cruccio che sarebbe durato una vita. Questione di feeling: più rimanevano latenti i sentimenti di gratitudine e più aumentava in lui la frustrazione.

Era accaduto nell'esperienza ad Alessandria, con una piazza insofferente verso quel presidente poco più che quarantenne che non mostrava di amare fino in fondo i "grigi" e la loro storia gloriosa, da Ferrari a Gianni Rivera, cui aveva comunque perdonato il siluramento dell'allenatore Mirko Ferretti colpevole di "comunismo" agli occhi del patron. Incompatibilità di carattere, si sarebbe scritto negli anni a venire sui rapporti tra Calleri e i suoi allenatori. Una costante. Ad Alessandria, come nell'avventura con la Lazio, dove il malcapitato, l'arguto e cavilloso Eugenio Fascetti, l'allenatore della promozione in serie A, si sarebbe ritrovato alla porta nonostante le sue referenze di nostalgico doc. La stessa conferenza stampa d'annuncio del suo arrivo in società, in un pomeriggio afoso di fine luglio romano nel 1986, l'aveva visto più comprimario che protagonista, schiacciato o quasi dalla presenza finanziere Renato Bocchi, il vero padrone di casa, quello con le maniglie giuste nel sottobosco politico e non della capitale.

Riportata la Lazio in serie A, la scivolata su Fascetti gli mise la piazza biancoceleste contro. E l'incompatibilità di carattere con l'allenatore fu ritenuta una banale difesa d'ufficio. "Come ai tempi di Chinaglia" dissero i vecchi tifosi laziali, irritati da quell'atteggiamento da autocrate che si esprimeva in un linguaggio da autocrate: "la Lazio sono io". Fu la prima crepa del rapporto con una tifoseria che amava dannatamente la squadra, ma che stentava a credere fino in fondo nel suo presidente, nonostante l'indiscussa bravura nell'ingaggio di calciatori di stoffa e di valore che davano risultati e credibilità alla squadra e procuravano ricche plus valenze alla società. Nel 1992, Calleri scrisse la sua ultima pagina nella Lazio (risanata) mettendo a segno, dopo la vendita della Mondialpol, un altro lucroso affare, vendendo al finanziere Sergio Cragnotti.

Due anni dopo, sulla scia di un drammatico crack, Gian Marco Calleri metteva i piedi nel Torino calcio, orfano del presidente Gian Mauro Borsano, un Napoleone in sedicesimo del calcio e della politica, trascinato in galera dall'ambizione e dall'eccesso di fantasia con cui truccava i bilanci. Calleri prese il Torino indebitato fino al collo, circa 40 miliardi di lire, e gli ridiede dignità e credibilità. Sembrava l'inizio di una stagione aurea, in cui persino la Vecchia Signora si era dovuta inchinare due volte nei derby grazie alle magie di Ruggiero Rizzitelli. Poi, l'ingresso in un cono d'ombra, il livore verso una città che non lo amava, una tifoseria che cominciava a detestarlo, mentre la squadra perdeva terreno, cambiava allenatori, da Sonetti a Scoglio e a Lido Vieri, e salutava infine la serie A.

Nel 1996, l'annuncio: il Toro è in vendita. Un anno dopo, l'addio a Torino e la strada verso la Svizzera, come un esiliato, ma milionario, con il passaggio delle azioni a una società che sembrava uscita da un cartone animato, la "Bullfin" (Finanziaria Toro) controllata da rampanti genovesi condotti per mano dal nuovo presidente Massimo Vidulich. Con il senno del poi, Gian Marco Calleri, aveva visto giusto: a quel calcio non avrebbe potuto prendere più nulla e, quindi, neppure più dare qualcosa.


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