Iran, ancora proteste e serrate contro il regime clericale
- Yoosef Lesani
- 2 giorni fa
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di Yoosef Lesani

Il Gran Bazar di Teheran ha fatto udire la sua voce o meglio il suo silenzio assordante. Quello che viene storicamente considerato "un barometro della stabilità politica del Paese" ha sospeso l'attività. Una serrata contro il regime degli ayatollah, che ha visto la chiusura di importanti centri di vendita, insieme con il mercato dei tessuti (Kiyay-e Parcheh-Foroshan) e le vetrine dei mercati di telefonia mobile nei complessi di Aladdin e Charsou. Una protesta significativa delle attività commerciali che si è affiancata ieri, domenica 4 gennaio, alla protesta che per l'ottavo giorno consecutivo attraversa e infiamma l'Iran. E non si tratta di episodi isolati, anche se l'inizio della contestazione si era caratterizzata con manifestazione sparse. Poi, ancora una volta, con coraggio, una parte del popolo iraniano è sceso in piazza, sfidando le forze di polizia e i servizi di sicurezza del regime. Una sfida su due fronti, come ha scritto Safora Sadidi Mohammadi sul foglio d'informazione on line del National Council of Resistence of Iran, che punta a una fusione di paralizzanti scioperi economici nelle aree commerciali del Paese e di scontri diretti e ad alta intensità con le forze della repressione. Ciò avviene, sottolinea il giornalista, "nonostante il regime abbia imposto un clima di legge marziale nelle principali città e aperto il fuoco sui civili disarmati nella capitale".[1]
Infatti, le proteste non si sono si sono attenuate. Anzi. La rivolta si sarebbe estesa in 107 città iraniane. Secondo il Segretariato del Consiglio Nazionale di Resistenza dell'Iran (NCRI) "ogni sera scoppiano manifestazioni e scontri con fuga, con cori di 'Morte a Khamenei', a Teheran e in altre città, mentre si si segnalano scontri armati a Nurabad Mamasani e i funerali dei martiri si tengono a Hafshejan, Kuhdasht e Malekshahi.[2] La tensione è altissima, denuncia attraverso il suo sito l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (OMPI/MEK), che parla già di 18 vittime nella rivolta, specificando che "la violenza è stata particolarmente feroce a Malekshahi, nella provincia di Ilam, domenica, dove le forze dell'IRGC (i Pasdaran) hanno aperto il fuoco sui manifestanti".[3] Il che ha determinato negli ospedali locali di Malekshahi una grave carenza di sangue per i feriti in seguito all'attacco.
Da parte sua il governo ha usato parole molto prudenti e per alcuni versi concilianti nelle dichiarazioni ufficiali. L'agenzia di stampa nazionale INRA ha riportato l'intervento di ieri del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, di apparente apertura verso le richieste dei manifestanti, ritenute valide e da affrontare attraverso il dialogo, ricordando "che il ripristino della stabilità economica e la risposta alle richieste pubbliche devono costituire la base delle riforme a favore del popolo" e che "il governo è determinato a rispondere alle richieste pubbliche legittime attraverso misure pianificate, e che la protesta pubblica dovrebbe servire da base per riforme a favore della popolazione". Nello stesso tempo,
Ghalibaf non ha mancato di fare una netta distinzione, nel segno delle linee guida del Leader della Rivoluzione Islamica Ali Khamenei, tra manifestanti legittimi e i rivoltosi. Un preciso monito che suona come l'ennesimo e logoro avvertimento a non tirare la corda della protesta e a non mettere in discussione il regime e la fedeltà al proprio Paese, ricordando che esistono "individui collegati direttamente o indirettamente a servizi di intelligence stranieri che cercano di dirottare le proteste e trasformarle in disordini".[4]
Che la tecnica del bastone e della carota continui a prevalere nella politica del regime clericale, trova conferma nel discorso di ieri l'altro del generale di brigata Mohammad Reza Naqdi, riportato sempre da INRA nel corso della cerimonia commemorativa a Jiroft, nella provincia del Kerman, nel sesto anniversario della morte del tenente generale Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa su espresso comando del presidente Donald Trump.
L'alto ufficiale, a proposito delle manifestazioni di protesta, ha affermato che la sicurezza richiede "una risposta ferma e decisa al nemico, non clemenza e compromesso", aggiungendo che inchinarsi, esitare e ritirarsi di fronte all'aggressore non solo portano insicurezza, ma incoraggiano anche il nemico a portare avanti ulteriori aggressioni". Messaggio chiaro alla Resistenza iraniana. Ma non solo ad essa. Il Teheran Times, in un articolo pubblicato domenica, è stato esplicito nell'affermare che "L'unità dell'Iran è un muro di pietra. Chi prova a romperlo si spezzerà solo se stesso. Ogni strada, ogni montagna, ogni deserto diventerà una fortezza di resistenza. Il campo di battaglia non sarà un palcoscenico per il potere americano o israeliano, ma una tempesta che consuma l'aggressore. Trump e Netanyahu possono sentirsi incoraggiati, ma la storia, la geografia e la volontà del popolo iraniano garantiscono che i loro piani andranno in fumo".[6]
Insomma, il regime cerca di mettere in scacco la Resistenza, giocando come nella guerra dei dodici giorni sull'inviolabilità della sovranità iraniana.
Note
[5]Risposta ferma, non clemenza necessaria per sedare gli aggressori: comandante IRGC - IRNA English













































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