La riforma della giustizia a chi conviene davvero?
- Mauro Nebiolo Vietti
- 2 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
di Mauro Nebiolo Vietti

Sostenere che la legge relativa alla separazione delle carriere rappresenti la riforma della giustizia è una mera mistificazione; quella vera è stata approvata dal Parlamento qualche anno fa su una proposta della ministra Cartabia. Niente di sensazionale, si è trattato della semplificazione di alcuni passaggi di diritto processuale civile e penale allo scopo di rendere più agevole l’esercizio della giustizia e, soprattutto, il Parlamento ha proceduto con legge ordinaria senza avviare un procedimento di riforma costituzionale.
C’è da chiedersi perché, quando si parla della legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere, ci si riferisce alla riforma della giustizia, già in vigore da qualche anno; a ben vedere tutto ciò che è detto sull’argomento dalla maggioranza non corrisponde ai contenuti della legge ed è artatamente confusa con altre realtà.
La maggioranza sostiene che è necessario separare le carriere tra Pubblico Ministero e Giudice ordinario, ma si tratta di un’informazione non corretta perché la separazione già esiste; sulla base dell’organizzazione predisposta dal CSM, un magistrato può passare da requirente a giudicante una sola volta e soltanto nei primi dieci anni di carriera purchè svolga le nuove funzioni fuori dalla regione di provenienza.
Ammettiamo che la maggioranza tema che il CSM possa abolire tali limiti; in tal caso sarebbe sufficiente una banale legge ordinaria che confermi il divieto di passaggio da una funzione all’altra.
Se è vero che la riforma della giustizia è già stata approvata, e se è vero che la separazione delle carriere esiste già, e per confermarla è sufficiente ricorrere ad una legge ordinaria, perché Nordio e la maggioranza di governo rappresentano una realtà distorta, non rispondente al vero?
Già in tempi non sospetti la maggioranza ha voluto apparire come bersaglio delle “toghe rosse”, trasformando ogni vertenza giudiziaria in un’aggressione politica con uno schema finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica affinché apparisse chiaro come il governo fosse sotto attacco di magistrati di parte; ma anche qui l’informazione è fuorviante, perché il CSM è governato dalla corrente che non è di sinistra, il cui unico "difetto" (imperdonabile) è quello di applicare la legge anche se chi sbaglia è un potente.
E così si è arrivati piano piano alla legge di riforma costituzionale con una popolazione sostanzialmente anestetizzata e con un progetto abilmente mascherato tanto che anche alcuni gruppi di sinistra non sono contrari.
Perché tutto questo? Non è facile essere esaurienti perché la maggioranza ha saputo mascherare bene, ma proverò a spiegarlo con l’esempio di un fatto realmente accaduto.
In occasione di una nomina dei membri laici del CSM, la Lega indicò un soggetto che aveva da poco cessato le sue funzioni in un’assemblea elettiva ove era stato assessore; durante il mandato due PM aprirono nei suoi confronti un’indagine per un presunto reato che, nella fase giudiziale, risultò insussistente con conseguente assoluzione dell’interessato.
Questi, dopo essersi insediato al CSM, volle prendere in esame i fascicoli personali dei due PM adombrando comportamenti irregolari; il tentativo fu poi bloccato soprattutto perché l’interessato agì in modo scoperto tanto da rendere impossibile tenere il fatto all’insaputa dell’opinione pubblica e dei media. L’episodio non è esemplare, ma dobbiamo essere grati a quella persona perché evidenziò agli occhi di tutti quello che suoi colleghi, più astuti, ritenevano di poter fare per condizionare alcuni orientamenti dei magistrati.
Questi tentativi non sempre hanno avuto successo perché il corpo unico dei magistrati è stato compatto nell’ostacolarli, ma non si può dire altrettanto della nuova struttura dove i PM sono isolati e, soprattutto, dove è stato aumentato il numero dei consiglieri laici.
È legittimo che il politico tenda a conservare sine die il potere, ma è anche patologico che il suo prolungamento possa evidenziare alcune sacche di corruzione e malgoverno che, quando emergono, possono compromettere il regime. L’unico che può riscontrare un degrado a cui occorre porre rimedio è il Pubblico Ministero. Se lo isoliamo e lo mettiamo in condizione di chiedere il permesso in alto loco, dubito che i risultati potranno essere incoraggianti.
Per capire la portata della preoccupazione dobbiamo ripensare al 1993, quando i magistrati del pool Mani Pulite, Borelli, Di Pietro, Davigo e Colombo evidenziarono aspetti negativi di un sistema politico che, appena noto, portò ad un rifiuto generalizzato da parte dell’opinione pubblica.
Con il nuovo schema è difficile immaginare lo stesso pool incriminare i segretari di partito e non sarebbe difficile utilizzare strumenti per convincere un PM a desistere. Si tratta di strumenti diretti, ma, soprattutto, indiretti su cui avremo occasione di soffermarci nei prossimi mesi.
La riforma epocale si riduce così all’occupazione di un’area di potere che, per evitare di essere screditata agli occhi dell’opinione pubblica, è stata presentata come qualcosa che non è e, per quanto possa apparire incredibile, non siamo in molti ad essercene accorti.













































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