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La militanza sindacale alla prova dell’antifascismo

di Michele Ruggiero |

Giovanni De Luna, storico e intellettuale di sinistra, è intervenuto stamane dai microfoni di “Tutta la città ne parla”, programma radiofonico di RadioTre Rai che affronta l’attualità con accattivante profondità di pensiero sulla scorta delle telefonate degli ascoltatori ricevute da “Prima pagina”, la rassegna dei quotidiani che lo precede. Il tema di oggi non poteva che rimbalzare sulla violenza di matrice fascista avvenuta sabato scorso a Roma: l’assalto alla sede della Cgil nazionale, durante la manifestazione del duplice “no”, ai vaccini e al green pass. Un’aggressione seguita dalla devastazione interna in perfetto stile squadristico orchestrato da frange, e non potrebbe essere altrimenti, dell’estremismo nero capitolino. Le immagini hanno riproposto nei telegiornali di ieri volti vecchi e nuovi del gruppo fascista Forza Nuova, tra i quali anche un vecchio “arnese” implicato nel terrorismo degli anni Settanta. Il che dà la misura dei rischi cui si espone la legittima e pacifica protesta contraria ai decreti e ai provvedimenti del governo Draghi: una permeabilità assoluta palla contaminazione e all’infiltrazione di professionisti della provocazione che nuotano (o sguazzano?) in un brodo di coltura primordiale, in cui la precondizione è l’agire con prepotenza e odio antisistema. Ritorniamo a Giovanni De Luna, ad una delle osservazioni, l’ultima in ordine di esposizione, con cui ha denunciato (con una sorta di stupore comprensibile, l’assenza del servizio di vigilanza all’interno della sede Camera del lavoro. Una distonia che, appresa la notizia, deve avere provocato anche una eco dolorosa nell’animo di migliaia e migliaia di militanti sindacali e di partiti delle passate generazioni: lavoratrici e lavoratori cui veniva inoculato all’atto dell’iscrizione (ammesso che ve ne fosse bisogno) l’intero corredo di informazioni genetico su vigilanza e sicurezza da integrare al personale Dna di valori e principi su cui, tendenzialmente, si fondava l’iscrizione stessa. Una tradizione storica per la Cgil, come per gli altri due sindacati, Cisl e Uil, che stride con la valutazione-giustificazione circolata, secondo cui il sindacato di corso d’Italia non era un “obiettivo sensibile” da richiedere presidi e allerta particolari. Dunque, nel manifestare la sua critica ai cambiamenti intervenuti nella Cgil in materia di sorveglianza e sicurezza, De Luna ci offre lo spunto di sollevare anche una domanda che sta certamente anche a cuore di molti: che cosa è oggi la militanza sindacale? Una militanza mai sufficientemente indagata, anche per la posizione di rendita che i sindacati – uniche organizzazioni che possono vantare iscritti autentici con quote d’iscrizione correnti – si sono ritagliati sulla crisi dei partiti tradizionali. Domanda anche scomoda ora che una violenza spregiudicata e sfrontata 5.0, amplificata dai mezzi tecnologici, costringe la democrazia italiana a percepire il senso del passato, ad accostare quelle scene a colori una, dieci, mille volte al volto del fascismo e ala sua ascesa negli anni Venti del Novecento. Di conseguenza, diventa di rigore interrogarsi su quale siano le forme di contrasto al fascismo e alla violenza più in generale che il sindacato nel suo insieme è realisticamente in grado di mettere in campo nel quotidiano, e non soltanto nelle fasi emergenziali, nel rapporto con i lavoratori sui luoghi di lavoro, con le rappresentanze di base e nel rapporto anche con i sindacati di quadri e dirigenti. Di qui nascerebbero a cascata, tumultuosamente, altri interrogativi che investono la trasformazione della fabbrica, lo spostamento dei livelli occupazionali tra secondario e terziario, insieme alle responsabilità anche sindacali nella caduta della dignità del lavoro e quella dei salari che vanno di pari passo in qualunque tipo di società. E non ultima, ma centrale all’interno di questo discorso, l’analisi di quali sono le motivazioni, e di che tipo, che vivificano oggi la militanza. Sempre ammesso che vi siano e che siano come nel passato su base volontaria, l’essenza della condivisione vissuta come altruismo che gratifica la militanza. O se, viceversa, il volontariato sindacale sia diventato una merce rara e poco spendibile nella militanza, prevaricato e vessato com’è dalla condizione di precarietà in cui vive una parte di lavoratori, soprattutto rappresentata dalle generazioni più giovani. In sostanza, se la società italiana può ancora contare sulla forza del sindacato come soggetto politico, nell’accezione che si riserva alla politica, e come interlocutore di alta caratura intellettuale e progettuale, nella fase incipiente del Pnrr – Piano nazionale ripresa resilienza – come lo è stato a cavallo tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Quando, appunto, le Camere del lavoro, come le sedi di partito, erano presidiate e vigilate.

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