La distruzione creativa dell'IA: come opporsi o attenuarla
- Ferruccio Marengo
- 12 nov 2025
- Tempo di lettura: 5 min
di Ferruccio Marengo

Lunedì 17 novembre, partirà la serie di incontri organizzata dalla Porta di Vetro a carattere divulgativo sull'intelligenza artificiale.[1] Si tratta di quattro appuntamenti che si terranno dalle 18 alle 20 presso la sede di SocialFare, in via Maria Vittoria 38 (angolo via delle Rosine), calendarizzati il 17 e 24 novembre, e dell'1 e 15 dicembre.
Bruno Geraci, giornalista e scrittore, autore del recente libro Intelligenza artificiale. Possibilità infinite, rischi enormi, sarà sul palco il 17 novembre per descrivere temi che discendono dal linguaggio nella comunicazione che passa dall'IA e dalla concentrazione di potere nella mani di poche corporations.
Sette giorni dopo, il 24 novembre, in dialogo con Ferruccio Marengo, sociologo, formatore e socio della Porta di Vetro ci sarà Sergio Scamuzzi, sociologo dell'Università di Torino, presso la quale ha insegnato Metodologia della ricerca sociale e sociologia economica. Insieme discuteranno degli effetti che l’intelligenza artificiale potrà avere sui sistemi economici, sull’occupazione e sui processi politici. In proposito, nel suo articolo, Ferruccio Marengo ci anticipa alcune riflessioni partendo della realtà più stringente.
Per questioni organizzative, si prega di accreditarsi agli incontri inviando una email a laportadivetro@gmail.com
Amazon, dopo il boom di assunzioni fatte al tempo della pandemia Covid, che aveva spinto al rialzo gli acquisti on-line, si appresta a lasciare a casa 14 o 30mila dipendenti (tra affermazioni e smentite non si è ancora ben capito). Saranno in gran parte sostituiti con l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale. A dar retta al New York Times, sembra che l’azienda intenda sostituire, con i robot, più di mezzo milione di lavoratori in carne e ossa: con la loro rottamazione Amazon riuscirà – si dice – a raddoppiare le consegna entro il 2033.
Si è nel frattempo scatenata la ‘Guerra dei browser’: chi la vince si accaparrerà la stragrande maggioranza degli utenti mondiali (e centinaia di miliardi di ricavi pubblicitari). Anche in questo caso c’è di mezzo l’intelligenza artificiale, impiegata come strumento di navigazione. Lo scontro è tra il fortilizio di Google Chrome, che oggi, con circa tre miliardi di utenti, controlla più del 70 per cento del mercato globale, e gli ‘sfidanti’, primo fra tutti Atlas di OpenAi, che nel frattempo si è trasformata da fondazione no profit in società a scopo di lucro.
Effetto Schumpeter
Intento la politica non sta a guardare. Il presidente Trump ha annunciato che non permetterà l’esportazione al di fuori degli Stati Uniti dei superchip prodotti da Nvidia e impiegati nella piattaforma Blackwell, uno dei più potenti sistemi hardware per l’intelligenza artificiale; mentre la Cina strozza l’industria automobilistica europea con la limitazione delle forniture di semiconduttori.
Investite dai cambiamenti, le borse si muovono in uno stato d’incertezza crescente. Si diffonde il timore che la ‘bolla’ speculativa sui titoli big-tech esploda all’improvviso provocando danni incalcolabili. Il pericolo è quello tipico delle grandi euforie speculative: crescono le attese verso i titoli (e quindi gli acquisti) e questo fa aumentare oltre ogni ragionevole soglia il valore delle azioni. Si genera in questo modo una catena finanziaria sempre più complessa e slegata dai valori economici reali: se la catena si spezza, il castello di carta crolla. Ne beneficiano, nel frattempo, i grandi azionisti e manager delle aziende higt-tech (e non soltanto loro), che accumulano potere, patrimoni e redditi spropositati, mentre il numero dei lavoratori poveri cresce e quello dei ‘flessibili’ (precari) si allarga a macchia d’olio.
Tutto ciò descrive uno scenario già visto. È l’effetto, per dirla con Schumpeter, della ‘distruzione creatrice’ che l’innovazione (nel caso specifico l’intelligenza artificiale) genera all’interno di un sistema economico regolato dal mercato. Il problema che ci dobbiamo porre è come evitare (o attenuare) gli effetti distruttivi e incrementare la dimensione creatrice del cambiamento, a partire da un assunto: come ogni prodotto dell’ingegno umano, l’intelligenza artificiale non è, di per sé, buona o cattiva; buoni o cattivi, positivi o negativi, sono gli effetti che la sua applicazione genera nel contesto economico e sociale nel quale viviamo e che, in qualche misura, concorriamo a mantenere.
Problemi che derivano dalla diffusione dell’intelligenza artificiale
Il primo riguarda l’occupazione e il lavoro. Non ci possono essere molti dubbi che l’uso dell’intelligenza artificiale, al pari di ogni altra tecnica che accresce la produttività del lavoro, possa generare disoccupazione. Nel nostro caso, sembra che l’impatto più significativo interessi prevalentemente le fasce di personale con livelli medi e medio-alti di competenze, soprattutto nei campi finanziario, bancario, legale, assicurativo e della comunicazione. Accanto a queste sarebbero colpite figure professionali dotate di competenze più contenute con compiti amministrativi, di vendita e di sicurezza, e in alcuni lavoratori impiegati in attività correlate all’uso dei sistemi informatici.
Per contro, non sarebbero interessate alcune competenze di basso profilo, presenti in ambito agricolo o in attività di pulizia, manutenzione ordinaria, vendita, alloggio e ristorazione. Tutto questo prefigura una ‘polarizzazione’ del mercato del lavoro nel quale, accanto al segmento (minoritario) dei lavoratori ‘forti’, s’incrementa la massa di quelli ‘deboli’, connotati da un basso potere contrattuale, forti elementi di precarietà e bassi livelli retributivi. Come ovviare a questa progressiva, crescente divaricazione? Come attenuare gli effetti dell’intelligenza artificiale sulla tendenziale riduzione della domanda di lavoro? E come contrastare la crescente divaricazione dei redditi e l’impoverimento di una quota crescente di lavoratori?
La seconda area di problemi riguarda la distribuzione del potere all’interno delle nostre società e tra i Paesi. Alcuni dei ‘signori’ dell’intelligenza artificiale dispongono di aziende con fatturati che superano abbondantemente il prodotto interno lordo di molti Paesi, ed è illusorio pensare che ciò non permetta loro di esercitare un potere politico oltre che economico. A questo bisogna aggiungere che le imprese operanti nella ricerca e nella produzione dell’intelligenza artificiale sono di fatto oggi raccolte in due grandi sistemi oligopolistici, sostenuti e protetti dai rispettivi governi (gli Stati Uniti e la Cina); e che ciò porta inevitabilmente alla formazione e al consolidamento di un sistema di dipendenze reciproche tra il potere economico e quello politico, tanto da mettere in discussione il principio democratico che tutti i paesi occidentali continuano, almeno sul piano formale, ad affermare. Come contrastare la crescita del potere esercitato dai grandi produttori d’intelligenza artificiale? Come tutelare, in via sostanziale oltre che formale, gli spazi di democrazia? Come ridare voce all’insieme dei cittadini? Come liberare i processi politici dai limiti, dai vincoli, dai ‘bisogni’ e dagli interessi imposti dai grandi signori dell’higt-tech?
Formazione importante per un approccio costruttivo
Il terzo insieme di problemi attiene alla formazione dell’uomo e del cittadino. Da molto tempo - in modo, credo, non del tutto disinteressato - i giganti dell’informatica e, oggi, quelli dell’intelligenza artificiale, sostengono l’idea che ci fosse una sostanziale equivalenza tra informazione e formazione. Non è così. L’informazione è riconducibile a un flusso di dati (di informazioni, appunto); la formazione è qualcosa di diverso e di più: è costruzione di una coscienza critica che, a partire dalle informazioni, permette a ciascuno di elaborare una propria visione della realtà e una propria scala di giudizi e progetti per cambiare il mondo. La formazione non è conoscenza, ma coscienza di sé e degli altri. Ed è, a partire da ciò, capacità d’interpretare il tutto.
Per questa ragione, la formazione può avvenire soltanto attraverso rapporti diretti con gli altri, nella famiglia, nella scuola, nel posto di lavoro, in quei corpi intermedi che le nostre società hanno sempre più sacrificato sull’altare dell’informazione (oggi tanto ridondante e incontrollata da essere diventata, per ciò stesso, inefficace). L’esperienza condotta durante l’epidemia del Covid è stata paradigmatica: nessun sistema di comunicazione, nessun mezzo tecnico è riuscito a sostituire la funzione formativa esercitata in aula con il gruppo di apprendimento, per strada con gli amici, nei cortili con i coetanei, negli oratori parrocchiali, nelle associazioni. Ciò nonostante, la finzione sembra proseguire, e con essa si continua a lavorare per costruire delle monadi: uomini e donne soli, perennemente insoddisfatti e costantemente fragili. Come contenere e superare questa progressiva frammentazione ed erosione del tessuto sociale e formativo? Come liberare gli uomini e le donne dalla solitudine, ponendoli, per ciò stesso, in grado di godere a pieno, e in modo adeguato, delle meraviglie che le nuove tecnologie offrono?
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