L'Editoriale della domenica. Trump, culturista della politica
- La Porta di Vetro
- 2 giorni fa
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Il presidente americano ha chiarito in maniera definitiva con il sequestro di Nicolas Maduro e della moglie, qualora ve ne fosse ancora bisogno, chi è e come intende muoversi verso coloro che si frappongono agli interessi Usa e suoi. In effetti, ieri, 3 gennaio, ha aperto una nuova pagina del diritto internazionale e della sovranità di un altro paese. Si tratta di elementi che si fondano su una certezza assoluta: l'unica parola che conta è la sua. Di conseguenza, diventano variabili indifferenti le motivazioni che lo portano a decidere il destino dei popoli con gli interventi armati a stelle e strisce. Nel marasma attuale della geopolitica, il presidente americano ha imposto il suo dettato personale che si riassume nell'applicazione della forza. Lui, è il primo "culturista" della politica, il cui potere decisionale si misura muscolarmente con l'efficienza delle Divisioni armate di terra, degli Stormi da combattimento e delle portaerei.
Ogni ragionamento sullo scacchiere internazionale persegue e segue la linea della convenienza che si trascina dietro il rischio, un autentico pericolo per l'umanità, che prima o poi tutti diventi convenienza per gli Usa, i cui appetiti di qualunque ordine e grado passano da quelli del suo presidente e del suo entourage. I circoli finanziari strettamente vicini alla Casa Bianca e che hanno contribuito alla sua elezione sono noti, e si collegano agli investimenti nel settore delle armi, delle criptovalute, dell'intelligenza artificiale, delle risorse energetiche. Enormi ricchezze concentrate nelle mani di pochi, in parte investite in una opera sistematica e colossale di propaganda e manipolazione che sta rovesciando i principi su cui per decenni si è retta la convivenza civile e sociale. Principi che si giocano sull'alterazione del significato delle parole, per cui è facile che la legittima difesa diventi indispensabile offesa o il suo rovescio.
Caos, smarrimento, paura, timore, tutto si deve confondere nelle situazioni ed è quello che sta accadendo ora in Venezuela, come è già accaduto in Libia, in Iraq, in Afghanistan, in quei paesi in cui si è realizzato un cambio di regime con l'uso delle armi. E per Caracas, l'inquilino della Casa Bianca non ha nascosto di avere un piano di transizione alla via democratica da lui diretto in prima persona che si coniuga alla gestione dei giacimenti petroliferi con il ritorno delle Compagnie americane. Chi oggi plaude, dovrebbe avere anche un minimo di pudore nel ricordare come sono finiti i precedenti change regime, le cui conseguenze sono state pagate in toto dall'Europa e in particolare dall'Italia, con le migrazioni.
Non a caso, mentre Maduro, accusato di narcoterrorismo, toccava il suolo americano, il Segretario generale dell'Onu Guterres manifestava la sua critica per il "pericoloso precedente" e annunciava la riunione del Consiglio di sicurezza per domani, lunedì 5 gennaio.
La vicenda del dittatore Maduro - non l'unico su questo pianeta, ma più di altri con la carta di credito del petrolio - è soltanto un'altra delle tante tessere di un mosaico che deve realizzare urbi et orbi l'accettazione supina che il "culturista" americano ha sempre ragione, insieme con il suo sodale Netanyahu e l'atteggiamento morbido di Putin e Xi Jinping, alleati di Maduro e del Venezuela, ma, forse, disponibili a traccheggiare per i propri obiettivi: il primo per la ricostituzione del grande impero russo, l'altro per la conquista di Taiwan.
In questo scenario, l'Europa sembra riproporre le metafore de I Promessi Sposi: ora vaso di terracotta in mezzo a vasi di ferro, ora quella dei "capponi di Renzo" , che litigano tra di loro, mentre corrono verso un eguale destino.













































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