La Stanza del pensiero critico. Disinnescare l'anello invisibile
- Savino Pezzotta
- 2 giorni fa
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Precarietà, lavoro cognitivo e pace tradita
di Savino Pezzotta

Siamo abituati a riconoscere la violenza quando assume forme evidenti: l’aggressione fisica, l’occupazione militare, l’atto di dominio che si impone con la forza. Ma una parte decisiva della violenza contemporanea agisce altrove, lontano dai riflettori e dalle prime pagine. Non esplode, non spara, non invade territori. Eppure consuma le vite, logora le relazioni, svuota le democrazie dall’interno. È una violenza silenziosa, strutturale, che attraversa il lavoro cognitivo e culturale nel capitalismo digitale e che può essere descritta, come invita a fare la filosofa spagnola Remedio Zafra, come un vero e proprio anello invisibile: un meccanismo di controllo che avvolge senza stringere apertamente, ma dal quale è sempre più difficile sottrarsi.
Questo anello funziona attraverso una retorica seducente. Il lavoro come centralità del vivere e proclamato come privilegio, vocazione, passione, si evita di parlare della fatica, della sofferenza e della penosità che porta con sé. In nome di questa narrazione idillica del lavoro si accetta tutto: precarietà permanente, compensi irrisori, gratuità mascherata da opportunità, gli infortuni sono incidenti. Il lavoro viene presentato come un dovere civile e pertanto chi ha un lavoro non dovrebbe lamentarsi. La rivendicazione di dignità di retribuzione e di ruolo diventa sospetta, quasi una forma di ingratitudine. Ne deriva una pacificazione forzata, una pace apparente che neutralizza il dissenso e rende accettabile l’ingiustizia.
Dunque, la questione del lavoro non è solo economica o occupazionale. È profondamente politica e, in senso pieno, pacifista. Perché la pace non coincide con la semplice assenza di guerra, ma con la giustizia delle condizioni di vita. Dove il lavoro diventa ricatto, dove il futuro è sistematicamente rinviato, dove la sopravvivenza dipende dall’adattamento continuo, si produce una società interiormente militarizzata: competitiva, individualista, incapace di solidarietà. L’anello invisibile educa alla guerra quotidiana di tutti contro tutti, mentre parla il linguaggio ingannevole della libertà e dell’autorealizzazione.
Nel mondo digitale questa dinamica si intensifica. La visibilità diventa moneta, l’esposizione una necessità, l’auto-promozione una seconda occupazione non riconosciuta. Si è costantemente sotto giudizio, costretti a mostrarsi produttivi, disponibili, entusiasti. La stanchezza che ne deriva non è solo fisica: è una fatica morale, una lenta erosione della capacità di immaginare alternative. È anche un effetto politico preciso: cittadini stanchi, isolati e occupati a sopravvivere sono cittadini più docili, meno inclini al conflitto e alla partecipazione: tendono all’astensione.
Il senso di colpa
In questo senso la precarietà non è un effetto collaterale, ma una strategia. Isola, frammenta, individualizza il fallimento. Se non ce la fai, è colpa tua. Se non riesci a vivere del tuo lavoro, devi impegnarti di più. Così il disagio resta privato, non diventa mai questione collettiva. Una società che non riesce a trasformare la sofferenza in conflitto politico è una società già pacificata nel modo peggiore: non perché giusta, ma perché silenziata.
È qui che la pace viene tradita due volte. Da un lato si accetta una violenza diffusa purché non spettacolare, purché non metta in crisi l’ordine esistente. Dall’altro si investono risorse, linguaggi e simboli nel riarmo, nella sicurezza armata, nella deterrenza, mentre si smantellano le condizioni materiali della convivenza. Si parla di pace internazionale, ma si tollerano e si alimentano discriminazioni sociali e razziali strutturali. Si invocano equilibri geopolitici, ma si distrugge l’equilibrio delle vite.
Disinnescare l’anello invisibile significa partire da qui. Rendere visibile ciò che è stato normalizzato. Riconoscere che il lavoro cognitivo è lavoro a tutti gli effetti. Ricostruire spazi di parola comune, di organizzazione, di conflitto non violento. Perché la pace non nasce dal silenzio imposto, ma dalla giustizia riconosciuta. Non servono retoriche consolatorie: serve lucidità. Serve il coraggio di dire che un sistema fondato sulla necessità sfruttato e sulla precarietà strutturale prepara il terreno a forme sempre nuove di violenza. E che la pace, se non attraversa il lavoro, il tempo e la dignità delle persone, resta una parola vuota.
Questo discorso incrocia un altro nodo decisivo del presente: la rimozione della fragilità. Oggi la fragilità è diventata una parola sospetta, associata alla debolezza, all’inadeguatezza, a ciò che deve essere corretto o nascosto. Eppure è proprio da questa rimozione che prende forma una parte decisiva della violenza contemporanea. Pensare la fragilità come condizione condivisa significa aprire uno spazio critico capace di rimettere in discussione il modo in cui intendiamo la forza, la sicurezza e la pace.
Dalla paura nascono le logiche di dominio
La fragilità non è un incidente individuale né una patologia privata. È la trama stessa dell’esistenza umana. Siamo fragili perché esposti, dipendenti, vulnerabili al tempo, agli altri, alle perdite. Negare questa evidenza non produce solidità, ma irrigidimento e paura. Ed è dalla paura che nascono le logiche di dominio, di esclusione, di contrapposizione permanente. La guerra, prima di essere un evento armato, è sempre una costruzione simbolica che prende forma nell’immaginario sociale.
La cultura dominante esige invulnerabilità: soggetti sempre performanti, emotivamente stabili, capaci di reggere senza cedere. Questa richiesta seleziona, gerarchizza, scarta. Trasforma la sofferenza in colpa personale e la precarietà in fallimento individuale. Così alcune vite diventano sacrificabili senza scandalo. Anche questa è violenza, anche questa è una pace tradita.
Riconoscere la fragilità condivisa, invece, disinnesca la logica del nemico. Se tutti siamo esposti, nessuno può essere ridotto a scarto senza negare l’umanità che ci tiene insieme. La pace, in questa prospettiva, non è un evento straordinario né un equilibrio imposto dalla forza, ma una pratica sociale quotidiana. Dipende da come organizziamo il lavoro, il tempo, la cura, le relazioni. Non esiste pace in una società che chiede resilienza infinita agli individui e costruisce istituzioni rigide e competitive.
Anche il linguaggio conta. Il lessico della forza, della vittoria, della competizione permanente alimenta una visione bellica del mondo. Una parola che accetta l’esitazione, il dubbio, l’incompletezza compie invece un gesto di disarmo simbolico. Rinunciare al tono dominante non è debolezza, ma scelta politica: significa lasciare spazio all’altro, riconoscere che il senso non si conquista come un territorio.
Disinnescare l’anello invisibile e riconoscere la fragilità non sono gesti marginali. Sono atti politici e, oggi più che mai, atti di pace. In un mondo che sembra prepararsi continuamente allo scontro, abitare il limite diventa una scelta controcorrente. Non per rassegnazione, ma per responsabilità. Perché solo da qui può nascere una convivenza che non abbia bisogno di nemici per reggersi. Una pace silenziosa, quotidiana, ma decisiva.













































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