Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...
- Ivano Barbiero
- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Genova, una città sfuggente, dove tutto è vero ma niente è evidente
di Ivano Barbiero

Genova non costruisce il mistero, lo eredita. Non ha bisogno di inventare nulla, perché ogni dettaglio – un galeone nato per il cinema, una bomba inesplosa, un cane scolpito nella pietra, una strada che resiste al tempo – esiste davvero. Ed è proprio questa la sua forza: una città dove tutto è reale, ma quasi nulla si rivela immediatamente. Qui può capitare di vedere un palazzo nobiliare accanto a una bottega africana, un’edicola sacra medievale sopra un kebab, un violinista di strada poco distante da una vecchia osteria portuale. Ed è forse proprio questo contrasto continuo a renderla così cinematografica. Andando a trovare un mio cugino, amante del mare, che tiene una barca ormeggiata al Porto Antico, due realtà lì accanto colpiscono subito lo sguardo. La prima è l’Acquario di Genova: tozzo, quasi anonimo dall’esterno, eppure capace da solo di meritare un intero reportage. La seconda è il galeone ormeggiato poco distante: scuro, imponente, con le fiancate alte e le corde tese come se dovesse salpare da un momento all’altro.

La Nave dei pirati di Polanski
È il Neptune, costruito nel 1985 per il film Pirati di Roman Polanski. Non è una nave storica, ma nel tempo è diventato parte integrante dell’immaginario cittadino: un oggetto nato per il cinema che oggi molti percepiscono come una presenza autentica del porto. Il Neptune venne costruito come una vera nave navigante, con un livello di dettaglio impressionante: alberi maestri altissimi, ponti multipli, cannoni scenografici, cordami autentici, cabine realmente arredate e una poppa decorata in stile barocco. Fu realizzato nei cantieri tunisini di Port El Kantaoui appositamente per le riprese, perché Polanski voleva una nave credibile anche nei movimenti in mare aperto.
Nel film compare come nave pirata principale e fu progettata per affrontare riprese complesse e scene d’azione impegnative. Negli anni Novanta arrivò la trasformazione del Porto Antico firmata da Renzo Piano per le Colombiadi del 1992, e fu allora che il Neptune trovò collocazione stabile a Genova. È qui che avvenne qualcosa di curioso: la città lo assorbì completamente. Ancora oggi molti turisti credono che sia una replica storica, una nave appartenente al museo del mare oppure un antico veliero restaurato. Gli storici navali, invece, notano subito che il Neptune è una ricostruzione romantica del galeone piratesco: troppo scenografico, troppo alto, perfetto. È il galeone che immaginiamo leggendo i racconti d’avventura, non quello realmente utilizzato dai pirati.

Eppure, nonostante l’aspetto da set cinematografico, il Neptune era davvero in grado di navigare. Aveva motori moderni nascosti, sistemi di sicurezza contemporanei e una struttura in acciaio celata sotto il rivestimento ligneo. Di giorno appare quasi turistico; di notte, invece, soprattutto con nebbia o pioggia, cambia completamente volto: scuro, immobile, con gli alberi che si stagliano contro le luci del porto. Vederlo così da vicino fa davvero impressione. Ed è proprio lì che funziona il “mistero genovese”: non perché il Neptune sia antico, ma perché sembra custodire un passato che in realtà non ha mai vissuto. Forse è anche per questo che piace tanto ai genovesi, perché racconta perfettamente la città: sembra una cosa, in realtà è un’altra, ma col tempo diventa autentica comunque. Un galeone nato per fingere è finito per trasformarsi in memoria reale.

Il fascino dei carruggi
A poca distanza, tra Via Prè e Via del Campo, la città mostra invece il suo volto più concreto, stratificato e mai completamente domato. Qui iniziano i carruggi: il dedalo di vicoli medievali del centro storico, uno dei più grandi e meglio conservati d’Europa. La parola “carruggio” deriva probabilmente dal latino quadrivium o da antichi termini medievali legati ai passaggi stretti. A Genova, però, non indica semplicemente un vicolo: è quasi una categoria mentale. I carruggi sono strettissimi, verticali, umidi, pieni di archi improvvisi e piccoli slarghi inattesi; in alcuni punti le case sono così vicine che il sole entra soltanto per poche ore al giorno.
Ed è proprio questa struttura urbana a renderli unici. Stretta tra mare e montagne, Genova non poteva crescere in orizzontale e così si è sviluppata comprimendosi: le case salivano verso l’alto, le strade si restringevano, le attività invadevano ogni spazio disponibile. Nei secoli della Repubblica Marinara questi vicoli erano il motore economico della città.

Qui trovavano posto magazzini, taverne, cambiavalute, botteghe, alloggi per marinai e traffici provenienti dal Mediterraneo, dall’Oriente e dal Nord Europa. Attraverso questi passaggi arrivavano spezie, sete, metalli, merci di ogni tipo e persino schiavi. E insieme alle merci arrivavano lingue, religioni, culture e criminalità. I carruggi non furono mai “puliti” nel senso moderno del termine: erano il luogo dove convivevano nobili e scaricatori di porto, banchieri e prostitute, mercanti e mendicanti.
Via Prè è forse la strada che meglio rappresenta questa identità. Storicamente era una delle arterie che collegavano direttamente il porto al resto della città e per secoli è stata zona di marinai, locande economiche, pensioni improvvisate, traffici portuali, prostituzione e commercio popolare. Quando le navi attraccavano, i marinai sbarcavano qui e con loro arrivavano soldi, risse, lingue straniere e odori di cucine diverse. Ancora oggi Via Prè conserva una dimensione quasi portuale pur essendo nel pieno centro urbano. Negli ultimi decenni ha conosciuto immigrazione massiccia, degrado, tentativi di recupero, locali alternativi e interventi culturali e sociali, ma continua a mantenere una reputazione ambigua e fortissima. Ed è proprio questo che la rende famosa: non è un quartiere ricostruito per i turisti, ma un luogo vivo, autentico e difficile da normalizzare. Se Via Prè rappresenta il lato più crudo e concreto, Via del Campo è diventata quasi un luogo simbolico. La fama mondiale della strada nasce soprattutto dalla canzone Via del Campo di Fabrizio De André, pubblicata nel 1967. Il verso “Via del Campo c’è una graziosa…” trasformò una strada popolare e marginale in un luogo letterario e musicale. Ma De André non inventò nulla. Via del Campo era davvero una strada povera, abitata da lavoratori, prostitute, immigrati e gente comune, piena di umanità fragile ma autentica. De André la raccontò senza moralismo, ed è questo che colpì il pubblico italiano.

Il piccolo cane (nascosto) sulla facciata della Cattedrale
Sempre a poca distanza dal porto si trova la Cattedrale di San Lorenzo, che custodisce due dei dettagli più strani e affascinanti della città: un piccolo cane scolpito sulla facciata e una bomba inesplosa conservata all’interno. Probabilmente è il luogo dove Genova riesce meglio a mostrare la propria natura: solenne, stratificata, misteriosa senza volerlo essere. Dentro e fuori da questa chiesa convivono infatti elementi che sembrano appartenere a mondi completamente diversi. La minuscola figura canina scolpita nella pietra non è facile da individuare e molti turisti passano davanti alla cattedrale senza accorgersene. E forse è proprio questo il suo fascino. Non esiste una spiegazione ufficiale definitiva sulla presenza del cane, ma nel corso del tempo sono nate varie interpretazioni. Secondo alcuni studiosi potrebbe rappresentare la fedeltà, la vigilanza o la protezione del luogo sacro.

Nel Medioevo il cane aveva spesso un valore simbolico positivo e compariva in miniature, stemmi e decorazioni religiose. Ma esiste anche un’altra ipotesi, più affascinante e molto “genovese”: che si tratti semplicemente di un dettaglio lasciato volutamente da uno scalpellino medievale, quasi una firma personale nascosta dentro un’opera monumentale. E non sarebbe affatto strano. Gli artigiani medievali inserivano spesso figure ironiche, animali, volti grotteschi e dettagli apparentemente fuori contesto. Era un modo per lasciare un segno personale dentro edifici destinati a durare secoli.
Se il cagnolino rappresenta il dettaglio nascosto e quasi ironico della cattedrale, la bomba inesplosa è invece il simbolo della sopravvivenza della città. Durante la Seconda guerra mondiale Genova subì bombardamenti molto pesanti a causa della sua importanza portuale e industriale. Il 9 febbraio 1941 la flotta britannica colpì la città nell’operazione nota come Operation Grog, e uno degli ordigni penetrò proprio nella Cattedrale di San Lorenzo senza esplodere.

Ancora oggi la bomba è conservata all’interno della chiesa, vicino a una colonna della navata destra, accompagnata da una targa commemorativa. Per molti genovesi quell’episodio assunse quasi un valore miracoloso: secondo la tradizione popolare fu San Lorenzo a proteggere la Cattedrale. Gli esperti ritengono invece che il mancato scoppio sia stato dovuto a un guasto tecnico dell’ordigno o a un impatto che ne compromise il meccanismo. Ma il dato impressionante resta: una bomba reale, caduta durante la guerra, rimasta inesplosa dentro una cattedrale ancora oggi visitabile.
Lavatoi pubblici e l'albero di melograno
La piazza dei Truogoli di Santa Brigida ed il Palazzo del Melograno raccontano due facce molto diverse della Genova antica. I Truogoli di Santa Brigida furono costruiti nel Seicento come lavatoi pubblici e per secoli rappresentarono un punto vitale della vita quotidiana del quartiere.

Qui le donne lavavano i panni, si scambiavano notizie, nascevano discussioni e relazioni sociali. La struttura, coperta da una caratteristica tettoia ottocentesca in ferro e ghisa, è arrivata quasi intatta fino a oggi e dà ancora l’impressione di una città sospesa nel tempo. Il termine “truogoli” deriva dal genovese troeuggiu, cioè “truogolo” o vasca per lavare.
Poco distante, in piazza Campetto, sorge invece il Palazzo del Melograno, uno dei Palazzi dei Rolli costruito tra il 1586 e il 1589 per Ottavio Imperiale. Il suo nome deriva dal piccolo albero di melograno che cresce realmente sul portale del palazzo da secoli e che esiste ancora oggi.

Secondo una tradizione popolare genovese, finché quella pianta continuerà a vivere, Genova prospererà. Il dettaglio sorprendente è proprio questo: il melograno continua davvero a spuntare dalla facciata, sfidando pietra, smog e passare del tempo, quasi fosse una piccola anomalia botanica diventata simbolo della città.
Come già accennato, Genova è una città costruita in verticale, stretta tra il mare e le montagne, costretta nei secoli a crescere verso l’alto più che in larghezza. È anche per questo che il suo sistema di collegamenti urbani è così particolare: ascensori pubblici, funicolari e cremagliere fanno parte della vita quotidiana quasi come autobus e metropolitana. In pochi minuti si passa dal porto alle alture panoramiche sospese sopra i tetti e il mare. Tra i collegamenti più famosi ci sono la Funicolare Zecca-Righi e l’Ascensore di Castelletto, amato anche da scrittori e fotografi per la vista improvvisa che si apre sul centro storico e sul porto. Non mancano impianti quasi surreali, inseriti dentro palazzi, tunnel o stretti passaggi medievali. Un po’ come in certi scorci di Napoli, anche a Genova il panorama si conquista salendo.

Passando in autostrada vicino al Cimitero monumentale di Staglieno...
Per anni molti genovesi hanno ricordato una frase diventata quasi una leggenda urbana cittadina: “Correte pure, Campirio vi aspetta”. Una battuta nera, surreale, perfettamente in linea con un certo umorismo ligure asciutto e sarcastico. Campirio era davvero una storica impresa funebre genovese, molto conosciuta soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta. Del celebre cartellone, però, non esistono oggi prove documentali certe: forse è esistito davvero, oppure col tempo è diventato un racconto tramandato oralmente fino a trasformarsi in memoria collettiva.
Ed è curioso che questa frase venga associata proprio a Staglieno, perché il grande cimitero monumentale genovese possiede davvero qualcosa di teatrale e quasi cinematografico. Non è un semplice camposanto, ma una città nella città, costruita nell’Ottocento con gallerie, scalinate e statue di un realismo impressionante. Gli angeli sembrano vivi, i volti scolpiti paiono respirare, le pieghe degli abiti ricordano fotografie più che marmo. Molti viaggiatori stranieri dell’Ottocento restavano colpiti proprio da questo: a Staglieno la morte non appare astratta, ma incredibilmente concreta e umana. E forse è proprio qui che Genova si racconta meglio: una città dove perfino una frase sospesa tra pubblicità e leggenda finisce per sembrare vera.













































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