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L'Editoriale della domenica: "Usa, dietro i numeri del Mid-term"

di Germana Tappero Merlo


“Se i Repubblicani vincono stasera, il merito è tutto mio. Se perdono, non ho colpa”, coerentemente con il suo smisurato protagonismo, così si era espresso nei giorni scorsi Donald Trump in una intervista a NewsNation[1] commentando la tornata elettorale di mid-term negli Stati Uniti che si è svolta l’8 novembre scorso. Parole forse dal tono scaramantico che non hanno impedito tuttavia ai Democratici di conquistare la maggioranza in Senato con la vittoria decisiva della senatrice dem Catherine Cortez Mastoin Nevada. Un successo che ha fatto seguito a quella di Mark Kelly in Arizona. Risultati ultimi che hanno reso ininfluente il ballottaggio a dicembre in Georgia, poiché in Senato il voto della vicepresidente Kamala Harris vale il doppio. E alla Camera, la red wave, l'onda rossa repubblicana, non ha registrato la temuta avanzata pronosticata alla vigilia. Tuttavia, i rapporti di forza tra Dem e Rep non spiegano quanto l'America sia in bilico, sospesa, incerta davanti al bivio di una strada chiaramente dissestata sul piano sociale ed economico.



Lame duck, pericolo sventato (in parte) per Biden

Un appuntamento importante quello del mid-term per gli elettori americani, ma atteso ancor più da un’Europa alleata, questa volta timorosa di scossoni e virate verso una destra estrema repubblicana in grado di bloccare l’agenda politica del Presidente Joe Biden per i prossimi due anni. In ballo, per l’Europa, non solo la gestione politica e diplomatica della guerra in Ucraina (con candidati Rep di dichiarata simpatia verso Putin), ma tutto ciò che è ad essa collegata, e che ruota attorno alla sicurezza energetica e, viste le minacce nucleari, soprattutto quella militare, quindi la nostra stessa sopravvivenza. E poi perché, sebbene le decisioni di politica internazionale siano esclusiva del Presidente, vedersi ridurre a lame duck, ad anatra zoppa, per via di un Congresso in grado di bloccargli l’agenda politica, soprattutto quella estera, non è cosa in questo momento così delicato per la sicurezza di milioni di persone.

Eppure un lame duck President è quasi tradizione, tranne rare eccezioni[2]. Ma onestamente, e seppur la maggior parte degli americani sia concorde con il sostegno all’Ucraina, all’elettore statunitense, l’8 novembre scorso, della sicurezza energetica e del rischio di una guerra lunga, infida e sanguinaria nel cuore dell’Europa, non hanno importato affatto, o per lo meno, molto ma molto marginalmente. E se ancora gli europei non lo avessero capito, è stato praticamente un atteggiamento bipartisan. Perché anche se non c’è stata l’onda rossa, quella travolgente vittoria repubblicana pronosticata da parecchi commentatori, e sebbene lo stesso Trump appaia ora, agli occhi europei, ridimensionato da mancate elezioni di “suoi” candidati o per l’ascesa di un più giovane, energico e, perché no?, più attraente Ron DeSantis rispetto alla sua vecchia ed egocentrica persona, l’America politica sta vivendo una trasformazione epocale.


Un Paese stremato dalla recessione economica

Il degradamento della guerra contro la Russia a un problema decisamente marginale – e poi “il vero nemico non è la Cina?”, paiono ripetere molti americani - non è frutto di tentazioni isolazioniste, che comunque hanno radici antiche, soprattutto nella storia dei Repubblicani, quanto invece la consapevolezza che ci sono altre priorità, più impellenti e drammatiche che vanno risolte. Se i Democratici si sono arroccati su una generica tutela dei diritti civili, quali l’aborto, lotta per il clima e la salvaguardia di genere e, a tutto tondo, della tutela della democrazia, viste le pericolose vocazioni autoritarie che serpeggiano fra parecchi candidati repubblicani,(“la battaglia per l’anima della nazione contro il pericolo semifascista”)[3], il Grand Old Party (GOP) si è mosso cavalcando il risentimento che prova gran parte dell’America.

Un paese disilluso e stremato dalla crisi economica, con un’inflazione elevata (e, per alcuni, il rischio stagflazione), la crescente disoccupazione, un aumento della violenza, così come dell’uso di alcol e di droghe (morti per overdose e suicidi), da cui marcate e sempre più diffuse diseguaglianze con (fra le tante) la negazione del diritto allo studio per moltissimi giovani a causa delle elevatissime tasse universitarie, così come il ritorno ad una maggior aggressività a sfondo razziale.

E poi vi è il timore, proprio della sempre più esigua working class, che la realizzazione di interventi drastici e di contenimento nella produzione industriale per via dei cambiamenti climatici, invocati da candidati Dem troppo progressisti, la penalizzi con la riduzione dei posti di lavoro; senza contare poi i rischi del mancato contenimento, sempre da parte Dem, dato dall’immigrazione di massa, fonte di manovalanza a basso salario e, soprattutto, bacino di voti tutti a favore del partito dell’Asinello.


Una società divisa sui valori

Ne è risultata così un’America spaventata dalla mancata sintonia con questa versione di Partito Democratico, percepito come lontano dalle priorità della gente comune, nemmeno più middle class e persino a rischio come working class. Insomma, è la fine del sogno americano. E quella guerra poi, in Europa, in terra Ucraina, “non è forse espressione di un interventismo militare totale che soddisfa il globalismo omicida proprio di un’élite, spietata e depravata, capeggiata da una Killary Clinton e dai suoi gregari?”, secondo i toni cospirazionisti della propaganda politica di QAnon ma diventati ormai mainstream e cavalcati alla grande anche da rappresentanti eletti fra le fila repubblicane. Ecco cosa ha smosso gli elettori americani l’8 novembre scorso, confermando la percezione che gli Usa siano “come una società che si sta dissolvendo (…) per la caduta dei vincoli solidaristici, la crescita dell’estraniamento e dell’ostilità reciproca”[4].

Priorità totalmente differenti, quindi, ma egualmente incalzanti per entrambi gli schieramenti che, in campagna elettorale, si sono confrontati a muso duro, tanto da evidenziare quanto la ricerca del consenso bipartisan su temi nazionali, un tempo carta elettorale vincente, sia ora perdente. E’ come se fosse stata negata la tradizione di quella cultura, bipartisan appunto, che aveva fatto del compromesso e del sistema dei “pesi e contrappesi” fra organismi statali (check and balances), voluti dai Padri Costituenti, gli strumenti cruciali ed inviolabili per la più antica democrazia al mondo.


La guerra culturale in atto

I toni del confronto fra i due grandi partiti si sono così acutizzati. L’ostracismo se non addirittura la delegittimazione della parte avversaria hanno trionfato, con il risultato che l’area degli elettori c.d. swing, ossia gli indecisi, quelli un tempo disposti a passare da un partito all’altro, si è ora ridotta. L’effetto è parso come un taglio netto, senza indugi, con una nazione che – al momento, almeno – pare arroccata su posizioni differenti, estreme ed incompatibili.

I candidati Repubblicani sono giunti infatti a puntare il dito contro quello che hanno definito “relativismo secolarista” dei Democratici, ossia quel promuovere valori (come la cultura gender, il politically correct ostinato) che, di fatto, sono in conflitto con le radici cristiane dell’America. Da qui, inevitabilmente il confronto è andato verso le culture wars, o guerre culturali, di cui la critical race theory, teoria della cultura della razza, è l’espressione più estrema e radicale, da contrapporre con tenacia al pensiero woke (che sta per ‘risvegliato’, ‘di risveglio’) proprio dei Dem, ossia quel loro discorso politico che i Rep considerano ipersemplificante e criminalizzante le loro posizioni perché non allineate al politically correct, e condotto volontariamente sul campo minato della diversità razziale e di genere.

Guerre culturali, quindi, che da alcuni anni monopolizzano il dibattito fra i due schieramenti, ne inaspriscono i toni e che hanno fatto propendere la bilancia del consenso, almeno per ora, verso i Repubblicani. Non è un caso che commentatori più attenti abbiamo definito questa deriva come una sorta di “tribalizzazione” della politica, in cui una discussione sulle idee, su come affrontare le priorità per la nazione, quali debbano essere le basi culturali delle nuove generazioni di americani, sia diventata un conflitto fra visioni di vita ormai assolutamente incompatibili.


La posta in gioco è il futuro

Per alcuni si tratta solo del risultato, ormai più o meno diffuso in tutto il mondo democratico occidentale, della polarizzazione della politica: ma, e ancora una volta nella storia americana, si sta andando ben oltre, forse anticipando e tracciando un percorso che potrebbe valere anche per gli europei a breve. Il fenomeno è più visibile all’interno della compagine Repubblicana: infatti, se i Democratici rappresentano una coalizione abbastanza compatta seppur con correnti interne, come d’altronde lo è stato anche il partito Repubblicano almeno fino a venti-trenta anni fa, ora proprio il GOP pare essersi non solo polarizzato, ma addirittura “radicalizzato”.

Lo si è visto chiaramente nel corso della campagna elettorale, dove posizioni di dissenso al credo trumpiano sono state sempre meno tollerate, quasi a confermare il giudizio espresso da un acuto commentatore come David Frum, secondo cui “qualunque cosa fosse vera 4,5,6 anni fa, nel 2022, il trumpismo non può essere considerato un’anomalia della politica statunitense: ciò che era iniziato come una deviazione è diventato mainstream[5].

Ma, attenzione – sembrano dirci alcuni osservatori, e faccio mie quelle dichiarazioni – Trump non è la causa della radicalizzazione del GOP, quanto uno dei risultati della polarizzazione e settarizzazione di gran parte della politica nel mondo, soprattutto quello liberale: se anche Trump non si ricandidasse nel 2024, quel partito continuerebbe sulla strada da lui tracciata con il nuovo e carismatico DeSantis, perché è quella la via in cui il Grand Old Party ha trovato il suo consolidamento con una sostanziosa fetta dell’elettorato americano.

E allora, ancora una volta, la prassi politica e democratica statunitense sembra dare una lezione, anche ai Dem nostrani, ossia che non puoi fare passi in avanti nella tutela dei grandi temi dei diritti civili se non si affrontano e non si rimodulano le diseguaglianze sociali. Insomma, la gente ha altre priorità e il superamento dell’incerto domani, sul proprio futuro, è la posta in gioco.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=IOcEYDU7f7A [2] Negli ultimi due decenni ci sono stati solo brevi periodi in cui Presidenza e maggioranza al Congresso sono appartenuti allo stesso partito, ossia G.W. Bush nel 2003-2007, Obama 2009-2011, Trump 2017-2018 e Biden nel 2021-2022. [3] https://www.ny1.com/nyc/all-boroughs/news/2022/08/31/joe-biden-philadelphia-speech-democracy-soul-of-the-nation [4] https://www.nytimes.com/2022/11/03/opinion/democrats-midterms-college.html [5] https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/11/now-ron-desantis-has-wrest-gop-off-donald-trump/672046/

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