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ITALIANI ALTROVE. Partire per restare

La nuova emigrazione italiana non è più un’eccezione


di Ivano Barbiero

 

Per anni ha raccontato l’Italia, le sue cronache, i suoi misteri, i suoi cambiamenti, le sue contraddizioni. Oggi, però, sempre più storie italiane cominciano altrove: a Londra, Berlino, Dublino, Vienna, Madrid.

Nasce da qui “Italiani altrove: partire per restare”, la ricerca giornalistica di Ivano Barbiero dedicata alla nuova emigrazione italiana in Europa: numeri, storie, motivazioni, difficoltà, salari, integrazione e, soprattutto, quella domanda sempre più attuale: partire significa ancora tornare? Infatti, non si tratta più soltanto di giovani che partono per qualche mese o di una semplice “fuga di cervelli”. Sempre più italiani scelgono di trasferire all’estero lavoro, affetti, futuro e identità.

Questo è il primo capitolo di un viaggio dentro un’Italia che lentamente si sta spostando oltre i propri confini.

 

Per anni l’Italia ha raccontato a se stessa la partenza dei propri cittadini come una parentesi, una fuga temporanea, quasi una deviazione individuale. Il giovane che andava a Londra “per imparare l’inglese”, il laureato che cercava una prima esperienza all’estero, il ricercatore in attesa di tornare. Oggi, però, i numeri raccontano un’altra storia: quella di un fenomeno strutturale, continuo, ormai profondamente intrecciato con l’identità sociale ed economica del Paese.

Secondo i dati ufficiali AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) aggiornati al 1° gennaio 2025, gli italiani residenti all’estero sono arrivati a 6.412.752. In pratica quasi un italiano su nove vive oggi fuori dai confini nazionali. È una cifra enorme, cresciuta in modo costante negli ultimi dieci anni, che restituisce la dimensione reale di una mobilità diventata fenomeno stabile e non più episodico.

La fotografia emerge dalle elaborazioni della Fondazione Migrantes sui dati del Ministero dell’Interno e, appunto, dell’AIRE. Ed è soprattutto l’Europa a confermarsi il cuore di questa nuova diaspora italiana: oltre il 54% degli iscritti AIRE vive infatti in Paesi europei, pari a circa 3,4 milioni di persone. Seguono le Americhe, con oltre 2,6 milioni di residenti italiani.

Non si tratta soltanto di pensionati o discendenti delle vecchie ondate migratorie del Novecento. Negli ultimi anni il fenomeno ha cambiato volto. A partire sono soprattutto giovani adulti, lavoratori qualificati, tecnici, laureati, professionisti, ma anche famiglie intere che scelgono di trasferirsi stabilmente all’estero.

 

Un Paese che continua a perdere giovani

I dati Istat relativi ai trasferimenti di residenza parlano chiaro. Nel solo 2024 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 156 mila, mentre i rimpatri si sono fermati attorno ai 53 mila. Il saldo negativo supera così le 100 mila persone in un solo anno.

Le destinazioni principali restano europee. Germania, Spagna e Regno Unito guidano la classifica delle mete preferite dagli italiani che decidono di lasciare il Paese. E nonostante Brexit, crisi economiche e trasformazioni geopolitiche, Londra continua a esercitare un forte richiamo, soprattutto per professionisti e giovani qualificati.

Se si allarga lo sguardo agli ultimi dieci anni, il quadro diventa ancora più impressionante. Tra il 2014 e il 2024 oltre 1,2 milioni di italiani si sono trasferiti all’estero, mentre i rientri sono stati circa 573 mila. Il saldo complessivo è negativo per circa 670 mila persone.

Non è dunque un semplice flusso di mobilità europea. È un’Italia che lentamente si svuota di una parte consistente della propria popolazione attiva.


 Non solo “fuga di cervelli”

La fascia d’età più coinvolta è quella compresa tra i 25 e i 34 anni. Secondo Istat, oltre un terzo degli italiani emigrati nell’ultimo decennio appartiene proprio a questa categoria. È l’età in cui normalmente si costruiscono carriera, stabilità economica e famiglia. Ed è proprio in quel momento che migliaia di giovani scelgono invece di cercare altrove il proprio futuro.

La componente maschile resta leggermente prevalente, ma le differenze tra uomini e donne si sono ridotte rispetto al passato, soprattutto nelle fasce più giovani. La nuova emigrazione italiana non riguarda più soltanto il tradizionale lavoratore maschio: oggi coinvolge sempre di più giovani donne altamente istruite e professionalizzate.

L’espressione “fuga di cervelli” viene usata spesso, ma rischia di essere riduttiva. Certo, il peso dei laureati è molto alto. Le rilevazioni Istat mostrano che quasi il 40% dei giovani emigrati tra 25 e 34 anni possiede una laurea. E secondo il Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, nel quinquennio 2019-2023 l’Italia ha perso oltre 64 mila giovani laureati in termini netti tra partenze e rientri.

Ma la nuova emigrazione italiana non è composta soltanto da ricercatori o professionisti di élite. Dentro i flussi migratori contemporanei convivono tecnici specializzati, lavoratori del settore sanitario, informatici, camerieri, creativi, personale della ristorazione, operatori logistici e giovani che semplicemente cercano condizioni di vita considerate più sostenibili.


Le ragioni di chi parte  

Qui le statistiche ufficiali diventano più complesse. L’AIRE registra chi vive all’estero, ma non spiega fino in fondo perché sia partito. Per comprendere le motivazioni bisogna incrociare altre fonti, soprattutto Istat e AlmaLaurea. Ed è proprio dalle indagini sui laureati che emerge un quadro molto netto. Il motivo più citato è l’offerta di lavoro ricevuta all’estero, seguita dalla percezione di una mancanza di opportunità adeguate in Italia.

Dietro la partenza non c’è quindi soltanto il desiderio di guadagnare di più. C’è anche la ricerca di maggiore riconoscimento professionale, percorsi di carriera più chiari, ambienti lavorativi percepiti come più meritocratici e sistemi sociali ritenuti più efficienti. Le differenze salariali restano comunque enormi. Sempre secondo AlmaLaurea, i laureati occupati all’estero percepiscono retribuzioni nettamente superiori rispetto ai colleghi rimasti in Italia. A un anno dalla laurea si superano mediamente i 2.200 euro netti mensili, che salgono vicino ai 2.900 euro a cinque anni dal titolo.


 Le difficoltà dell’integrazione

La nuova emigrazione italiana non è però una favola senza ombre. Le difficoltà esistono e riguardano soprattutto l’integrazione linguistica, culturale e sociale. I problemi più citati nelle indagini riguardano l’adattamento alla lingua, alle abitudini quotidiane, alla ricerca della casa e alla costruzione di nuove reti relazionali.

Eppure, nonostante tutto, prevale la scelta di restare. È forse questo il dato più significativo dell’intero fenomeno. Il Rapporto AlmaLaurea 2025 aggiunge, infatti, che tra gli italiani occupati all’estero oltre il 70% considera improbabile o poco probabile un rientro in Italia nei successivi cinque anni.

Non siamo più davanti a una semplice esperienza temporanea. Sempre più spesso il trasferimento diventa una scelta di vita stabile. Alcuni italiani arrivano persino a chiedere una nuova cittadinanza, come sta accadendo nel Regno Unito dopo la Brexit, segno di un radicamento ormai definitivo.

La nuova emigrazione italiana non sembra dunque assomigliare più a quella dei “cervelli in fuga” raccontata negli anni Duemila. Somiglia piuttosto a una lenta ridefinizione geografica, economica e identitaria di una parte del Paese. E forse la domanda vera, oggi, non è più soltanto perché tanti italiani partano. Ma perché, una volta partiti, sempre meno vogliano tornare.

 

(1 – Continua)

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