Iran, ventiduesimo giorno di rivolta in più di duecento città
- Yoosef Lesani
- 2 giorni fa
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di Yoosef Lesani

Siamo al ventiduesimo giorno di protesta e i morti, secondo più fonti, per la repressione del Regime sarebbero saliti a poco meno di 4.000, mentre vi sarebbero oltre duemila feriti e le prigioni ospiterebbero circa 25mila detenuti. I Mojahedin del Popolo d’Iran (PMOI/MEK) hanno identificato altri 32 militanti dell'organizzazione, di cui sei donne, uccisi nel corso delle manifestazioni di protesta che si sono estese dal Bazaar di Teheran ad altre aree commerciali della capitale e velocemente ha unito dal 28 dicembre scorso studenti universitari e cittadini comuni.
Una protesta che si è estesa in 227 città e in tutte le regioni del Paese, che non si arresta, che sta mettendo in crisi il governo degli ayatollah; ma non abbastanza, se il potere continua a conservare una sua capacità rigenerativa con cui alterna la politica del doppio binario: violenza nelle strade e nelle piazze per contrastare la rivolta interna, assicurazioni all'esterno sulla sospensione delle condanne a morte. Ma sulla veridicità delle pene capitali sospese, sbandierata come una delle "vittorie" di Donald Trump, pende però l'ombra del dubbio.

Ad alimentarla è l'agenzia Hrana, emanazione della Human Rights Activists in Iran, che sulla base di informazioni dirette dall'Iran ha divulgato un elenco di persone giustiziate per reati che vanno dall'omicidio, al traffico di droga alla rapine. La macchina del boia si è messa in moto per almeno 17 prigionieri ristretti in penitenziari di ìvarie regioni: dalla prigione di Kermanshah a quella di Aligudarz, di Dezful; di Khorramabad; di Nahavanddi Yasuj, di Borujerd, di Karaj, Tabriz, Bandar Abbas, Qazvin. Per le organizzazioni umanitarie, ha commentato Hrana, "la continua applicazione su larga scala delle condanne a morte in mezzo a chiusure di internet e severe restrizioni al flusso di informazioni ha intensificato le preoccupazioni per la mancanza di trasparenza giudiziaria.
Intanto, proseguono le dichiarazioni muscolari contro l'Occidente. In una delle ultime, il "riformista" Masoud Pezeshkian, presidente della Repubblica iraniana, in un post su X ha minacciato di scatenare una guerra totale qualora venisse attaccato l’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema del Paese, rivolgendo una serie di accuse agli Stati Uniti, e all'Occidente nel suo complesso, fautori delle sanzioni inumane che creano privazioni e disagi al popolo iraniano e nel descrivere i manifestanti al servizio di potenze straniere, affiliati al nemico e attentatori alla sicurezza nazionale. Notizie tese a giustificare i comportamenti repressivi dei servizi segreti, della polizia e dell'esercito nel nome della sicurezza dello Stato, comportamenti che hanno portato all'arresto di centinaia di cittadini con l'accusa “aver guidato le proteste” e alla diffusione di "confessioni" filmate da parte di alcuni detenuti, su cui è legittimo avere più di una una riserva. In proposito, Amnesty International ha chiesto il deferimento del dossier sui crimini del regime alla Corte penale internazionale dell’Aia, e membri del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento europeo e di vari Paesi europei hanno condannato il regime, chiedendo sanzioni più severe e l’inserimento dei Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Nel blackout assoluto o a intermittenza di internet,[1] bloccati i principali media on line, deliberatamente inaccessibile l'agenzia di stampa IRNA per non esporre a critiche anche l'informazione governativa, la propaganda di regime ha gioco facile nel passare dai luoghi di culto e dalla potente struttura dei Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, per raggiungere e conservare coesa quella parte di popolazione che continua a sostiene il potere clericale, nonostante la crisi economica e monetaria, e a intimidire chi rimane alla finestra in attesa di intravvedere lo sviluppo finale degli eventi.
A ciò si unisce l'antica divisione in cui si dibattono le opposizioni, parte delle quali non riconoscono al Consiglio nazionale della Resistenza iraniana e alla sua presidente, la signora Maryan Rajavi, il ruolo di leadership o direzione politica, che dagli anni Ottanta persegue il disegno di repubblica laica, democratica e pluralista per l'Iran e che si è meritato il sostegno internazionale.
Le divisioni interne spiegano anche l'avventurosa discesa in campo, priva di credibilità autentica, sospetta nei tempi e nelle forme, di Ciro Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, deposto dalla rivoluzione popolare del 1979. La sua immagine trova sponda oggi sia al di là dell'Atlantico, con il sostegno del magazine Tehran diretto dalla giornalista-editore Shahbod Noori, che si accredita come "una voce vera degli iraniani-americani nella California del sud e in tutto il mondo", che in Europa e nell'area mediorientale favorita dall'emittente Iran International, finanziata dall'Arabia Saudita. Si tratta di un fiancheggiamento con il passato che contrasta con le manifestazioni di solidarietà degli iraniani liberi e democratici che gridano uno slogan inequivocabile e netto: “né scià, né mullah”, “abbasso dittatore”, “viva la libertà”.
Note
[1]Secondo l'ultimo rapporto Hrana, riportato sul sito "Nessuno tocchi Caino" (in https://www.nessunotocchicaino.it/ ) con il parziale ripristino dell'accesso a Internet, sono state pubblicate immagini e rapporti dai centri di medicina legale, dagli obitori e dai luoghi di sepoltura delle persone uccise, indicando un alto numero di corpi che non sono stati consegnati e le pressioni sulle famiglie per rimanere in silenzio e condurre sepolture notturne. In alcuni casi, le famiglie hanno riferito che la consegna dei corpi dei loro cari era subordinata alla firma di impegni scritti o all'accettazione della narrazione ufficiale.
Nonostante queste connessioni intermittenti, l'accesso globale a Internet rimane gravemente interrotto nella maggior parte del Paese. L'invio e la ricezione di informazioni sono ampiamente segnalati come instabili e molti cittadini sono in grado di comunicare solo durante brevi finestre temporali. Questa situazione continua a ostacolare seriamente le relazioni indipendenti, la documentazione accurata degli eventi e il completamento delle statistiche sui diritti umani.il parziale ripristino dell'accesso a Internet, sono state pubblicate immagini e rapporti dai centri di medicina legale, dagli obitori e dai luoghi di sepoltura delle persone uccise, indicando un alto numero di corpi che non sono stati consegnati e le pressioni sulle famiglie per rimanere in silenzio e condurre sepolture notturne. In alcuni casi, le famiglie hanno riferito che la consegna dei corpi dei loro cari era subordinata alla firma di impegni scritti o all'accettazione della narrazione ufficiale.Nonostante queste connessioni intermittenti, l'accesso globale a Internet rimane gravemente interrotto nella maggior parte del Paese.













































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