PIANETA SICUREZZA. Architettura della sorveglianza e maxi invasione della tecnologia
- Nicola Rossiello
- 2 giorni fa
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di Nicola Rossiello

La gestione dell'ordine pubblico sta attraversando una trasformazione silenziosa ma radicale. Non si parla più soltanto di telecamere a circuito chiuso, ma di ecosistemi integrati che aspirano a prevedere e neutralizzare il disordine prima ancora che si manifesti. In questo scenario, la tecnologia non è più un semplice testimone, ma diventa un attore protagonista della sicurezza pubblica, spesso a nostra insaputa.
E allora, quali sono le nuove architetture della sicurezza urbana? I sistemi più recenti per la tutela dell'ordine pubblico si spingono ben oltre la sorveglianza passiva perché l'integrazione tra intelligenza artificiale e infrastrutture fisiche sta producendo dispositivi e sistemi capaci di intervenire attivamente nel settore della sicurezza. Parliamo di una sicurezza che si basa, innanzitutto, su analisi predittive, ovvero di algoritmi che elaborano enormi quantità di dati storici in tempo reale per individuare i punti caldi, cioè quelli in cui è più probabile che possano accadere reati o sommosse. A questo si aggiunge il tema del riconoscimento biometrico e, soprattutto, di quello comportamentale, con sistemi in grado di individuare i volti delle persone, ma, soprattutto, andature o gesti sospetti, anche in un contesto affollato per segnalare alert in un tempo prossimo allo zero. Questa architettura si completa con dispositivi di dissuasione attiva, come dissuasori acustici lrad, cannoni ad acqua gestiti da remoto o barriere elettroniche per il blocco dei segnali (jamming). L'obiettivo dei produttori è quello di sedurre politici e vertici delle forze di sicurezza garantendo un ambiente controllato dove il margine d'errore umano sia ridotto ai minimi termini grazie ad una asserita precisione digitale.
Stiamo per cadere nella trappola della sicurezza ubiqua
Quella attuale, lo sappiamo bene, è un'epoca segnata da un'ansia collettiva che reclama protezione costante. Il "sogno erotico" della nostra società è la sicurezza totale, che si realizza investendo nel tessuto sociale ed economico, non blindando le strade! È questa richiesta affannosa di Sicurezza, artificialmente prodotta dalla politica che alimenta la paura, che spinge le amministrazioni e le forze dell'ordine a implementare tecnologie sempre più invasive e reattive. Si diffonde l'idea che ogni angolo di strada possa essere monitorato e che ogni potenziale pericolo possa essere rimosso chirurgicamente, trasformando le nostre città in isole di sorveglianza totale. Tuttavia, questa rincorsa verso la città blindata nasconde un'insidia sottile: quando per garantire la sicurezza ci si affida a sistemi automatizzato e ad analisi dei dati rigide, viene a mancare quella capacità tipicamente umana di leggere le sfumature di una situazione complessa, come una manifestazione di piazza o un semplice momento di tensione sociale. Affidarsi ciecamente alla tecnologia significa rinunciare all'empatia e al buonsenso, elementi indispensabili per gestire la convivenza civile.
Proprio a causa del rischio intrinseco di generare vittime collaterali, molti di noi ritengono che non sia accettabile sacrificare l'incolumità dei cittadini per alimentare un'illusione di controllo totale. Questa preoccupazione ha già trovato un'espressione concreta a livello istituzionale e civile. Un gruppo di parlamentari italiani di area progressista, infatti, ha presentato un'interpellanza urgente per chiedere al governo di chiarire la propria posizione sull'uso dei sistemi d'arma autonomi e all'eventuale adozione di tecnologie di analisi predittive come avvenuto in vari scenari bellici internazionali.
Al bando i killer robots
Parallelamente, la rete della società civile e della chiesa, attraverso la campagna stop killer robots supportata anche da alcuni media, sta portando avanti una sensibilizzazione profonda per il bando globale di questi strumenti. La richiesta è chiara: l'Italia deve farsi promotrice di una regolamentazione che ne impedisca l'uso indiscriminato, prima che l'uso della forza passi dal controllo umano a quello delle macchine, in modo irreversibile. Parliamo di sistemi, nati per difendere ma incapaci di discernere, che vanno messi al bando senza riserve.
Le ragioni che spingono verso la necessità di un divieto assoluto sono profonde e urgenti. Sono sistemi che hanno un margine di fallibilità e di discriminazione da non accettare perché potrebbero colpire ingiustamente persone innocenti, trasformando il cittadino in un bersaglio per il solo fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Infine, non possiamo ignorare una potenziale erosione della libertà democratica, giacché una difesa attiva automatizzata agisce come deterrente psicologico nei confronti di chiunque, soffocando il diritto al dissenso. L'estrema conflittualità che sta caratterizzando alcune parti del mondo sta rendendo possibile soluzioni in cui l'impiego della risposta tecnologica, più veloce della riflessione umana, potrà essere la base di partenza di una reazione violenta e cieca di un apparato che non sa distinguere una protesta da un'azione offensiva. Mettere al bando questi strumenti significa riaffermare che la sicurezza non può prescindere dal rispetto della vita e della dignità umana. Stiamo parlando di principi che nessun algoritmo dovrebbe mai integrare nel proprio codice e del fatto che nessun essere umano dovrebbe immaginare un futuro di questa portata.













































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