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Il ritorno delle armi a medio raggio accettato nel silenzio

Disarmo e cooperazione sono ormai all'angolo

di Savino Pezzotta


Ciò che viene spesso presentato come una storia di successo nel rafforzamento della sicurezza europea rischia di configurarsi, anche nel contesto italiano, come una cattiva notizia e come uno sviluppo estremamente pericoloso sul piano del disarmo, della stabilità strategica e della qualità democratica delle decisioni pubbliche. Il ritorno delle armi terrestri a medio raggio in Europa non è un fatto isolato, né neutrale: si inserisce in un più ampio processo di riarmo europeo che sta ridefinendo priorità politiche, economiche e sociali, spesso senza un adeguato confronto pubblico.


Il Trattato INF: storia e funzione

Per capire la gravità del riarmo attuale, è utile ricordare il Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio (INF), firmato nel 1987 tra Stati Uniti con Ronald Reagan presidente e l'Unione Sovietica di Michail Gorbaciov. L’obiettivo del trattato era chiaro e innovativo: vietare tutti i missili terrestri con gittata tra 500 e 5.500 km, sia nucleari sia convenzionali, e imporre ispezioni reciproche per verificarne la distruzione. Questa misura ridusse significativamente il rischio di guerra nucleare in Europa, togliendo dai radar strategici migliaia di missili a medio raggio e stabilizzando il continente durante la fase finale della Guerra Fredda.

Negli anni recenti, gli Stati Uniti accusarono la Russia di violare il trattato con lo sviluppo del missile 9M729 (NATO:SSC-8). Dopo anni di negoziati senza esito, gli USA si ritirarono formalmente dall’INF nel 2019 (presidenza Trump), aprendo la strada al ritorno dei missili a medio raggio in Europa, con il conseguente aumento della tensione strategica. Il trattato rappresentava quindi un precedente fondamentale di controllo degli armamenti e la sua dissoluzione segna una cesura storica nelle garanzie di sicurezza europea.

La crisi del Trattato INF ha aperto una fase nuova, caratterizzata non da tentativi credibili di ricostruzione di un regime di controllo degli armamenti, ma da una rapida normalizzazione della corsa al riarmo. L’uso di armi terrestri a medio raggio nel conflitto in Ucraina nel 2024 ha definitivamente spezzato un tabù che resisteva dalla fine della Guerra fredda, rendendo il loro ritorno in Europa non solo possibile, ma politicamente accettabile.

Questa accettabilità è il vero nodo critico: il riarmo non viene più discusso come una scelta eccezionale, ma come un adattamento necessario alle “nuove minacce”. In questo modo, la logica della deterrenza militare torna a occupare lo spazio che, almeno formalmente, era stato riservato alla cooperazione, al disarmo e alla sicurezza condivisa.


L’Italia come retrovia strategica

Nel dibattito pubblico italiano, la questione dello stazionamento o del supporto a nuovi sistemi d’arma resta ai margini. Eppure, il nostro Paese ospita infrastrutture militari cruciali per la proiezione di potenza statunitense e NATO: basi aeree, depositi logistici, comandi operativi e snodi di comunicazione strategica. In un contesto di riarmo accelerato, queste strutture assumono un valore ancora maggiore.

Il punto centrale non è soltanto se l’Italia ospiterà formalmente armi a medio raggio, ma se accetterà – di fatto – di essere parte integrante di una nuova architettura di deterrenza avanzata, senza una decisione politica esplicita e senza un coinvolgimento reale del Parlamento e della società civile.


Riarmo europeo e legge di bilancio: la contraddizione italiana

Il riarmo europeo viene spesso giustificato come passo necessario verso una maggiore “autonomia strategica” dell’Unione Europea. Tuttavia, questa narrazione presenta forti ambiguità. Da un lato, l’Unione incrementa la spesa militare e incoraggia gli Stati membri ad aumentare i bilanci della difesa; dall’altro, la cornice strategica resta largamente definita all’interno della NATO e, in ultima analisi, dagli Stati Uniti. L’Italia si trova quindi a sostenere investimenti militari significativi, mentre welfare, sanità, istruzione e servizi sociali continuano a subire restrizioni.

La legge di bilancio italiana riflette questa scelta: la sicurezza militare assorbe risorse crescenti, mentre la sicurezza sociale, economica e civile – quella che rende realmente sicuro il Paese per i cittadini – riceve meno attenzione e finanziamenti. Questo squilibrio non è neutrale: definisce quali rischi contano e quali priorità economiche e sociali vengono trascurate.


Il richiamo costituzionale: art. 11 e pace

Il quadro italiano non può essere interpretato separatamente dal principio costituzionale di pace. L’articolo 11 della Costituzione recita:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.”

Il riarmo europeo e l’incremento della spesa militare italiana, senza un reale confronto democratico, pongono una tensione evidente con questo principio. La normalizzazione delle armi a medio raggio e la progressiva subalternità alle strategie NATO rischiano di trasformare l’Italia da promotore di pace a semplice piattaforma operativa militare, allontanandola dalla prospettiva di limitare la guerra come strumento politici.


Sintesi riassuntiva

Il ritorno delle armi terrestri a medio raggio, il riarmo europeo e le scelte contenute nella legge di bilancio italiana fanno parte di un unico processo: la ridefinizione delle priorità politiche a favore della dimensione militare. Per l’Italia, continuare a muoversi in silenzio significa accettare una progressiva subalternità strategica e una riduzione degli spazi democratici.

Rimettere al centro il tema del disarmo e del controllo degli armamenti, nel rispetto dell’art. 11 della Costituzione, non è un esercizio ideologico: è una necessità politica. Senza questa inversione di rotta, il riarmo rischia di essere normalizzato, mentre si normalizza anche l’impoverimento del dibattito pubblico e della vita sociale.

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