Solidarietà e vicinanza: la voce di Torino accanto all'Iran
- Vice
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Manifestazione oggi pomeriggio in piazza Carignano
di Vice

Non ha vinto la pioggia. Non hanno vinto alcune riluttanze emerse tra i partiti alla vigilia. Alla manifestazione di oggi pomeriggio, sabato 17 gennaio, in piazza Carignano a Torino, voluta dall'Associazione "Iran libero e democratico" ha prevalso la solidarietà espressa da decine di associazione, tra cui La Porta di Vetro, per un Iran libero e desideroso di liberarsi del giogo teocratico degli ayatollah che lo reprime da 47 anni.
Così dalla piazza[1], da alcune centinaia di persone si è levata nitida la volontà di sostenere il ritorno in Iran della democrazia e con essa, il valore più importante cui aspira ogni popolo: l'autodeterminazione, insieme con il rispetto della sovranità. Ed è ciò che ha affermato senza troppi giri di parole l'esule iraniano a Torino, il vice presidente dell'Associazione Yoosef Lesani (collaboratore de La Porta di Vetro), nel ricordare il ruolo centrale del Consiglio nazionale della resistenza iraniana guidato dalla signora Maryam Rajavi.

Il suo è stato un chiaro riferimento alle interferenze di Washington, che alterna minacce di intervento armato a repentine tolleranze in perfetto stile Donald Trump, nonché all'endorsement che la Casa Bianca offre con accelerata insistenza a Ciro Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo imperatore della dinastia del Pavone.
Alla ricerca di un posto a tavola, oggi il "principe ereditario" è soltanto un personaggio inesistente che si candida, non è chiaro per quali meriti e qualità, a traghettare la nazione dal regime clericale alla democrazia.[2] Ma la sua artificiosa presenza sotto i riflettori internazionali rischia di compromettere il lungo e complicato lavoro di tessitura politica di quanti dall'estero cercano da decenni di costruire una valida alternativa al potere della Guida suprema Khamenei e dei Pasdaran. E sono proprio gli esuli all'estero, molti dei quali - tra cui Yoosef Lesani - continuano a ricevere minacce dal governo iraniano per l'impegno nelle file dell'opposizione, a temere che l'artificiosa sovraesposizione d'immagine dei Pahlavi possa riportare una parte degli iraniani ad assumere una posizione neutrale rispetto alla repressione in atto. La storia di fine anni Settanta del Novecento è ancora molto viva in Iran. Sono ancora molti che ricordano le imponenti proteste e scioperi a cavallo tra il 1978 e il 1979 che riportarono in patria l'ayatollah Khomeini, esule in Francia, e gli spianarono - a danno dei laici, perseguitati, imprigionati e uccisi, e dei partiti di sinistra - la strada verso il potere. In quei mesi di fine 1978, le stragi commesse dalla polizia segreta (Savak) e dall'esercito, centinaia e centinaia di morti nelle strade e esecuzioni di massa, furono associate all'Occidente, in particolare agli Stati Uniti, e alla maligna influenza avuta nel degrado morale e spirituale delle classi dirigenti iraniane dell'epoca.

La situazione, pur all'interno di uno scenario diverso, che oggi premia più il malcontento della maggioranza della popolazione, sofferente per la crisi economica e la perdita del potere d'acquisto, che il collante religioso, rimane incerta e un intervento armato esterno potrebbe ridare fiato al regime e all'orgoglio nazionale, soprattutto attraverso i cosiddetti "riformisti".
Dunque, con una teocrazia che continua a mantenere isolato il Paese bloccando l'accesso a Internet e che cerca di ripulire la sua immagine feroce e fanatica sospendendo le esecuzioni, mentre negli ospedali e nelle camere mortuarie si contano almeno tremila morti uccisi dal regime negli ultimi venti giorni, la partita sullo scacchiere iraniano e sempre più complessa. E non può non contemplare mosse che uniscano la solidarietà alle manifestazioni pubbliche e alle pressione sugli Stati affinché a loro volta premano sulle società che nonostante l'embargo continuano attraverso le triangolazioni commerciali ad operare con l'Iran.
Note
[1] Sotto la statua di Vincenzo Gioberti hanno preso la parola il presidente dell'Associazione Iran Libero e democratico, Tullio Monti, il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Davide Nicco, i vice presidenti del Comitato Diritti umani e civili del Piemonte Sara Zambaia e Giampiero Leo, Mercedes Bresso, già presidente della giunta regionale del Piemonte ed europarlamentare, il presidente dell'Anpi provinciale Nino Boeti, il dirigente sindacale della Uil Francesco Lo Grasso ed altri esponenti di partiti e associazioni che hanno aderito alla manifestazione, consiglieri comunali, tra cui Silvio Viale; per il Pd era presente il capogruppo in Consiglio regionale Gianna Pentenero, il segretario metropolitano Marcello Mazzù, per i Moderati il consigliere regionale Silvio Magliano.
[2] Reza Pahlavi ha dichiarato di recente di avere un progetto per evitare che l’Iran cada nel vuoto con la caduta del vecchio regime; denominato Iran Prosperity Project, il progetto è articolato in due fasi: la prima della durata di sei mesi per garantire continuità dei servizi e sicurezza; la seconda per stabilizzare la situazione politica e ridare fiducia ai cittadini.













































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