La Stanza del pensiero critico. La stabilità presunta e il prezzo sociale che gli italiani pagano
- Savino Pezzotta
- 2 giorni fa
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di Savino Pezzotta

Negli ultimi mesi alcuni autorevoli osservatori internazionali, tra cui il Financial Times, hanno espresso apprezzamento per i risultati raggiunti dall’Italia in materia di finanza pubblica: conti più ordinati, deficit sotto controllo, riduzione dello spread, maggiore credibilità sui mercati. Letti dall’alto, questi dati raccontano una storia rassicurante: lo Stato appare più solido, più affidabile, meno esposto ai rischi. Ma se si cambia punto di osservazione e si guarda dal basso, dalla vita quotidiana dei cittadini meno abbienti, dei lavoratori e delle lavoratrici, emerge una domanda inevitabile: chi ha pagato il prezzo di questo “successo”?
La risposta non è immediatamente visibile nei numeri di bilancio, ma è chiarissima nell’esperienza concreta di milioni di persone. Il risanamento dei conti pubblici, così come è stato perseguito, non è stato socialmente neutrale. Ha comportato costi reali, spesso silenziosi, che si sono scaricati soprattutto su chi dispone di meno risorse e di minore capacità di rappresentanza.
I conti e il prezzo nella sanità pubblica
Un primo ambito in cui questo prezzo è evidente è la sanità pubblica. Per rispettare i vincoli di spesa e mantenere l’equilibrio dei conti, negli anni si è contenuta la crescita delle risorse destinate al Servizio sanitario nazionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: liste d’attesa sempre più lunghe, carenza di personale, difficoltà di accesso alle prestazioni. Per un lavoratore o un pensionato questo significa dover scegliere tra attendere mesi per una visita specialistica o pagare di tasca propria. Chi può si rivolge al privato; chi non può rinuncia o rimanda le cure. In entrambi i casi il costo è sociale: peggioramento delle condizioni di salute, aumento delle disuguaglianze, trasformazione di un diritto universale in un privilegio legato al reddito.
Un meccanismo analogo si ritrova nel campo dell’istruzione e dei servizi educativi. La scarsità di investimenti in asili nido, tempo pieno, sostegno scolastico e strutture adeguate pesa soprattutto sulle famiglie a basso reddito. Quando il servizio pubblico non c’è o non è sufficiente, la scelta diventa drammatica: ricorrere a servizi privati molto costosi oppure rinunciare al lavoro. Ancora una volta il peso ricade in modo sproporzionato sulle donne, spesso costrette a uscire dal mercato del lavoro. Il contenimento della spesa pubblica produce così un arretramento culturale e sociale che si paga nel lungo periodo, in termini di minori opportunità e maggiori disuguaglianze.
Un altro capitolo decisivo riguarda il lavoro e i salari. L’apprezzamento dei mercati è stato accompagnato da una sostanziale moderazione salariale. I contratti sono stati rinnovati con aumenti insufficienti a compensare l’inflazione, mentre il costo della vita è cresciuto sensibilmente. Per milioni di lavoratori questo si traduce in una perdita concreta di potere d’acquisto: la busta paga resta simile, ma il carrello della spesa, le bollette e i trasporti costano molto di più. Formalmente l’economia appare più “stabile”, ma nella realtà quotidiana il lavoro si impoverisce e diventa sempre più difficile sostenere una vita dignitosa.
Uno sguardo al sistema fiscale
Anche il sistema fiscale ha contribuito a scaricare il peso del risanamento sui redditi medio-bassi. In assenza di una reale progressività e di un riequilibrio a favore del lavoro e delle famiglie, il ricorso a imposte indirette e accise colpisce soprattutto chi spende l’intero reddito per vivere. I cittadini meno abbienti pagano proporzionalmente di più, mentre i grandi patrimoni restano in larga misura protetti. Ne risulta un sistema che appare equo nei principi, ma che nella pratica consolida le disuguaglianze.
Non va dimenticato il ruolo dei servizi locali e del welfare territoriale. I comuni, stretti tra vincoli di bilancio e riduzione dei trasferimenti, hanno spesso ridimensionato servizi essenziali: assistenza domiciliare, sostegno alla disabilità, contributi per l’affitto, trasporto pubblico. Per un anziano o un pensionato con un reddito modesto ciò significa perdere autonomia, dipendere dalla famiglia o rinunciare a bisogni fondamentali. È una povertà discreta, poco visibile, ma sempre più diffusa.
Infine, il prezzo più alto rischia di ricadere sui giovani. L’Italia può apparire oggi più credibile agli occhi della finanza internazionale, ma offre a molti giovani lavori precari, salari bassi e scarse prospettive. Essere occupati non significa più poter progettare una vita: una casa, una famiglia, un futuro. In questo senso, il risanamento dei conti non è stato accompagnato da un nuovo patto sociale, ma ha spesso accentuato la frattura tra le generazioni.[1]
Siamo di fronte a una mezza verità
In conclusione, l’elogio del Financial Times racconta una verità parziale. I conti pubblici possono apparire in ordine, ma questo ordine finanziario è stato pagato con un crescente disordine sociale. Meno sanità, meno welfare, salari più deboli, servizi pubblici ridotti: questo è il costo concreto sostenuto dai cittadini meno abbienti, dai lavoratori e dalle lavoratrici. La vera sfida, oggi, non è scegliere tra rigore e giustizia sociale, ma riconoscere che senza equità e diritti il rigore diventa fragile e, alla lunga, anche economicamente miope.
Che fare ? È importante aver acquisito una maggiore stabilità finanziaria; ora occorre agire con una prospettiva di lungo periodo, attraverso un piano chiaramente orientato a sostenere la crescita e a superare la fase di stagnazione che ha caratterizzato gli ultimi anni. Per essere credibile, questo piano dovrà essere imperniato sul principale problema strutturale italiano: la questione demografica, che condiziona ogni ipotesi di sviluppo.
Si tratta di una problematica che va affrontata con politiche lungimiranti. Più che limitarsi a compensare gli effetti dell’invecchiamento, sarà necessario puntare ad aumentare il tasso di occupazione nei prossimi anni, coinvolgendo i giovani inattivi o intrappolati nel lavoro precario, le giovani donne oggi fuori dal mercato del lavoro, superando la carenza dei servizi di cura e di accompagnamento e migliorando la produttività del lavoro.
Serve un progetto trasformatore
Camminare in questa direzione significa rafforzare e accrescere gli investimenti in capitale umano, fisico e tecnologico, migliorare la produttività e creare spazi sostenibili per l’aumento delle retribuzioni e per una maggiore tenuta del sistema previdenziale. Occorre iniziare fin da subito a pensare e progettare una strategia diversa e costruttiva rispetto a quella dei continui rattoppi e dell’emergenzialità permanente.
Non si tratta di produrre un generico “patto sociale”, ma di puntare con decisione a un vero “piano per le nuove generazioni”, totalmente centrato sui giovani e capace di guardare all’intero ciclo di vita, con tre obiettivi principali:
rafforzare i percorsi formativi e le competenze;
creare le condizioni per il superamento della precarietà, migliorare la qualità del lavoro e contrastare la povertà lavorativa;
rendere possibile la costruzione di una vita autonoma: formare una famiglia, accedere a una casa e superare il timore di avere figli.
Rompere e annullare la spinta alla bipolarizzazione sindacale
Il clima politico attuale, fortemente segnato da una polarizzazione binaria, non è certamente favorevole a un processo di questo tipo. Sarebbe necessario anche interrompere la crescente bipolarizzazione del sindacalismo confederale e affermare con chiarezza che l’ipotesi, evocata da Il Giornale, di un raccordo tra CISL e UGL in contrapposizione alla CGIL non solo non è realistica, ma è estranea e contraria alla storia e all’identità della CISL.
Note
[1] https://www.laportadivetro.com/post/oltre-la-devianza-ritorniamo-a-valorizzare-il-capitale-umano













































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