Uso e abuso del credo religioso: dai fondamentalismi a Trump
- Paola Schellenbaum
- 1 giorno fa
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di Paola Schellenbaum*

Nella cornice del Circolo della stampa, Palazzo Ceriana Mayneri a Torino, venerdì scorso, 16 gennaio, il Centro culturale protestante di Torino ha proposto al dibattito, alla presenza di molti giornalisti, una riflessione documentata sull’uso dei simboli religiosi nella comunicazione politica contemporanea e sull’abuso strumentale della religione nel discorso pubblico. Il fenomeno non è totalmente nuovo, ma in epoca recente è diventata pervasiva la forma di comunicazione dei social, che cambiando spesso le forme della manipolazione, con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, aumenta il deficit di democrazia e il cortocircuito securitario. Tale rischio autoritario attraversa quasi tutte le religioni, è trasversale alle fedi e non è più limitato solo alle frange fondamentaliste che solitamente venivano identificate con le “religioni degli altri”, soprattutto i movimenti islamisti, e non con la fede giudaico-cristiana che riteneva di avere gli antidoti adeguati.
Fino a una ventina di anni fa autorevoli commentatori sottolineavano la crescente secolarizzazione mentre Nello Scavo e Daniele Garrone hanno ricordato in apertura, sollecitati dalle domande di Gian Mario Gillio, come vi sia oggi maggiore consapevolezza di un “ritorno del religioso” che sembra aver inaugurato il XXI secolo. Hanno però entrambi specificato che non si può trattare di un’unica narrazione che attribuisce alle sole identità confessionali la responsabilità di generare violenza e contrapposizione, quando non aperta guerra e conflitti giustificati attraverso la religione che diventa così una via alla violenza. Anche Paolo Naso ha ricordato che un suo saggio storico intitolato ‘Le religioni sono vie di pace. Falso!’ (Laterza 2019) sosteneva il ruolo prioritario della politica nell’individuare le vie di pace attraverso la negoziazione e l’azione diplomatica. Dunque, più che un ritorno del religioso – peraltro sempre più osservabile in diversi continenti – si tratta di un fallimento della politica e del diritto internazionale, che non riescono più a esercitare con autorevolezza quella mediazione democratica che è il miglior antidoto ai fondamentalismi.
È indubbio però che, se negli anni passati venivano criticate le letture facili o semplicistiche che attribuivano alla sola religione la responsabilità dei conflitti, ad esempio in Medio Oriente, in tempi recenti emerge la consapevolezza che il fondamentalismo religioso abbia assunto un ruolo più marcato. Dunque, è necessaria una più profonda analisi della complessità storica, economica, politica e strategica nel descrivere e raccontare i conflitti in corso, evitando di scadere nello “scontro di civiltà”. Occorre piuttosto smascherare le derive settarie e sovraniste o nazionalistiche in cui le religioni possono cadere. I recenti conflitti che attraversano il mondo occidentale, richiamati negli interventi con diverse sfaccettature e da angolature differenti, dimostrano che la questione ci tocca da vicino e che è necessario un approfondimento al fine di individuare quali possono essere gli antidoti e le reazioni per arginare il fenomeno, se non per contrastarlo apertamente. È importante chiedersi se gli articoli di giornale, i servizi televisivi, le notizie frammentate che arrivano su Facebook e su Instagram siano propedeutici a un dibattito critico e informato oppure se fungano da cassa di risonanza di fake-news, manipolazione delle notizie, posizioni fondamentaliste che, appunto, abusano crescentemente dei simboli della religione nello spazio pubblico.
Un esempio su tutti il caso americano su cui sono intervenuti Paolo Naso e Tiziana Ferrario che in più momenti si sono appellati alla laicità dello Stato. Il primo ha richiamato l’attenzione sul fatto che il surplus di religioso che si nota nei discorsi trumpiani rimanda alla cosiddetta teologia della prosperità, che deriva da un’interpretazione letterale della Parola e dalla convinzione che l’azione di Dio sia visibile nella società attraverso l’abbondanza e la prosperità materiale di coloro i quali sono gli eletti. Tale teologia ha invaso anche la Casa Bianca attraverso un apposito ufficio, chiamato Faith Office, attivo dal 7 febbraio 2025, istituito dal Presidente per assistere le comunità di fede, le organizzazioni e i luoghi di culto nel loro sforzo di rafforzare le famiglie americane, promuovere il lavoro e l’autosufficienza e proteggere la libertà religiosa. Tale ufficio, è stato sottolineato, fa parte dell’Ufficio esecutivo del Presidente con il compito di individuare i referenti nelle comunità di fede e fornire assistenza nel disegnare le politiche in questa materia.
Tiziana Ferrario ha inoltre puntato il dito contro i movimenti evangelicali che si sentono rafforzati dal motto MAGA Make America Great Again, e nel dibattito è emersa la necessità di distinguere nel contesto italiano gli “evangelicali” dagli evangelici che nel nostro Paese rappresentano invece le chiese del Protestantesimo storico, tradizionalmente molto critiche nei confronti della teologia della prosperità e degli usi strumentali della Bibbia.
È stato anche ricordato il potente appello rivolto durante la funzione religiosa di insediamento di Trump nella National Cathedral dalla vescova Mariann Budde della Chiesa episcopale, prima donna a guidare la diocesi di Washington, che ha chiesto di rispettare i diritti degli immigrati e della comunità Lgbtq+: «Nel nome del Dio che invoca, mostri misericordia verso chi adesso sta vivendo nella paura e teme per la propria vita». E gli interventi dal pubblico hanno evidenziato che la vescova non ha ritrattato il suo sermone quando Trump le ha chiesto di farlo, dimostrando così di essere un esempio di fedeltà evangelica, di resistenza e di resilienza in tempi difficili. Prima di trasferirsi a Washington, la vescova Budde ha ricoperto per quasi vent’anni il ruolo di rettore alla chiesa episcopale di St. John’s a Minneapolis, città che ha visto nei giorni scorsi la terribile uccisione di una donna innocente, Renee Good, da parte di Ice (l’agenzia federale statunitense di Controllo Immigrazione e Frontiere). Il gravissimo fatto ha suscitato le critiche anche del cantante Bruce Springsteen che, dedicando ‘The Promised Land’ alla donna uccisa da un agente, ha commentato che i valori americani sono messi a dura prova.
Gianni Armand-Pilon e Tiziana Ferrario hanno poi ripreso alcuni temi legati alle difficoltà del giornalismo che è una professione sempre più precaria e con minori disponibilità finanziarie per inviare giornalisti qualificati sul terreno. Documentare il clima di paura e fare inchieste o reportage che diano voce alle forme di resistenza alle derive autoritarie o alle tentazioni di invasione di altri territori sarebbe auspicabile, per non alimentare un senso di impotenza nell’opinione pubblica. La crisi della carta stampata non impedisce infatti che i giornali che offrono un servizio di qualità possano impegnarsi al fine di diffondere una rappresentazione articolata e complessa delle turbolenze e degli antidoti che attraversano le società contemporanee, sollecitando l’Europa ad anteporre al centro dell’azione politica il diritto internazionale all’autodeterminazione dei popoli, le regole democratiche e la salvaguardia di una pace duratura.
*Antropologa culturale, PhD













































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