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Iran: Internet bloccato da 8 giorni, ma il regime resiste

  • Vice
  • 16 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 16 gen

di Vice



Domani, sabato 17 gennaio, l’Associazione Iran Libero e Democratico di Torino, porterà in piazza Carignano alle 15 la solidarietà col popolo iraniano in rivolta. L'associazione è stata fondata nel 2009 da un gruppo di esuli politici iraniani ed è presieduta da Tullio Monti, Il suo riferimento politico è il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, presieduto dalla sua leader eletta, Maryam Rajavi. Tra le numerose associazioni, ha raccolto l'invito di adesione anche la Porta di Vetro.

In una nota, l’Associazione Iran Libero e Democratico denuncia le minacce di morte riconducibili al ministero dell’Informazione iraniano inviate sui cellulari al vicepresidente Yoosef Lesani, all’architetto Keramat Jahandarpour e al medico Hossein Vassigh, che rivelano dettagli particolareggiati ed inquietanti sulle loro abitudini e sui loro spostamenti.


"Server del sito web temporaneamente non disponibile!" è la scritta che appare sullo schermo del Pc per collegarsi all'IRNA, l'agenzia di stampa nazionale iraniana; "502 bad gateway", problemi di comunicazione per il quotidiano on line Teheran Times; né va meglio con un altro quotidiano iraniano molto frequentato nel web Ettelaat: "Impossibile raggiungere questa pagina". Siamo all'ottavo giorno di blackout di internet in Iran, nella morsa della censura del governo clericale, a sua volta assediato da 20 giorni da manifestazioni imponenti sfociate in rivolta in tutte le città e distretti del Paese, e da una mobilitazione internazionale senza precedenti che arruola anche la minaccia d'intervento militare Usa, con il Pentagono che ha ordinato alla portaerei a propulsione nucleare "Lincoln" di mettere la prua dalle acque del Mar Cinese orientale verso il Medio Oriente. Un rafforzamento del potenziale militare di Washington che incrocia gli altolà, comunque timidi, di Russia e Cina, mentre il governo iraniano annunciava ieri, giovedì 15 gennaio, la sospensione di 800 esecuzioni capitali; notizia immediatamente divulgata dalla Casa Bianca, quasi a garantire un momentaneo raffreddamento dei piani operativi di invasione. Sull'interruzione delle esecuzioni si è espressa anche l'Unione Europea.

A mantenere vivo il collegamento con l'Iran rimane la piattaforma Iran International, principale sponsor della dinastia dei Pahlavi, cioè del principe Ciro Reza, figlio dell'ultimo Scià di Persia. La stessa che da giorni rilancia l'impressionante cifra di 12mila morti provocati dalla reazione governativa per reprimere la protesta. A conferma di ciò, IranIntl riporta sul suo sito la dichiarazione di tale Mohammad Neginipour, presentato come giornalista di IRIB, l'emittente televisiva del servizio pubblico iraniano con sede a Teheran, che avrebbe raccolto la testimonianza di un medico legale, rimasto "sorpreso" dal numero di corpi uccisi nelle proteste, descrivendo uno scenario di "capannoni tutti pieni" di morti. A sostegno, l'emittente cita una fonte "ben informata" anche sulla situazione nell'ospedale di Isfahan (Iran centrale, oltre 2 milioni di abitanti) che ha riferito di "almeno 600 persone uccise in città" e di "centinaia di corpi depositati senza nome e con codice".


Nei giorni scorsi le cifre erano prossime a tremila morti. Informazione considerata attendibile dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani in un contesto che vede il Regime in bancarotta fare baricentro sui Guardiani della Rivoluzione islamica (Irgc), ancora disposti a uccidere per la Guida suprema Khamenei, come ha dichiarato di recente all'Agi Abbas Milani, iraniano di nascita, condirettore dell'Iran Democracy Project presso la Hoover Institution, uno dei principali think tank di public policy negli Stati Uniti.

La tesi di Milani si fonda sull'immenso e "variegato" potere acquisito dai Pasdaran: "non sono solo una macchina di repressione, ma un Juggernaut economico che controlla quasi la metà dell'economia" e che oggi si deve interrogare se sostenere il governo clericale con il rischio di perdere tutto.

In alternativa i Pasdaran, come ha spiegato in un'intervista al Corriere della Sera lo storico Danny Citroniwicz membro dell’Atlantic Council, con un passato nell’intelligence militare israeliana, avrebbero la possibilità di premere su Khamenei per un cambio di direzione politica, facendo leva su una forza paramilitare che oscilla tra i 300 mila e i 500 mila uomini. Del resto, osserva Citroniwicz, e non si tratta di un'osservazione peregrina, il regime può contare su almeno il 20 per cento della popolazione, 13 milioni di persone per nulla disposte ad accettare cambiamenti politici; una percentuale che si salda a quanti vorrebbero il cambiamento, ma non sono disponibili a rischiare e temono il vuoto di potere.




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