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"Rivoluzione" Hyundai: ora il robot entra nella contrattazione per redistribuire la ricchezza

Aggiornamento: 1 giorno fa

di Gian Paolo Masone


In Italia, far entrare uno sciopero nei circuiti della grande comunicazione è un'impresa quasi disperata salvo che l'astensione dal lavoro non tocchi i trasporti pubblici e paralizzi le città. Questo accade perché, nel corso dei decenni, da noi si è sviluppata una sorta di assuefazione a una casistica fin troppo ricca. Tra leciti e illeciti, abbiamo sperimentato ogni sfumatura della protesta: scioperi a scacchiera, a singhiozzo, in bianco, del rendimento, dello zelo, dello straordinario (fino a quello mirato sulla giornata del sabato), al rovescio o, ancora, improvvisi (con o senza corteo interno). Anche dal punto di vista dell'estensione, la varietà è assoluta, passando dallo sciopero generale a quello micro-settoriale di un singolo piccolo reparto. Si potrebbe dire che gli scioperi, in quanto a tipologie, nel nostro Paese siano secondi solo alle varianti di caffè richieste al bancone di un bar.

Eppure, di recente, le circostanze di una mobilitazione sindacale hanno letteralmente attraversato gli oceani, catturando l'attenzione degli osservatori globali. Mi riferisco allo sciopero proclamato dalle maestranze coreane negli stabilimenti della Hyundai Motor Company. La ragione della protesta? L'imminente introduzione sulle linee di montaggio di una nuova generazione di robot antropomorfi.


Se l'automa esce dalla gabbia

Il dato che deve far riflettere è che l'allarme dei lavoratori non è scattato per la robotizzazione in sé. L'industria dell'auto convive da decenni con bracci meccanici e automazione pesante. Il vero punto di svolta – e di rottura psicologica – è l'arrivo di robot umanoidi avanzati, dotati di mani, piedi e, soprattutto, di un "cervello" guidato dall'Intelligenza Artificiale.

A differenza dei loro predecessori industriali, questi nuovi agenti non saranno segregati dentro gabbie di sicurezza per evitare che colpiscano gli operai, né saranno condannati a mansioni rigidamente ripetitive. Si muoveranno negli stessi spazi fisici degli esseri umani, operando con margini di flessibilità e adattamento via via crescenti. Questa transizione è accelerata dagli enormi investimenti di Hyundai che, non a caso, nel 2021 ha acquisito il controllo di Boston Dynamics, l'azienda leader mondiale nella robotica mobile.


L'intruso somigliante: la "Uncanny Valley" in fabbrica

La vera linea di frattura introdotta da questi agenti antropomorfi non riguarda la loro efficienza, ma il modo in cui occupano lo spazio e si presentano allo sguardo. Entra qui in gioco un meccanismo psicologico profondo e disturbante noto come Uncanny Valley (la "valle perturbante"), concetto formulato dal roboticista giapponese Masahiro Mori nel 1970.

Secondo questa teoria, la sensazione di familiarità e simpatia verso un robot aumenta man mano che il suo aspetto diventa più umano, ma solo fino a un certo punto. Quando la somiglianza diventa quasi perfetta, le minime imperfezioni (uno sguardo vitreo, un movimento impercettibilmente asincrono, una fluidità innaturale) generano un'improvvisa e profonda sensazione di repulsione, inquietudine e rifiuto.

La svolta psicologica: finché il robot è fermo, palesemente meccanico e recintato, è percepito come un mero strumento. Quando l'automa esce dalla gabbia, cammina di fianco all'operaio e indossa una tuta protettiva in tessuto per difendere i propri circuiti dalla polvere, la mente umana fatica a categorizzarlo. Diventa un'entità ambigua: un concorrente diretto con le nostre stesse fattezze.

Questo cortocircuito psicologico all'interno dell'ambiente di lavoro si traduce in tre fattori critici che vale la pena tratteggiare: il primo è l’aumento dello stress cognitivo poiché l'operaio sperimenta uno stato di allerta costante nel dover condividere lo spazio operativo con un'entità che simula la presenza umana, ma risponde a logiche algoritmiche non immediatamente leggibili. Il secondo è la percezione accentuata della minaccia, l'antropomorfismo amplifica il trauma della sostituzione. Un braccio meccanico automatizza una mansione; un umanoide sembra voler "rubare" il posto, il ruolo e la dignità stessa dell'essere umano nella fabbrica. Il terzo fattore critico è rappresentato dalla rottura della comunicazione non verbale: in un contesto rumoroso come quello industriale, l'intesa tra colleghi si basa su sguardi, micromovimenti e posture. L'impossibilità di "leggere" le intenzioni del robot umanoide può generare una costante insicurezza operativa.


Dai Luddisti ai Paradisti: diverse modalità di accoglimento delle nuove tecnologie

Questo disagio emotivo e strutturale ci permette di comprendere come la reazione della fabbrica davanti alle innovazioni dirompenti, pur con dinamiche inedite, segua un solco storico profondo. L'innovazione tecnologica ha sempre generato una polarizzazione netta tra il terrore per il crollo dell'occupazione e il sollievo per la fine di mansioni logoranti o insalubri (si pensi ai vecchi reparti di verniciatura).

Sul fronte degli oppositori alle nuove tecnologie il richiamo storico immediato è al Luddismo dei primi dell'Ottocento. In Gran Bretagna, il sabotaggio e la distruzione dei telai meccanici portarono a una repressione durissima: con il Frame Breaking Act del 1812, il governo inglese introdusse la pena di morte per i sabotatori. Negli Stati Uniti, dinamiche simili sfociarono in processi di massa e nell'intervento dell'esercito a difesa della proprietà industriale.

Sul fronte dei favorevoli occorre preliminarmente rimarcare che l'entusiasmo per la macchina vanta radici altrettanto profonde. Sul piano culturale basti pensare al Futurismo e, su quello industriale, al Fordismo, che vedeva nell'efficienza tecnologica lo strumento per aumentare la produttività e, di conseguenza, i salari e i consumi della classe operaia. Nel secondo Novecento, anche i sindacati più progressisti hanno compreso l'inevitabilità del progresso, concentrandosi non sul rifiuto della tecnologia, ma sulla necessità di governarla per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

In questo panorama segnalo una curiosa anomalia sociologica, radicale ma pacifista: il Movimento Paradista. Di matrice ufologico-raeliana (una presenza che da decenni si nota durante la sfilata del 1° Maggio a Torino), questo collettivo teorizza il superamento definitivo sia del capitalismo che del socialismo attraverso l'automazione totale. La loro tesi è netta: se le macchine faranno tutto, per gli umani si aprirà un "paradiso in terra" liberato dal bisogno del lavoro e dalla necessità stessa di un salario.


La terza via dell'azienda coreana e il laboratorio europeo

La vera novità dello sciopero in Corea del Sud sta nel fatto che il sindacato ha superato la storica contrapposizione binaria tra rifiuto luddistico e accettazione. La piattaforma rivendicativa dei lavoratori della Hyundai introduce concetti inediti di geopolitica del lavoro, spostando il focus su due fronti: su quello della governance condivisa della tecnologia con la richiesta di partecipare attivamente alle decisioni sui tempi e i modi dell’inserimento degli umanoidi, per evitare repentine emorragie occupazionali ma, soprattutto, sulla redistribuzione del valore generato dalla AI con la richiesta di redistribuire la ricchezza generata direttamente dall'efficienza dei robot umanoidi. Se l'automa produce di più e costa di meno (già oggi costa solo quanto due anni di lavoro umano), una parte di quel margine economico deve finanziare ammortizzatori sociali o riduzioni di orario a parità di salario per gli umani, compensando il rischio di obsolescenza professionale.

Mentre la Corea del Sud sperimenta la tensione sociale direttamente sul palcoscenico della fabbrica, l'Europa sta provando a muoversi sul piano giuridico e fiscale per normare la convivenza con questi nuovi agenti.

L'esempio più avanzato arriva dall'Estonia, pioniera assoluta della transizione digitale. Attraverso la sua strategia nazionale sull'IA (nota come progetto Kratt), il governo estone ha avviato il percorso per il riconoscimento di uno status giuridico per i sistemi autonomi. L'idea di partenza è assegnare un codice identificativo univoco a ogni IA, inizialmente per stabilire le responsabilità civili in caso di danni o malfunzionamenti.

La prospettiva a medio termine, tuttavia, guarda già alla creazione di una sorta di "codice fiscale" per gli umanoidi. Se il welfare state si regge sulle tasse pagate dai lavoratori umani, e questi vengono progressivamente sostituiti dalle macchine, diventa una necessità matematica iniziare a tassare il lavoro dei robot (o, più precisamente, le aziende che li detengono) per evitare il collasso dei sistemi di protezione sociale.

In conclusione, lo sciopero alla Hyundai dimostra che la somiglianza fisica e comportamentale dei nuovi robot ha accelerato una presa di coscienza collettiva. La sfida del futuro non sarà fermare l'evoluzione tecnica, ma decidere, politicamente e sindacalmente, la destinazione del valore da essa generato.

 

1 commento


serafino
9 minuti fa

Bravissimo Masone! Hai raccontato in modo efficace e comprensibile la nuova frontiera dei problemi aperti con l'inserimento di robot e umanoide nel lavoro. Le richieste del sindacato coreano sono tempestive, sagge e illuminanti. A tal proposito ricordo una discussione di alcune decine di anni fa, in un Direttivo della FLM , sui primi robot e stazioni automatizzate per svolgere un insieme di operazioni elementari, sulla spinta delle innovazioni made Comau (allora Fiat). In quell'occasione, ricordo molto bene, un segretario nazionale (Rino Caviglioli, da anni scomparso) sorprese tutti con la proposta di pensare all'introduzione di una tassa per quelle nuove tecnologie sostitutive di lavoratori. Un'idea talmente ardita allora, che stupì, lasciata cadere e mai più ripresa in Italia. Ora rispunta con…

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