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Ritorno al taser: otto risposte a otto obiezioni

di Nicola Rossiello


Otto obiezioni ad un mio precedente articolo contrario all'estensione del taser nelle forze di polizia italiane, e otto risposte nel merito.[1] Senza ideologia, senza esitazioni, senza concessioni al tema della comodità operativa.

Dopo la pubblicazione del mio articolo contrario all'adozione e all'estensione dell'uso del taser ho ricevuto con interesse un commento argomentato da parte di un collega, che considero un amico fraterno, che dissente. Lo ringrazio in apertura, e non per cortesia. Un dissenso articolato è la condizione minima perché un dibattito serva a qualcosa, e in questo Paese, sulle questioni di sicurezza pubblica, di dissensi articolati ne circolano pochi.

Lo stimato interlocutore ha messo sul tavolo otto argomenti distinti. Provo a rispondere a tutti, uno per uno, mantenendo lo stesso registro che lui ha tenuto con me.

Premetto due cose. La prima è che il mio non è un argomentare contro chi indossa la divisa, perché la divisa l'ho indossata anche io per quasi 40 anni. È un argomentare contro un modello di gestione della sicurezza pubblica che usa l'estensione degli strumenti coercitivi come scorciatoia rispetto al lavoro lento, costoso e politicamente meno spendibile della formazione, della cultura operativa e della gestione dei soggetti vulnerabili. La seconda è che non ho alcuna necessità, né desiderio di ottenere consenso. Su questo tema il consenso del comparto sta da un'altra parte, e va benissimo così. Ne scrivo perché penso che vada scritto, ma soprattutto scrivo a tutela dei cittadini e degli operatori delle forze di polizia.


1. Il consenso internazionale

Il primo argomento dello stimato interlocutore è che solo in Italia il taser scatena polemiche, mentre nel resto del mondo viene usato pacificamente da decenni. La premessa è fattualmente non corrispondente al contesto, basta uscire dal perimetro nazionale per accorgersene.

Il Regno Unito ha avuto inchieste parlamentari ricorrenti dopo i decessi seguiti all'uso del dispositivo, in particolare su soggetti con disturbi psichiatrici, e l'Independent Office for Police Conduct produce ogni anno relazioni dedicate. Il Canada ha istituito la Braidwood Inquiry dopo la morte di Robert Dziekanski all'aeroporto di Vancouver nel 2007, e le raccomandazioni che ne sono seguite hanno ristretto in modo significativo le condizioni d'impiego. La Francia ha avuto contenziosi davanti al Conseil d'État sull'uso da parte delle polizie municipali, con limitazioni progressive. Negli Stati Uniti l'inchiesta Shock Tactics di Reuters, pubblicata tra agosto e settembre 2017, ha documentato 1.005 decessi seguiti all'uso del taser da parte della polizia, costruendo il database più ampio mai realizzato sulla materia. Amnesty International tiene un conteggio parallelo e indipendente, fermo a oltre 500 vittime nel solo contesto statunitense già nel 2012. Le due cifre non sono interscambiabili, fanno riferimento a periodi e metodologie diverse, ma convergono nel mostrare un fenomeno strutturale e non aneddotico.

L'unico paese in cui la polemica è davvero residuale è quello dove il dibattito pubblico sulla sicurezza è completamente assorbito dall'apparato e dalle sigle sindacali maggioritarie. L'Italia, in questo, somiglia di più a sé stessa che al modello internazionale che lo stimato interlocutore evoca. Il riferimento alla gendarmeria vaticana, infine, è un argomento d'autorità, non un argomento di merito. Centoventi gendarmi che operano in poco meno di mezzo chilometro quadrato non sono un modello operativo trasferibile a 250.000 poliziotti su 300.000 chilometri quadrati.


2. La categoria «arma non letale»

Il secondo argomento sta nella definizione stessa. A proposito di taser, si parla di «arma non letale». La letteratura scientifica, i tribunali, e perfino i documenti della stessa Axon, che è il produttore principale e già nota come Taser International, parlano di less-lethal, meno letale. La differenza non è semantica.

Axon ha modificato più volte, negli anni, le proprie linee guida d'impiego. Ha raccomandato di evitare scariche dirette sul torace per ridurre il rischio di cattura cardiaca. Ha sconsigliato scariche prolungate oltre i cinque secondi. Ha messo in guardia contro applicazioni ripetute. Ha indicato come categorie a rischio i soggetti con patologie cardiache note o sospette, le persone in stato di agitazione da sostanze, i minori, le donne in gravidanza. Quando un produttore restringe progressivamente le condizioni d'uso del proprio prodotto, in genere non lo fa perché va di moda la prudenza. Lo fa perché il prodotto presenta rischi sistemici che la pratica reale ha portato in superficie, e perché la responsabilità civile statunitense lo impone.

Definire questo dispositivo «non letale» appare impreciso. È un'operazione che riduce la soglia di cautela attesa da chi lo impiega, e quindi accresce la probabilità d'uso improprio.


3. Il nesso causale con i decessi

Il terzo argomento è che i decessi documentati derivano quasi sempre da uso improprio, problemi di salute pregressi del soggetto attinto, cadute accidentali. Questo argomento è circolare, e va elaborato per quello che è.

Lo studio di Douglas Zipes pubblicato su Circulation nel 2012, una delle riviste cardiologiche di riferimento mondiale, ha documentato un meccanismo plausibile di fibrillazione ventricolare da cattura cardiaca diretta, indipendente da patologie preesistenti, non aritmie indotte da stress, non collassi multifattoriali. Cattura elettrica diretta del ritmo cardiaco da parte della corrente erogata dal dispositivo. Lo studio è stato oggetto di repliche peer-reviewed nei mesi successivi, alcune commissionate dal produttore, e questo va detto per onestà intellettuale. Il meccanismo descritto da Zipes non è mai stato confutato sul piano fisiologico, e il dibattito scientifico aperto sulla cardiotossicità della scarica è di per sé un argomento contro la qualificazione di «non letale».

La posizione «il taser non uccide, uccide il modo in cui viene usato» regge in laboratorio, dove tutte le variabili sono note, sul campo no. Sul campo l'operatore non conosce le condizioni cliniche del soggetto, non controlla la dinamica della caduta dopo che il soggetto è stato attinto e immobilizzato, non gestisce le interazioni farmacologiche con sostanze di cui ignora l'assunzione. Un dispositivo i cui margini di sicurezza dipendono da informazioni che l'utilizzatore strutturalmente non possiede è un dispositivo a rischio incorporato, non a rischio accidentale.


4. L'assenza di alternative

La letteratura sull'use of force continuum mostra che, dove vengono investite risorse reali in tecniche di de-escalation verbale, contenimento tattico, pazienza operativa e formazione psicologica all'approccio con soggetti in crisi, la frequenza di ricorso a qualunque strumento coercitivo cala in modo misurabile. I programmi Crisis Intervention Team sviluppati a Memphis nel 1988 e replicati oggi in oltre 2.700 dipartimenti statunitensi hanno prodotto, secondo le revisioni sistematiche pubblicate sul Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, riduzioni documentate degli incidenti con esito grave nelle interazioni con persone in crisi psichiatrica. Il problema italiano non è la mancanza di un dardo elettrico in più nel cinturone, ma la totale assenza di una cultura della gestione dei soggetti vulnerabili, che lo stesso interlocutore ha riconosciuto nel suo intervento.


5. Sostituzione, non integrazione

Qui sta il punto che la retorica pro-taser elude sistematicamente. Diversi studi statunitensi, e in particolare il lavoro di Michael White e Justin Ready apparso su Police Quarterly nel 2007, hanno documentato un effetto di sostituzione lungo la scala dell'uso della forza. L'esperimento randomizzato di Sousa, Ready e Ault pubblicato sul Journal of Experimental Criminology nel 2010 ha dimostrato che gli agenti dotati di taser fanno significativamente meno ricorso a spray al peperoncino e manganello in presenza di resistenza fisica aggressiva. Il taser non rimpiazza la pistola, rimpiazza la voce, la trattativa, l'attesa, il contatto fisico controllato. Riduce la soglia psicologica del ricorso alla forza, non la soglia massima.

A questo si aggiunge un dato che la letteratura italiana ha colpevolmente ignorato e cioè che lo studio randomizzato condotto dall'Institute of Criminology dell'Università di Cambridge sulla City of London Police tra giugno 2016 e giugno 2017, pubblicato sul Criminal Justice and Behavior nel 2019 da Barak Ariel e colleghi, ha analizzato 5.981 interventi distribuiti su 400 turni con agenti dotati di taser visibile e 400 turni di controllo. Il risultato è netto. Gli agenti che indossavano il taser in modo visibile hanno fatto ricorso alla forza il 48 per cento di volte in più rispetto ai colleghi disarmati, e hanno subito un numero maggiore di aggressioni. Anche gli agenti non armati che operavano in coppia con un collega dotato di taser hanno mostrato un aumento del 19% nel ricorso alla forza, un fenomeno che gli autori definiscono effetto di contagio. Il taser, in altre parole, non si limita a modificare il comportamento di chi lo porta, ma modifica anche quello di chi gli sta accanto e quello del soggetto che lo vede. Gli stessi autori dello studio, in conclusione, raccomandano di occultare l'arma alla vista come misura mitigativa, riconoscendo implicitamente che la sua sola presenza altera in peggio la dinamica relazionale dell'intervento.

L'alternativa «taser o manganello o pistola» è un dilemma infondato. Nella quasi totalità delle situazioni reali l'alternativa è taser o tempo, taser o parola, taser o ricorso al supporto sanitario.


6. «La colpa è di chi lo usa»

Questo passaggio del ragionamento è quello più debole, e lo dico con rispetto. È assodato che in Italia l'addestramento scarseggia ovunque. Allora la valutazione del rischio non può separare lo strumento dal contesto operativo in cui viene immesso. Un dispositivo la cui sicurezza dipende interamente da un addestramento che riconosciamo carente non è uno strumento sicuro, è uno strumento pericoloso in quel sistema. La responsabilità progettuale e istituzionale precede quella individuale dell'operatore, che in definitiva finirà comunque sotto processo da solo quando qualcosa andrà storto. Difendere lo strumento sostenendo che «la colpa è di chi lo usa» significa scaricare a valle, sul singolo operatore, un rischio che è stato accettato a monte, dalla committenza politica e amministrativa che ha scelto di distribuire il dispositivo senza accompagnarlo con la formazione necessaria.


7. Il confronto internazionale che manca davvero

Cina, Russia e Iran citate a sostegno della normalizzazione del taser non costituiscono termini di paragone ammissibili per un paese europeo democratico. I termini di paragone opportuni sono altri.

La Germania è il caso più istruttivo, perché racconta tutta una storia che in Italia si è scelto di non raccontare. Il Distanzelektroimpulsgerät, che è il nome tedesco del taser, è in dotazione alle Spezialeinsatzkommandos, le SEK, sin dal 2001, vent'anni prima dell'introduzione nel servizio ordinario in alcuni Länder. Nei Länder di Sassonia, Turingia e Sassonia-Anhalt il taser resta tuttora riservato alle unità speciali. L'estensione al servizio di pattuglia, lo Streifendienst, è avvenuta solo dopo il 2018 in Renania-Palatinato, e a seguire in Hesse, Saarland, Nord Reno-Vestfalia. In Baviera, le valutazioni del 2020 hanno portato a confermare l'uso solo nelle unità di pronto intervento e a vietarne esplicitamente l'impiego contro minori, donne in gravidanza, soggetti con patologie cardiovascolari note. La Wissenschaftliche Dienste del Bundestag, in un parere del 2023, ha analizzato la qualificazione giuridica del dispositivo nei diversi Polizeigesetze, evidenziando che l'inquadramento come «arma» o come «mezzo ausiliario di coercizione fisica» cambia radicalmente le soglie di legittimità e le garanzie procedurali. In Germania, in tre anni, sono comunque morte sei persone dopo impiego di taser da parte della polizia, tutte in stato di crisi psichica, e questo nonostante il regime di impiego sia ben più restrittivo di quello italiano.

La Norvegia ha avviato la sperimentazione solo nel 2019, con vincoli stretti di documentazione e revisione caso per caso. La Nuova Zelanda ha esteso l'uso progressivamente, e solo dopo l'introduzione di Tactical Options Reports che impongono la revisione indipendente di ogni singolo impiego. Il modello italiano, testato personalmente, distribuzione rapida, formazione minima, nessun organismo indipendente di revisione caso per caso, è il peggiore tra quelli adottati nei paesi democratici comparabili.


8. La questione strutturale che resta sul tavolo

La posizione «lo strumento è buono, basta usarlo bene» è la stessa che si è sempre sentita su ogni dispositivo coercitivo introdotto nelle forze di polizia, dalle armi da fuoco al manganello, allo spray urticante. È una posizione comoda perché sposta il dibattito dalle scelte sistemiche alle responsabilità individuali, e protegge chi quelle scelte le ha fatte.

Chi lavora dentro il sistema dovrebbe essere il primo a non accontentarsene. La distribuzione del taser non risolve nessuno dei problemi reali della sicurezza pubblica italiana, dall'invecchiamento della forza lavoro alla cronica sottoesposizione formativa, dalla gestione dei soggetti psichiatrici fuori da qualunque rete sociosanitaria alla totale assenza di organismi indipendenti di revisione dell'uso della forza. Aggiunge solo un nuovo dispositivo al cinturone, e con esso una nuova categoria di possibili decessi sotto custodia, una nuova categoria di processi al singolo operatore, una nuova superficie di esposizione mediatica e giudiziaria per chi indossa la divisa. È l'esatto contrario di una politica della sicurezza.

Continuerò a sostenerlo, anche quando dirlo non conviene. È l'unica forma di rispetto residuo dovuto al lavoro che facciamo e ai cittadini per cui lo facciamo. E i sindacati di polizia che applaudono alla sua adozione e tacciono sul resto, firmano la propria irrilevanza. Io non applaudo, e dico perché.


Note


Fonti

— Ariel B., Lawes D., Weinborn C., Henry R., Chen K., Brants Sabo H., «The 'Less-Than-Lethal Weapons Effect': Introducing TASERs to Routine Police Operations in England and Wales: A Randomized Controlled Trial», Criminal Justice and Behavior, 2019. Studio randomizzato sulla City of London Police, dicembre 2018.

— Zipes D.P., «Sudden Cardiac Arrest and Death Following Application of Shocks From a TASER Electronic Control Device», Circulation, 125(20):2417-2422, 22 maggio 2012.

— Reuters, inchiesta Shock Tactics, agosto-settembre 2017. Database di 1.005 decessi correlati all'uso del taser da parte della polizia statunitense.

— Amnesty International, «USA: Less than lethal?», 2008, e successivi aggiornamenti del conteggio dei decessi correlati al taser negli Stati Uniti.

— Sousa W., Ready J., Ault M., «The impact of TASERs on police use-of-force decisions: Findings from a randomized field-training experiment», Journal of Experimental Criminology, 2010.

— White M.D., Ready J., «The TASER as a less-lethal force alternative: Findings on use and effectiveness in a large metropolitan police agency», Police Quarterly, 10:170-191, 2007.

— Compton M.T. et al., «A Comprehensive Review of Extant Research on Crisis Intervention Team (CIT) Programs», Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, 36(1):47, 2008.

— Wissenschaftliche Dienste des Deutschen Bundestages, «Einsatz von Distanz-Elektroimpulsgeräten (sog. Taser) durch die Polizei», WD 3-030/23, 2023.

— Axon Enterprise Inc., documentazione ufficiale di prodotto e linee guida d'impiego, taser.com e axon.com.

— Braidwood Commission on Conducted Energy Weapon Use, British Columbia, Canada, 2009-2010.

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