LA STANZA DEL PENSIERO CRITICO. Non siamo mai solo bestie, ed è proprio questo che ci rende responsabili
- Savino Pezzotta
- 2 giorni fa
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Responsabili del lato oscuro della ragione, che va riconosciuto e contenuto. Responsabili del lato luminoso, che va coltivato con ostinazione. Responsabili del fatto che la violenza non è un incidente, ma una possibilità interna. E responsabili del fatto che la cura non è un’eccezione, ma un’altra possibilità, altrettanto reale. Non per elevarci sopra la bestia. Ma per non diventare — nel nostro stesso modo — più pericolosi di qualsiasi bestia
di Savino Pezzotta

C’è un antico modo di dire che attraversa generazioni: “non comportarsi come bestie”. Lo si usa per richiamare qualcuno alla misura, per ricordargli che esiste una decenza minima, un limite da non superare. È un’espressione che sembra solida, quasi naturale, come se davvero esistesse un confine netto tra l’umano e l’animale. Anche Leone XIV, nelle sue parole più accorate, ricorre a questa formula: “siamo umani e non possiamo comportarci come bestie”. È un richiamo popolare, potente, che pretende di fondare un primato ontologico dell’uomo sul non uccidere. Ma questo primato non persuade. Non perché sia moralmente discutibile, ma perché si fonda su un presupposto che non regge alla prova dei fatti.
Gli animali uccidono per vivere: per procurarsi cibo, per difendere i cuccioli, per le sfide di capo branco che non sono mai mortali ma di resa. Vivono per istinto naturale, senza capacità di immaginare il futuro — così afferma la scienza, almeno per ora. Non uccidono per rivalsa, non per il potere, non programmano stragi, non organizzano stupri. Non costruiscono apparati di dominio. Non pianificano l’infamia. Le bestie vivono. Punto. E proprio questa semplicità, questa aderenza al vivente, smonta l’idea che l’uomo sia moralmente superiore perché “non uccide”. L’uomo uccide eccome: ma lo fa per ragioni che nessun animale concepirebbe.
È l’uomo che con la ragione pensa male il presente e il futuro. È l’uomo che uccide per potere, per paura, per rivalsa. È l’uomo che programma stragi, che organizza violenze, che costruisce sistemi di sopraffazione con la freddezza di un ingegnere. La violenza radicale non viene dall’istinto: viene dalla nostra eccedenza, dalla capacità di immaginare, di progettare, di imporre. Non perché siamo bestie, ma perché non siamo mai solo bestie. Siamo viventi attraversati da una frattura che ci rende capaci di male e di bene, di distruzione e di cura.
La ragione bifronte: una possibilità e un rischio
Qui entra in gioco la ragione, che non è un faro unico ma una faccia bifronte. Una parte oscilla verso l’egoismo, il dominio, la prepotenza, la violenza. È la ragione che giustifica, che costruisce apparati, che organizza la sopraffazione con una precisione che nessun animale concepirebbe. È la ragione che inventa gerarchie, che produce nemici, che trasforma la paura in arma politica. È la ragione che immagina il futuro come minaccia e lo riempie di infamie programmate.
L’altra parte, invece, guarda al bene: alla fratellanza, all’amicizia, alla non violenza, alla curiosità verso ciò che non si conosce, verso i tanti altri che condividono con noi il mondo. È la ragione che apre, che espone, che si lascia interrogare. La ragione che non pretende sovranità, ma relazione. Che non costruisce recinti, ma li attraversa. Che non teme la differenza, ma la cerca. Che non si chiude nel proprio guscio identitario, ma si lascia toccare.
Questa doppia faccia non è un difetto: è la nostra condizione. È ciò che ci rende capaci di male e di bene, di distruzione e di cura. È ciò che ci obbliga a scegliere, ogni volta, quale lato far prevalere. E proprio perché siamo eccedenti — proprio perché non siamo mai solo bestie — la responsabilità è più pesante. Non è un distintivo morale, non è un premio. È un carico. È il riconoscimento che la nostra eccedenza può generare mondi o devastarli.
La semplificazione che non regge
L’antico modo di dire “non comportarsi come bestie” prova a semplificare tutto questo. Prova a dividere il vivente in due blocchi: da una parte l’animale, dall’altra l’umano. Ma questa divisione non descrive il mondo: lo ripulisce. Lo rende più comodo. È una scorciatoia morale che evita di guardare in faccia la complessità dell’umano. La responsabilità non nasce dal primato umano, non nasce da un presunto livello superiore della nostra specie. Nasce dall’esposizione: dal fatto che condividiamo un mondo fragile con altri viventi, senza garanzie, senza sovranità, senza un manuale d’uso.
Siamo bestie esposte. E l’esposizione ci obbliga a rispondere del nostro eccesso, della nostra capacità di ferire, di costruire sistemi che schiacciano, di produrre danni che nessun animale produrrebbe. Ma ci obbliga anche a rispondere della nostra capacità di cura, di attenzione, di apertura verso ciò che non conosciamo. La ragione bifronte non è una condanna: è una possibilità. È ciò che ci permette di scegliere la via della non violenza, della relazione, della curiosità verso il mondo e verso gli altri.













































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