L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Strane guerre e strani accordi tra finzioni e drammatiche realtà
- La Porta di Vetro
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Aggiornamento: 10 minuti fa

Quanti Stati Uniti d'America, Iran e Israele ci sono? E su quanti piani di realtà essi si muovono nella più totale incoerenza tra affermazioni di principio e pratiche sostanziali? Sono domande che tutti noi ci poniamo con estrema trepidazione alle notizie che l'accordo di pace di recente conio, annunciato in mondovisione dalla Casa Bianca, è stato messo in discussione da accuse, contraccuse, infine violato da missili reciprocamente lanciati sullo Stretto di Hormuz e su zone di prossimità, teatro del contendere dalla ripresa delle convulsioni belliche di Trump e di Netanyahu verso il regime liberticida della Repubblica Islamica.
E, per stretta correlazione, sono domande che incalzano all'indomani del cessate il fuoco firmato a Washington da Israele e Libano, con la mediazione degli Usa sul binario di una prospettiva di vita da aprire alle centinaia di migliaia di libanesi del sud, costrette ad abbandonare i loro villaggi e le loro antiche città sotto l'azione della potente macchina militare dello Stato di Israele. Che ieri ha colpito, e provocato il ferimento di almeno tre persone con un drone e attacchi dal cielo, la zona di Nabatieh al Fawqa, ripetutamente oggetto nelle settimane scorse di bombardamenti indiscriminati su abitazioni civili.
Una palese violazione del cessate il fuoco respinto peraltro da Hezbollah che non vuole rinunciare al suo ruolo religioso e politico nella società libanese, e che per questa ragione rifiuta l'assunto del governo di Tel Aviv di una occupazione dei territori libanesi fino alla sua stessa e totale estinzione (di Hezbollah), in una logica suicidaria inconciliabile per qualunque partito e movimento che sa di avere dietro di sé un sostegno popolare autentico e non fittizio.
Che è in termini speculari, la stessa ragione per cui Netanyahu e il suo governo, sostenuto da una maggioranza silenziosa e da un urlante estremismo religioso, riconfermano la volontà di mantenere il ferreo controllo del Libano meridionale con l'arma del terrore; alla stessa stregua di come riproducono altro terrore in Cisgiordania, appoggiandosi alla violenza di coloni invasati, il cui unico fine è quello di sottrarre sempre più terra a chi l'abita da millenni; in ultimo, a proseguire l'azzeramento della popolazione nella Striscia di Gaza, che rappresenta l'unico caso al mondo in cui un Paese terzo - Israele - ne ha deciso l'assoluto isolamento con un potere di interdizione militare che viola sistematicamente il diritto internazionale, e che non esita ad usare le maniere forti anche con cittadini di altri stati, in un delirio di onnipotenza che finirà per portare il mondo sull'orlo della catastrofe. Inevitabilmente, se non si avrà il coraggio di porre un freno alla dittatura della violenza senza freni.
Qui si ritorna alle domande iniziali. E qui le domande pretendono anche di conoscere e riconoscere quali sono i presupposti razionali e idonei a costruire la pace in Medio Oriente, affinché essa diventi qualcosa di più di una sommatoria di buone intenzioni, di una già vista operazione di cosmesi o di una promozione di marketing al servizio dell'immagine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump o del suo vicario di turno, Rubio o J.D. Vance.
Ma per sviluppare questo benefico processo verso la pace, è necessario che qualcuno faccia il primo passo per superare lo sdoppiamento (a essere generosi) che coltivano tutti i soggetti in causa coinvolti direttamente e indirettamente, da cui derivano anche maligne posizioni di rendita personale e politica. Sarà ingenuo, ma non c'è altra via d'uscita per il Medio Oriente, che rimane il principale incubatore di odi secolari da usare a tempo, come bombe ad orologeria.
In questo contesto l'Unione Europea ha le carte in regola per svolgere quel ruolo di garante della pace e di cerniera per ricucire le divisioni, e contribuire a ridare credibilità all'Onu. Potenzialità e capacità vi sono tutte, a patto di liberarsi rapidamente del parassitismo oggi al vertice dell'istituzione, che ne blocca l'azione con la sua mediocrità. Una mediocrità, sempre più visibile nella gestione della guerra tra Ucraina e Russia, figlia di mediazioni politiche al ribasso per non scontentare nessuno dopo le ultime elezioni.













































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