Giustizia: "La separazione delle carriere è un salto nel buio a vantaggio di chi è al potere"
- Nicola Rossiello
- 2 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
di Nicola Rossiello*

Da rappresentante delle lavoratrici e dei lavoratori di polizia, credo di poter contare su un punto di vista privilegiato e critico insieme. A proposito della recente riforma della magistratura, condotta dalla maggioranza violando i principi giuridici e costituzionali, ritengo che sia doveroso prendere in esame le tesi di chi, come Gaia Tortora, auspica la separazione delle carriere di Giudici e Pubblici Ministeri per un presunto garantismo, comprensibile per la storia famigliare, ma dimenticando, però, il vero pericolo insito in tale riforma: il passaggio da un problema a una minaccia istituzionale ben peggiore.
Le criticità e le derive della Magistratura che Gaia Tortora cita, sono i bachi del sistema di molti settori dell'ambito pubblico, e sono innegabili. Nell'attuale impianto costituzionale, il piemme gode di una garantita quanto necessaria autonomia. Un'autonomia che lo pone sullo stesso piano del Giudice e, soprattutto, lo preserva dal nefasto controllo politico. Ciò che avviene da sempre per le forze di polizia, con grave e mai sufficientemente sottolineata pericolosità.
Separare le carriere infatti, non solo istituisce di fatto due Magistrature, ma espone inevitabilmente il Pubblico Ministero al Potere Esecutivo. Un potere esecutivo che negli ultimi decenni ha dimostrato enormi difficoltà e scarsa sensibilità costituzionale.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un rischio democratico concreto: portare il piemme sotto l'influenza del Governo significa correre il serio pericolo di passare dalla padella alla brace. Si passerebbe da una Magistratura che, sebbene criticata, risponde solo al Consiglio Superiore della Magistratura, a una Procura che potrebbe agire sotto la velata, o palese, dettatura politica del competente Dicastero, ad esempio con un ministro come quello attuale, la cui parzialità è stata dimostrata non solo dall'orientamento dichiarato e dimostrato, ma anche nei fatti, il caso Al-Masri tra tutti.
Che garanzia di imparzialità ci sarebbe più se chi indaga dovesse temere un trasferimento o una sanzione decisa da un organo vicino a chi governa? Si aprirebbe la strada ad un uso politico dell'azione penale, uno scenario che, in un Paese come l'Italia, non possiamo assolutamente permetterci. L'idea che il Giudice non sia terzo a causa della comune appartenenza è una forzatura perché la terzietà è già assicurata dalle norme di astensione e ricusazione e dalla posizione di parità tra accusa e difesa in aula. Il vero valore dell'unità non sta soltanto nella garanzia di autonomia, ma anche nella condivisione di un patrimonio di conoscenze e sensibilità tra chi indaga e chi giudica, tra i quali c'è un prezioso ponte professionale che la separazione delle carriere distruggerebbe, impoverendo contestualmente entrambe le funzioni.
La via da percorrere, se si vuole migliorare il sistema, è un rafforzamento dei controlli interni al CSM e delle sanzioni per chi abusa del proprio ruolo, non certo un'esternalizzazione della funzione inquirente al Potere Politico. Svendere l'indipendenza della Magistratura per un'illusione di maggiore terzietà è un errore grave e portatore di conseguenza nefaste per chi confiderà in una giustizia che questa maggioranza sta cercando di azzoppare ad ogni occasione.
*Segretario generale Silp-Cgil Piemonte













































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