Bosnia, il calcio e il riscatto di una nazione ferita
- Marco Travaglini
- 2 giorni fa
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di Marco Travaglini

Anni fa sono stato più volte a Zenica, 70 chilometri a nord di Sarajevo, quarta città della Bosnia con i suoi 115mila abitanti, capoluogo del cantone di Zenica-Doboj. Una realtà industriale, dominata dalla storica acciaieria ArcelorMittal, che da decenni sorregge l’economia locale producendo altissimi livelli di inquinamento atmosferico, al punto da figurare tra le città peggiori livelli di smog in Europa. La stessa conformazione geografica non aiuta. Come Sarajevo, anche Zenica si trova in una conca circondata da colline e attraversata dalla Bosna, il fiume che dà il nome alla nazione. Una sorta di catino naturale dove il ricircolo dell’aria è complicatissimo, intrappolando smog e polveri sottili sulla città. È lì che sorge lo stadio Bilino Polje dove si è disputata la partita tra la Bosnia e l’Italia, con la sconfitta della nostra nazionale ai rigori, costata la terza esclusione consecutiva dai mondiali di calcio.
L’incontro si è disputato in una cornice da fossa dei leoni, con il pubblico assiepato attorno al rettangolo di gioco (che non è possibile definire esattamente verde, perché il manto erboso presentava evidenti segni di usura), un tifo caldissimo e assordante. La cronaca dell’incontro è nota e non è il caso di riassumerla qui. Per molti la vittoria della Bosnia è stata una vera sorpresa, quasi una riedizione della storia di Davide e Golia, del debole che trionfa sul forte, rovesciando un verdetto che pareva già scritto. Per comprendere lo stato d’animo dei bosniaci basta uno sguardo alle feste esplose in tutta la nazione, da Zenica a Sarajevo, da Mostar a Tuzla con la gente nelle piazze e nelle vie, le bandiere al vento e l’aria quasi irrespirabile per i fumogeni accesi, i cori e i clacson a fare da colonna sonora in un’atmosfera carica di entusiasmo. Un sentimento popolare che va ben oltre l'aspetto sportivo, rimarcando l'orgoglio di una nazione che fa ancora oggi i conti con un lungo, trentennale, dopoguerra.
I “plava”, i dragoni blu bosniaci di Dedic, Muharemovic, Kolasinac, Demirovic e Edin Dzeko, come accadde dodici anni fa (ai tempi di Pjanić, Lulić, Džeko e Spahić) hanno ottenuto per la seconda volta la qualificazione al mondiale. Quella del 2014 fu una prima, storica qualificazione al mondiale che si disputò in Brasile. I bosniaci erano già arrivati a giocarsi la qualificazione quattro anni prima in uno spareggio contro il Portogallo (perso per 1-0 sia all’andata che al ritorno) e due anni dopo, ancora con uno spareggio con la “bestia nera” portoghese per arrivare alla fase finale degli Europei del 2012, riperdendo. Poi, l’avventura in terra carioca, dopo aver staccato il biglietto ottenendo il primo posto nel proprio gruppo con un ruolino di marcia invidiabile: 25 punti in 10 partite, 30 gol fatti e 6 subiti.
Al debutto con l'Argentina incassò un’onorevole sconfitta per 2-1. Anche la partita seguente con la Nigeria terminò con una sconfitta per 1-0 che, dato anche l'altro risultato del girone, condannò la nazionale bosniaca all'eliminazione nella prima fase, nonostante un'altra partita a disposizione, quella contro l'Iran, finita 3-1 per gli ex jugoslavi. Così terminava dodici anni fa l’avventura dei “dragoni” di Bosnia, coraggiosi e sfortunati. Per avere un’idea di quanto conti il calcio nella nazione più jugoslava della ex-Jugoslavia basterebbe uno sguardo ai ragazzini che si contendono una palla sul campo improvvisato della piazzetta dietro la Sinagoga sefardita di Velika Avlija a Sarajevo o tra le vie che portano al vecchio ponte di Mostar, per togliersi gli ultimi dubbi. In Bosnia, come un po’ ovunque, si gioca, ci si accanisce con il tifo, si scommette.
Ogni mondo è paese e i Balcani non fanno differenza quando si tratta di rincorrere una palla per scaraventarla nella rete avversaria o di guardare, in uno stadio o davanti alla tv, gli incontri dei vari campionati o delle coppe. Nella capitale c’è l’FK Sarajevo con i suoi colori bordo-bijeli (bordeaux-bianchi). In bacheca ha due campionati Jugoslavi e una coppa di Lega. Oggi è tra le compagini più titolate della Bosnia. Sempre a Sarajevo ci sono anche i blu dello Željezničar, la squadra dei ferrovieri (la scelta dei colori sociali è quasi obbligata: nella tradizione dell’Europa orientale il blu è il colore delle ferrovie). Nell’entità serba, a Banja Luka, troviamo i rosso-blu del Fudbalski Klub Borac. Più semplicemente noto come Borac Banja Luka. Nel 1992 si aggiudicò la cinquantesima ed ultima edizione della Mitropa Cup (quella che, un tempo, portava il nome di Coppa dell’Europa Centrale). Spostandoci a Tuzla s’incontra una delle più antiche società della Bosnia-Erzegovina: lo Sloboda, dalle maglie rossonere. A Mostar, all’ombra dello Stari Most, sull’erba dello stadio Vrapčići, si esibisce il Velež , una delle squadre più toste degli anni ’70 e ’80 , tanto da conquistarsi due coppe di Lega Jugoslava e l’edizione del 1980 della Coppa dei Balcani per club.
Poi ci sono altre vecchie glorie dell’arte pedatoria bosniaca come gli azzurri del Travnik, i bianco-blu del Široki Brijeg, i biancorossi “dragoni” della Zvijezda di Gradacac, i gialloblu del Rudar Prijedor, la più che centenaria Slavija di Istočno Sarajevo (Sarajevo Est ), nella Republika Srpska. E, dulcis in fundo, la Nogometna reprezentacija Bosne i Hercegovine, cioè la nazionale di calcio della Bosnia. I biancoblu, guidati dall’intramontabile stella sarajevese Edin Džeko. Nata dopo la dissoluzione della Jugoslavia, esordì in gare riconosciute dalla FIFA nel 1995. Nel ranking FIFA, istituito nell'agosto 1993, vanta quale miglior piazzamento il 13º posto dell'agosto 2013, mentre il peggior piazzamento della Bosnia è il 173º posto del settembre 1996. Occupa attualmente la 71ª posizione della graduatoria.
Oltre alla già ricordata partecipazione alla fase finale della Coppa del mondo di Brasile 2014, in sei occasioni è giunta a disputare le gare di spareggio per la qualificazione al Mondiale e all'Europeo, uscendo sconfitta dai play-off per il Campionato del Mondo 2010, il Campionato d'Europa per l'edizione 2012, 2016 e 2020, fino alla serata decisiva e vittoriosa dai play-off per il passaporto verso l'America di quest’anno. Dodici anni fa furono eliminati ma non mostrarono segni di rassegnazione. Il portiere di allora Asmir Begović (39 anni, ancora in attività al Leicester, con in carriera anche una mezza stagione nel 2020 al Milan) dichiarò: “Abbiamo dato tutto, adesso impariamo dagli errori commessi e torneremo ancora più forti in futuro”. Vanno presi seriamente in parola. Per informazioni chiedere al Galles e all’Italia.













































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