Data center, la sfida del Piemonte tra investimenti miliardari e sostenibilità
- Vito Rosiello
- 23 ore fa
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di Vito Rosiello

L'intelligenza artificiale sta alimentando una corsa senza precedenti alla costruzione di nuovi data center. Anche il Piemonte è al centro dell'interesse dei grandi operatori internazionali. Ma insieme agli investimenti emergono interrogativi su consumi energetici, impatto ambientale e benefici reali per il territorio.
Per molti cittadini sono edifici anonimi, privi di finestre e apparentemente senza attività. In realtà rappresentano il cuore fisico dell'economia digitale. I data center ospitano migliaia di server che consentono il funzionamento di internet, del cloud computing, dei servizi bancari, della pubblica amministrazione e, soprattutto, delle piattaforme di intelligenza artificiale.
Lombardia capofila in Italia
L'esplosione dell'AI generativa ha moltiplicato il fabbisogno di capacità di calcolo e sta spingendo i grandi operatori tecnologici a realizzare infrastrutture sempre più grandi. In tutta Europa è in corso una competizione per attrarre questi investimenti, che possono raggiungere centinaia di milioni o addirittura miliardi di euro.[1]
La rivoluzione digitale ha bisogno di nuovi spazi fisici e sta accelerando nuovi investimenti, ma pone interrogativi su consumo elettrico, raffreddamento, impatto ambientale e reale ritorno occupazionale per i territori coinvolti. In Italia sono attualmente presenti circa 200 data center, distribuiti in modo non uniforme sul territorio nazionale. Il principale polo si trova in Lombardia, che rappresenta il centro di gravità del mercato italiano, con una particolare concentrazione nell'area metropolitana di Milano, dove si trova la quota più significativa della potenza installata nazionale, circa il 68%. La Lombardia è seguita da altri poli in crescita, soprattutto nel Lazio, con l'area di Roma che sta diventando il secondo grande centro di sviluppo del settore, e da iniziative emergenti in regioni come Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, dove la disponibilità di aree industriali, infrastrutture energetiche e collegamenti in fibra sta attirando l'interesse degli investitori.
Negli ultimi anni il settore ha registrato una crescita molto rapida. Secondo l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, gli investimenti realizzati in Italia negli ultimi tre anni hanno superato i 7 miliardi di euro, con prospettive di ulteriore espansione nei prossimi anni, trainata soprattutto dalla domanda di capacità computazionale necessaria per l'intelligenza artificiale. Questa nuova fase di sviluppo sta modificando il ruolo dei data center: da infrastrutture tecnologiche quasi invisibili sono diventati veri e propri insediamenti industriali strategici, capaci di generare investimenti significativi, ma anche di produrre effetti rilevanti sul territorio.
L'attrattività dell'area torinese
I data center, infatti, non sono semplici edifici che ospitano computer. Sono strutture che lavorano senza interruzione, ventiquattro ore su ventiquattro, e richiedono grandi quantità di energia elettrica per alimentare i server e per raffreddare gli apparati che producono continuamente calore.
È proprio il rapporto tra crescita digitale e sostenibilità a rappresentare la principale sfida dei prossimi anni. Da un lato questi impianti possono portare investimenti, recupero di aree industriali dismesse e nuove opportunità per i territori; dall'altro pongono problemi legati al consumo di energia, all'utilizzo dell'acqua per il raffreddamento, alla pressione sulle reti elettriche e al fatto che, una volta entrati in funzione, generano un numero di occupati molto più limitato rispetto alla dimensione economica degli investimenti.
In questo scenario anche il Piemonte sta entrando nella nuova geografia italiana dei data center. L'area metropolitana di Torino presenta diversi elementi di attrattività: disponibilità di grandi siti industriali da rigenerare, vicinanza alle infrastrutture energetiche, collegamenti in fibra verso i principali mercati europei e un ecosistema tecnologico sostenuto dal Politecnico di Torino e dal sistema della ricerca.
I progetti ipotizzati o in sviluppo a Grugliasco, Settimo Torinese e Trino aprono quindi una questione strategica: come si accompagna questa trasformazione, evitando che ogni Comune debba affrontare singolarmente decisioni che riguardano energia, ambiente, territorio e sviluppo economico? Da qui nasce il dibattito sull'opportunità di una legge regionale piemontese sui data center, capace di stabilire criteri comuni per localizzazione, sostenibilità energetica, compensazioni territoriali e benefici per le comunità locali.
Il progetto più avanzato riguarda l'area ex Pininfarina di Grugliasco, dove potrebbe sorgere uno dei maggiori data center italiani, con una potenza stimata fino a 200 megawatt. A Settimo Torinese, oltre al data center già operativo di Noovle (Gruppo TIM), è allo studio la riconversione dell'area ex acciaieria Lucchini, mentre anche il sito dell'ex centrale di Trino viene considerato strategico grazie alla disponibilità di infrastrutture energetiche. Si tratta di interventi che potrebbero contribuire alla rigenerazione di vaste aree industriali abbandonate, evitando nuovo consumo di suolo. Ma la riqualificazione urbana è soltanto uno degli aspetti della questione.
Il vero nodo da sciogliere è quello dell’energia
Un impianto da 200 megawatt può consumare circa 1,75 terawattora di energia all'anno per alimentare le apparecchiature informatiche. Considerando anche il raffreddamento, gli impianti elettrici ausiliari e i sistemi di sicurezza, il consumo reale può superare 2,1 terawattora annui, più di 2 miliardi di kWh, un valore paragonabile al fabbisogno elettrico di una città di medie dimensioni e può arrivare a rappresentare circa il 70–80% del consumo elettrico annuo dell'intero Comune di Torino.
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il calore prodotto dai server. Migliaia di processori che elaborano continuamente dati generano enormi quantità di energia termica. Se questo calore non venisse dissipato rapidamente, le apparecchiature smetterebbero di funzionare. Per questo motivo oltre la metà dell'energia consumata da molti data center è destinata ai sistemi di raffreddamento. Durante l'estate il problema si accentua. Le temperature elevate riducono l'efficienza degli impianti di raffreddamento proprio mentre aumenta la richiesta di elettricità per il condizionamento degli edifici civili e industriali. È una sovrapposizione che rende il sistema elettrico più vulnerabile agli episodi di stress, soprattutto durante le ondate di calore sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Molti grandi data center impiegano sistemi di raffreddamento evaporativo oppure utilizzano acqua di falda per mantenere basse le temperature dei server, le tecnologie però si stanno evolvendo rapidamente e alcuni impianti di nuova generazione adottano soluzioni geotermiche o circuiti chiusi molto più efficienti, ma la gestione della risorsa idrica rimane uno degli aspetti che dovranno essere valutati con attenzione nelle future autorizzazioni. In un contesto caratterizzato da periodi di siccità sempre più frequenti, il consumo d'acqua diventa infatti una variabile strategica quanto quello energetico.
Una crescente vulnerabilità dovuta alla combinazione dei tre fattori: ondate di calore più intense, elettrificazione dei consumi e raffreddamento, potrebbe causare una maggiore probabilità di episodi locali di congestione della rete, prezzi dell'energia più volatili e necessità di importanti investimenti nelle infrastrutture elettriche. Per questa ragione i data center stanno diventando sempre più una questione di politica energetica oltre che di politica industriale.
Un modesto impatto occupazionale
I grandi investimenti fanno spesso pensare a un forte impatto occupazionale. Nel caso dei data center, però, la realtà è diversa. Durante la fase di costruzione vengono impiegati numerosi lavoratori, ma una volta completata l'infrastruttura il numero degli addetti permanenti è relativamente contenuto. La gestione quotidiana è infatti fortemente automatizzata e richiede soprattutto personale altamente specializzato. Questo significa che investimenti dell'ordine di centinaia di milioni di euro non producono necessariamente un incremento occupazionale paragonabile a quello di una grande fabbrica manifatturiera. I benefici economici per il territorio derivano quindi soprattutto dagli oneri di urbanizzazione, dalle opere compensative, dalla riqualificazione delle aree dismesse e dall'indotto tecnologico che può svilupparsi nel tempo.
La sfida, per le amministrazioni pubbliche, è fare in modo che la presenza dei data center favorisca la nascita di un ecosistema composto da imprese innovative, centri di ricerca, università e servizi avanzati, evitando che il territorio ospiti esclusivamente infrastrutture ad alta intensità energetica ma con limitati effetti sull'occupazione.
È proprio questo equilibrio tra opportunità e criticità a rendere attuale il dibattito su una legge regionale piemontese. Una normativa dedicata potrebbe individuare preventivamente le aree più idonee, privilegiando i siti industriali dismessi, potrebbe inoltre imporre standard minimi di efficienza energetica, fissare criteri per il contenimento dei consumi idrici, promuovere il recupero del calore prodotto dai server attraverso reti di teleriscaldamento e coordinare lo sviluppo dei nuovi impianti con la capacità della rete elettrica regionale.
Allo stesso tempo dovrebbe prevedere meccanismi di compensazione economica per i territori interessati e favorire investimenti nella formazione, nella ricerca e nello sviluppo dell'intelligenza artificiale, affinché i benefici economici vadano oltre la semplice realizzazione degli edifici.
La crescita dei data center appare destinata a proseguire nei prossimi anni. La domanda di servizi cloud e di intelligenza artificiale continuerà infatti ad aumentare, rendendo queste infrastrutture sempre più strategiche. La questione non è quindi se il Piemonte ospiterà nuovi data center, ma con quali regole. Una pianificazione regionale può consentire di trasformare questi investimenti in un'opportunità di sviluppo sostenibile, evitando che le decisioni vengano affrontate caso per caso dai singoli Comuni e garantendo un equilibrio tra innovazione tecnologica, tutela dell'ambiente, sicurezza energetica e interesse pubblico.
Dunque, la sfida sarà trovare il punto di equilibrio tra due esigenze entrambe decisive per il futuro: sostenere la crescita dell'economia digitale e assicurare che il suo costo ambientale, energetico e sociale rimanga compatibile con gli obiettivi della transizione ecologica e con le aspettative delle comunità locali.
Note
[1]Secondo European Innovation Scoreboard 2026 della Commissione europea, l’Italia si pone al 13° posto tra i 27 Stati membri con un indice pari al 96,2% della media Ue per l'innovazione. Il Paese comunque mostra alcuni punti di forza, in primis per l’adozione del cloud computing da parte delle imprese, ma permangono però le criticità strutturali: siamo appena al 26° posto per quota di laureati nella popolazione, al 25° per numero di specialisti Ict e 24° per accesso alla banda larga ad alta velocità. In Innovazione, le pagelle Ue: l’Italia cresce ma resta a metà classifica - Il Sole 24 ORE











































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