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La NATO, Erdogan e la diplomazia con il colpo in canna

di Alberto Scafella


La diplomazia internazionale è un mondo meraviglioso. Un luogo dove tutti parlano di pace, stabilità e dialogo, ma dove nessuno dimentica mai di ricordare, con grande eleganza, che dietro ogni parola esiste un rapporto di forza.

Così può accadere che, in Turchia, durante un grande appuntamento internazionale della Nato dedicato alla sicurezza, il regalo destinato agli ospiti non sia una penna, un libro o una raffinata produzione artigianale locale, ma un oggetto decisamente più “impegnativo”: una pistola. Un omaggio con otto colpi. Un souvenir che non corre certo il rischio di essere dimenticato in un cassetto.

In Europa qualcuno potrebbe rimanere perplesso: “Ma come? Stiamo discutendo di deterrenza, alleanze, guerre ibride e minacce globali e ci consegniamo reciprocamente armi come ricordo?”. In altre latitudini, invece, il gesto viene letto con una grammatica diversa: quella antica del rispetto tra uomini in uniforme, del riconoscimento del ruolo, della fratellanza militare.

Chi ha frequentato ambienti diplomatici e militari in Africa e in Oriente sa bene che il simbolismo del dono ha regole proprie. Un coltello, una sciabola, un’arma cerimoniale non sono necessariamente un invito all’uso, ma un linguaggio di prestigio e appartenenza. Una tradizione che agli occhi occidentali può apparire curiosa, ma che affonda le radici nella storia dei rapporti tra eserciti e istituzioni.

Il problema nasce quando questi mondi si incontrano. Perché una pistola può essere un simbolo di amicizia per qualcuno e un’immagine politicamente imbarazzante per qualcun altro.

Il presidente Erdogan, del resto, conosce perfettamente il valore della comunicazione simbolica. La politica internazionale è anche scenografia: bandiere, strette di mano, fotografie e gesti studiati. Ogni dettaglio manda un messaggio. E quale messaggio più chiaro di un’arma consegnata in un vertice sulla sicurezza?

È quasi una metafora perfetta del nostro tempo: tutti invocano il disarmo morale, ma nessuno vuole rinunciare al proprio arsenale. Si parla di dialogo, ma si negozia con la consapevolezza che il potere militare resta il vero ultimo argomento delle relazioni tra Stati. E in Turchia, la storia moderna si coniuga con le forze armate, forza di privilegio da Ataturk in avanti.

Resta solo da aggiornare il protocollo diplomatico. Dopo “scambio di cortesie tra delegazioni”, forse bisognerà aggiungere una nuova voce: “verifica del bagaglio prima del rientro”.

Perché nel grande teatro della geopolitica moderna anche un regalo può diventare un messaggio. E qualche volta il messaggio arriva con otto colpi.

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