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Da protagonisti a “ultimi”: che futuro vogliamo?

Aggiornamento: 17 giu

di Luca Caci


Ogniqualvolta si vota nel Belpaese, mi rendo disponibile per fare il Presidente di Seggio. E la maggior parte dei giovani che incontro nelle giornate passate in quelle aule scolastiche trasformate in momento democratico sono quelli che vengono nominati come scrutatori (anche se, quest’anno, mancavano pure quelli). Poi, basta o quasi.

Quest’anno, nella nostra Sezione torinese, su 400 votanti gli under 30 saranno stati una decina. Leggere i dati sull’astensionismo giovanile è deprimente, ma toccarlo con mano, nei seggi, diventa sconfortante.

Un signore classe 1931 mi ha chiesto in quanti giovani fossero venuti a votare. Gli ho risposto: “pochi” e lui mi ha chiesto: “che cosa pretendete dal futuro, allora?”.

Mi ha fatto riflettere quel signore. Era lì, davanti a me, con due bastoni. Ho pensato, senza per questo scivolare nel sentimentalismo: “chissà quanta fatica avrà fatto per venire fino al seggio e per salire le scale” (seppure supportato da due agenti di Polizia che si sono prestati, con abnegazione, aiutando chiunque ne avesse bisogno). Senza considerare che poi si è messo a piovere e il signore, 93 anni, è dovuto tornare a casa senza potersi proteggere con un ombrello (che non avrebbe potuto portarsi dietro visto che aveva già due bastoni).

Che razza di generazione siamo… Di fronte a chi ha contribuito (nel bene e nel male) a costruire questo Paese, noi giovani cosa facciamo? Nulla.

Eppure, i giovani sono sempre stati protagonisti della storia, basti pensare agli studenti che presero le armi nelle guerre risorgimentali, ai ragazzi del '99 durante la Grande Guerra, agli imberbi partigiani capaci di battersi contro i nazifascisti e di morire per la libertà, ai martiri come Jan Palach a Praga nel '68 o a chi si pose fieramente contro i carri armati in Piazza Tienanmen, a Pechino. Giovani che hanno scritto pagine memorabili di storia. E noi? Come potremo poi lamentarci se poi le pagine dell'oggi non saranno di nostro gradimento?

Fin qui, però, non penso di aver affermato nulla di nuovo e, quindi, mi sarei anche potuto risparmiare l’ennesimo articolo sulla disaffezione giovanile nei confronti della politica.

Però, stamattina, ho cambiato idea. Verso le otto stavo andando in Università e passando nei pressi dello Stadio Grande Torino, in corso Giovanni Agnelli, ho visto una distesa di tende accalcate sui marciapiedi. Visto che non avevo idea di quale fosse il motivo di tanta ressa ho provato a cercare su internet se, nell’imminenza, ci fosse qualche evento di portata internazionale nella mia città. Ho così scoperto che il motivo per cui tutti quei giovani se ne stavano lì, in coda: il concerto di Ultimo.

Mancavano 8 ore all’apertura dei cancelli. E 13 ore all’inizio del concerto. Eppure era pieno di giovani in coda.

Alle tredici, tornando a casa, ho appurato che la coda era divenuta decisamente più lunga, nonostante si fosse messo a piovere.

Vedendo queste scene ho sentito la necessità di mettere nero su bianco queste righe per condividere con i lettori un interrogativo. Perché i giovani sono disposti al “sacrificio” di mettersi in coda, di notte, in tenda, al freddo, sotto la pioggia, aspettando ore per fare un qualcosa che non cambierà le loro vite (con tutto il rispetto per il concerto di Ultimo, ma farsi un paio di selfie in mezzo ad un mare di gente non penso sia così determinante) e al contempo non riescono a trovare 10 minuti per andare a votare? Bastavano 10 minuti, visto che di coda, ai Seggi, non se n’è vista… Eppure investire quei 10 minuti sarebbe stato determinante per il futuro di tutti e, soprattutto, per il futuro dei giovani. Com'è possibile che le giovani generazioni non sentano la necessità di impugnare una matita per scrivere il loro futuro? Perché, invece, sentono il bisogno di presenziare ad un concerto?

Molti giovani risponderebbero: “tanto il mio voto non cambia niente”. Provocatoriamente (perché sono conscio che ci sono giovani “validi” e so che generalizzare corrisponde a banalizzare) mi verrebbe da ribattere: “nemmeno la tua presenza al concerto cambia niente, ma non per questo hai deciso di non andarci”.

Allora, decidiamo di essere protagonisti. Non accontentiamoci di essere gli “ultimi” ad avere voce in capitolo. Perché solo se ci rassegneremo davvero a quest’idea, di essere gli “ultimi”, riusciremo ad esserlo per davvero.

 

 

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