Da Alden Biesen piccoli passi avanti per la nuova Europa
- Stefano Rossi
- 18 ore fa
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Aggiornamento: 1 ora fa
di Stefano Rossi

Al “ritiro informale” di ieri, 12 febbraio, convocato dal Presidente del Consiglio Europeo (il socialista portoghese Antonio Costa) al castello di Alden Biesen, in Belgio, si sono riuniti tutti i capi di Stato e di governo, con l’aggiunta di due ospiti d’onore: Enrico Letta e Mario Draghi.[1]
L’incontro è stato pensato proprio per fare il punto sulla realizzazione dei rapporti scritti da Letta e da Draghi su incarico della Commissione europea, e pubblicati l’uno subito prima e l’altro subito dopo le elezioni europee del 2024.
Il Rapporto Letta (aprile 2024, “Much more than a market”) riguarda il Mercato Unico e punta a modernizzarlo per renderlo più integrato e competitivo. Propone alcune iniziative concrete quali la creazione di un 28° regime per le società europee, una “quinta libertà” dedicata a ricerca, innovazione ed educazione, una forte spinta alla mobilitazione degli investimenti pubblici e privati, e un rafforzamento dell’unione dei capitali per finanziare la transizione verde e digitale, la difesa europea e l’allargamento.
Il Rapporto Draghi (settembre 2024) si concentra invece sulla competitività europea e sul superamento del divario con Stati Uniti e Cina. Più ambizioso e visionario del primo, invoca massicci investimenti annuali (circa il 4-5% del PIL UE), completamento della Capital Markets Union, politiche industriali più coordinate, riforme regolatorie e infrastrutture energetiche integrate.
Il merito dei due Rapporti è che hanno individuato quello che serve all’Europa, ma anche tenuto in considerazione che cosa l’Europa è oggi, quali sono i suoi equilibri politici e istituzionali, quali i limiti della sua azione. E hanno quindi indicato che cosa si può effettivamente raggiungere sulla base dell’attuale quadro politico e istituzionale, chiarendo che quella è la direzione da percorrere.
Se non si avanza, a rischio disgregazione
Siamo infatti in un momento storico in cui le illusioni non sono più ammesse: la necessità di un’Europa libera e unita è avvertita con forza dai cittadini, ma allo stesso tempo sono tanti gli ostacoli a una maggiore unità politica. E il fallimento ad avanzare oggi può significare la totale disgregazione dell’Unione europea, stretta tra potenze nucleari aggressive e votate al nazionalismo più radicale e pericoloso, quello imperialista e bellicista, che ha già travolto il mondo nel secolo scorso. Il senso di urgenza e di gravità, paradossalmente, rende necessario ragionare con maggiore pragmatismo nel breve periodo, e considerare le visioni più ambiziose un obiettivo di medio-lungo periodo.
Lo stesso Draghi imposta in questo modo il suo Rapporto e gli interventi pubblici degli ultimi mesi: è necessaria una riforma istituzionale complessiva dell’Unione, tale da farne uno stato federale; ma non essendoci i presupposti politici (e neppure il tempo) per un risultato così ambizioso, diventa indispensabile andare avanti dove si può e con chi si può, per salvare l’Europa e costruire le condizioni per un futuro passo costituente federale. È quello che Draghi ha felicemente definito il “federalismo pragmatico”.
Come ha osservato Jürgen Habermas in un articolo ripreso su queste colonne, “At the end of a politically rather favored life, the nevertheless imploring conclusion does not come easily to me: The further political integration of at least the core of the European Union has never been as vital to our survival as it is today. And never so improbable / Alla fine di una vita politicamente piuttosto privilegiata, la conclusione – pur implorante – non mi viene facile: l’ulteriore integrazione politica almeno del nucleo dell’Unione europea non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come oggi. E mai così improbabile.”[1]
Di fronte a uno scenario di tale gravità, a una tale divaricazione tra ciò che è necessario e ciò che è possibile, i leader europei continuano a muoversi con grande – spesso eccessiva – prudenza: questo garantisce di evitare strappi o passaggi divisivi che potrebbero avere conseguenze negative, ma allo stesso tempo è legittimo chiedersi se questa prudenza e mancanza di ambizione sia un atteggiamento sostenibile nel mondo caotico che all’Europa è imposto.
Il 2026, anno di svolta
È un’Europa lenta, ma prevedibile e leale (“for sure”), quella raccontata da Macron a Davos, che al ritiro di ieri ha assunto decisioni pragmatiche. I leader hanno convenuto di accelerare sui tre punti proposti da Enrico Letta come priorità per i prossimi mesi: ridurre gli ostacoli burocratici europei e nazionali che indeboliscono il mercato unico; costruire il 28° regime per favorire la crescita delle imprese europee; completare il mercato dei risparmi e degli investimenti per mobilitare i capitali privati; costruire un mercato unico dell’energia, per ridurre il costo dell’energia che famiglie e imprese si trovano a pagare in Europa; favorire la transizione digitale e investire nelle tecnologie innovative europee. Tutto questo, con una roadmap e tempistiche abbastanza stringenti, che facciano del 2026 un anno di svolta su questi temi.
C’è chi ha notato l’assenza delle proposte di Draghi dalle dichiarazioni all’esito del vertice di ieri. Segno che, probabilmente, le sue iniziative sono considerate ancora troppo ambiziose e divisive dai leader nazionali. Ad esempio non si è arrivati a un accordo sul debito comune europeo, tema che è tornato alla ribalta in questi mesi non solo per finanziare beni pubblici europei di larga scala (difesa, digitale, green), ma anche per creare il “safe asset europeo”, ossia un “bond” europeo che sia emesso in modo permanente, ricorrente e in volume sufficiente da renderlo attraente per gli investitori che vogliono uscire dal dollaro.
Fumo negli occhi per la Germania, che in passato è sempre stata (quasi sempre) in grado di evitare prospettive di questo tipo, considerate un tabù politico e culturale per il mondo tedesco. Ma se andare avanti insieme è preferibile, è accettabile stare fermi perché non tutti vogliono farlo? Quando si fece la moneta unica, il Regno Unito, che in ambito monetario era una potenza, rimase fuori. Oggi è il momento di lasciare indietro la Germania per salvare l’Europa? I governi di Italia, Francia e Spagna se lo stanno chiedendo.[2]
Note
[1] La dichiarazione del presidente Antonio Costa: Oggi i Leader hanno tenuto un brainstorming strategico sulla competitività dell'Europa. Su come costruire un'economia più competitiva e resiliente che promuova la nostra prosperità, crei posti di lavoro di alta qualità e garantisca l'accessibilità economica. Le discussioni di oggi ad Alden Biesen hanno portato nuova energia e un senso condiviso di urgenza attorno a quell'obiettivo. E, cosa più importante, oggi abbiamo spianato la strada per concordare azioni concrete nel Consiglio Europeo di marzo.
[...] Infine, non c'è dubbio: l'Europa manca di investimenti. Non ci sarà competitività senza ulteriori investimenti. Oggi il nostro focus era principalmente su come mobilitare gli investimenti privati e sono stato lieto di sentire un sostegno unanime per accelerare la Savings and Investment Union. L'Europa ha bisogno di un sistema finanziario unico ed efficiente, che possa trasformare meglio i risparmi europei in investimenti in Europa. Ma anche gli investimenti pubblici avranno un ruolo decisivo. E qui dobbiamo avere una conversazione sul ruolo degli strumenti europei, nel contesto delle negoziazioni sul MFF.
Permettetemi di concludere ricordando gli obiettivi finali di tutti i nostri sforzi: crescita economica innovazione industriale; lavori di qualità; accessibilità. Ora trasformeremo i risultati delle discussioni di oggi in impegni concreti e tempistiche al Consiglio Europeo di marzo. Dopo di ciò, ci concentreremo sulla consegna. E lasciatemi essere chiaro: nel 2026, l'Europa garantirà. Abbiamo fatto la difesa l'anno scorso, e la competitività quest'anno.
[2] https://www.laportadivetro.com/post/habermas-l-ultimo-intellettuale-in-un-europa-priva-di-visione
[3] Su questo tema il Movimento Federalista Europeo di Torino, in via Michele Schina 26, ha organizzato per il prossimo giovedì 19 alle 18 un dibattito cui sono invitati i lettori e i soci de La Porta di Vetro.













































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