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Condizionatori e condizionati: esegesi delle parole di Draghi


di Mauro Nebiolo Vietti


Di recente, Mario Draghi, ha affermato che occorre scegliere tra la pace ed il condizionatore. La frase ha fatto immediatamente il giro della penisola tra numerosi punti interrogativi, da parte di chi non ha compreso, e altrettanti punti esclamativi di chi si è affrettato a manifestare il proprio assenso alla presa di posizione di palazzo Chigi. Non sono mancate però le reazioni negative e tra queste, anche quella di Massimo Cacciari che per un momento, smesso i panni di chi sostiene che la Covid-19 è un’invenzione, con la stessa lucidità ha rivolto le sue attenzioni al Presidente del Consiglio.


Effettivamente la frase da un lato ha colto gli elementi essenziali del problema, ma dall’altro la sintesi è stata così concentrata (7 parole compresi gli articoli) che molti non l’hanno capita ed alcuni ne hanno approfittato. Vediamo di scioglierla e portare alla luce il ragionamento. Cominciamo da un dato difficilmente controvertibile: noi, gli stati europei e gli USA (Washington invierà armi a Kiev per 800 milioni di dollari) siamo in guerra contro la Russia.


Non si tratta di una guerra con morti e feriti perché le armi offensive sono di natura finanziaria; escludendo la Russia da alcuni circuiti finanziari, impedendo l’acquisto di beni da essa provenienti e vietando la vendita di beni ai russi, l’obiettivo che ci si prefigge è lo stesso di ogni guerra: indebolire progressivamente l’avversario fino a che i danni siano tali da indurlo ad accettare le nostre condizioni.


Per ottenere il risultato è necessario tempo e questo può darcelo solo l’Ucraina che resiste, ma per resistere le truppe hanno necessità di armi e noi le stiamo fornendo, particolare non insignificante ed evidentemente finalizzato a guadagnare tempo affinché le sanzioni economiche inizino ad avere effetto. Non a tutti però è chiaro che, anche se la guerra dichiarata da noi europei è portata nel campo finanziario, avremo egualmente vittime che non moriranno, ma subiranno, in alcuni casi, danni seri e forse devastanti. Un’impresa che perde una quota importante di mercato può anche reggere, ma dovrà probabilmente ridurre il personale e quindi ecco le prime vittime.


Un razionamento di alcuni beni porterà un aumento dei prezzi e qui le vittime sono i consumatori che dovranno scegliere se subire un costo maggiore o rinunziare al bene. Un aumento della benzina in uno stato come il nostro, dove la merce si sposta su gomma e non con i treni, spingerà in alto la generalità dei prezzi ed il tasso di inflazione aumenterà ancora e qui le vittime sono un po’ tutti, ma i privilegiati saranno i pensionati ed i lavoratori a stipendio fisso.


L’energia elettrica continuerà ad aumentare e non tutti potranno utilizzare a manetta i condizionatori, come appunto ci ha spiegato il Presidente del Consiglio. Insomma la maggioranza dovrà fare qualche piccolo sacrificio, ma per alcuni è possibile che non sia modesto, ma che gli stravolga la vita.


Ma noi abbiamo leader che si sono specializzati nel dare voce agli scontenti ed è quindi possibile che in sede politica la pressione sia così forte da indurre all’abbandono delle sanzioni finanziarie; ci si intenda, formalmente queste non saranno abbandonate, ma ritoccate e modificate fino a che risulteranno innocue più o meno come siamo abituati a vedere con le strombazzate misure anti evasione fiscali che poi si riducono a cosette (difficile dimenticare quelle del governo giallo verde ove, tra tutte, è sopravvissuta soltanto la lotteria degli scontrini).


L’abbandono delle sanzioni finanziarie aprirebbe però il rischio di uno scenario molto più preoccupante per non dire spaventoso; Putin lo interpreterebbe come segno di debolezza con la conseguenza che le sue aspirazioni a ricostituire la grande Russia riprenderebbero vita e questa volta la guerra che ne seguirebbe sarebbe quella totale.

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