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Caro Draghi, la transizione ecologica non diventi uno specchietto per le allodole

Aggiornamento: 1 lug 2023

di Mercedes Bresso

Nelle discussioni sul governo Draghi si è imposto come tema strategico la creazione di un ministero per la Transizione ecologica, secondo una ben consolidata tendenza italiana a imitare ciò che succede all’estero e a puntare più sulle formule che sulle cose da fare, in base alla triste prassi delle mini interviste televisive nelle quali vengono continuamente riproposti titoli (lavoro, ambiente, sviluppo, infrastrutture, salute, istruzione, rivoluzione digitale….ecc) che evidentemente non possono che trovare tutti d’accordo, visto che l’accordo sul come realizzare un così ovvio programma viene sempre rinviato a data da destinarsi. Chi non ricorda le infinite richieste di “un nuovo modello di sviluppo” o la magica formula della “riconversione ecologica dell’economia”? Se non vogliamo che anche la Transizione ecologica diventi una delle tante formulette per affrontare solo a parole il grande tema del nostro tempo, come lottare contro il cambiamento climatico rispettando gli accordi presi a Parigi e in sede UE, e al tempo stesso riorganizzare su basi ecologicamente sostenibili la nostra economia e il nostro modo di vivere, consumare, nutrirci e muoverci, credo dovremmo definire quali concreti obiettivi deve porsi questo nuovo ministero, per ottenere dei risultati dal Recovery Fund europeo che deve essere utilizzato per quasi il 40% per la svolta verso la Green economy ma che più in generale dovrebbe essere usato tutto, in modo trasversale, per favorire un nuovo approccio al rilancio economico post Covid in chiave sostenibile. Proverò a fare una piccola lista, non esaustiva, dei temi principali da affrontare, sulla base della mia frequentazione scientifica, didattica e applicata dell’economia ecologica, il cui primo articolo risale al 1975. Ma da allora, ho visto molte, troppe, volte ripartire per poi spegnersi poco dopo, l’interesse per i temi ambientali.

Ogni progresso dell’umanità si è basato su un aumento della quantità e qualità disponibile di energia. Qui siamo di fronte a una vera transizione: il ritorno a fonti rinnovabili e l’abbandono progressivo di quelle fossili, non rinnovabili e inquinanti a causa delle emissioni di CO2 e altre sostanze in atmosfera. Compito del ministero dovrebbe essere quello di eliminare tutti i sussidi per le energie fossili, istituire la carbon tax e finanziare la produzione di energia da fonti rinnovabili scegliendo con attenzione fra le possibili opzioni, tenendo conto anche dell’inquinamento prodotto dai captori (batterie, pale eoliche, dighe, ecc.). Ma anche di finanziare la ricerca di sistemi molto promettenti come l’eolico off shore e i nuovi studi sull’utilizzo del moto ondoso (vi lavora l’Eni, ente petrolifero che va spinto, come l’Enel e le altre aziende elettriche, verso la produzione e la fornitura di sola energia rinnovabile). Questi grandi produttori devono occuparsi della fornitura di energia concentrata necessaria per molte attività, per le quali l’uso delle rinnovabili è problematico; dunque, occorrerà per ora pensare almeno all’uso dell’idrogeno come vettore di energia ad alto potenziale. C’è però una scelta da fare: l’energia per le famiglie, le Pmi, le piccole comunità, dovrebbe venire da autoproduzione, in modo da rendere questi soggetti non più acquirenti di energia per i fabbisogni base, ma produttori-utilizzatori e venditori del sovrappiù. Anche qui servono metodi di accumulo per garantire l’indipendenza, ma sono di molto minore portata. Questa, dell’indipendenza energetica delle famiglie e dei piccoli utenti è una scelta vera, che non necessariamente piacerà ai grandi produttori/venditori, ma che sarebbe un marchio politico importante del nuovo governo. E che permetterebbe di spendere bene e rapidamente le risorse disponibili. Capitolo secondo: il risparmio e l’efficienza energetica e la ristrutturazione urbana

Tutte le cose dette nel punto precedente, vanno accoppiate alle politiche per trasformare gli edifici e le abitazioni in modo che riducano i fabbisogni e siano capaci di produrre energia e calore/raffrescamento. Poiché la maggior parte dei nostri edifici è antico o risale alla grande crescita del dopoguerra, sono necessari enormi investimenti per trasformare il nostro patrimonio abitativo in case, uffici, scuole, stabilimenti, in edifici a bassi consumi energetici e autoproduttori. In questo campo molto è stato tentato ma occorre chiarezza, sistematicità, qualificazione di imprese e di artigiani nei diversi campi per evitare di importare tutto dall’estero. Soprattutto occorre risolvere i molti problemi di vincoli amministrativi e legati alle proprietà condominiali, se si vuole riprogettare le città in senso ecologico. È fondamentale affrontare con intelligenza il tema della economia circolare (che del tutto circolare non può essere, ma che così si chiama). Si tratta di progettare il bene insieme al suo rifiuto, usare con intelligenza divieti e aiuti per ridurre gli sprechi di materia ed energia dai prodotti, responsabilizzare produttori e consumatori, gestire il flusso progettazione, produzione, consumo, riciclo-rifiuto, in modo da rendere progressivamente sempre più sostenibile il ciclo di vita dei prodotti. Il tutto senza dimenticare le sostanze di rifiuto ineliminabili, quali i fanghi di depurazione, le materie prime esauste e non più riutilizzabili, le sostanze pericolose, tutte questioni che richiedono conoscenza e intelligenza e non populismo. Così come servono competenza e risorse per affrontare tutti i lasciti delle attività inquinanti del passato (e non solo). Un tema enorme è quello della riforma delle produzioni agricole. Dire biologico non basta, occorre affrontare tutti i temi legati alla qualità dei prodotti, alla loro prossimità, alla vita degli agricoltori, all’inquinamento prodotto dai macchinari agricoli, al problema del fabbisogno di forza lavoro temporanea, alla gestione del patrimonio forestale, dei parchi e riserve naturali e al rapporto con la fauna selvatica, sempre più compressa in spazi ristretti o costretta ad adattarsi alla convivenza con gli umani nelle grandi conurbazioni.


Da ultimo, soprattutto nel nostro Paese, va affrontato con sapere e risorse il tema del dissesto idrogeologico, tema molto complesso ma che era stato impostato bene con le politiche per piani di bacino, finite non si sa dove, ma soprattutto mai finanziate. Sarebbe utile riprendere quei piani, selezionare e finanziare gli interventi prioritari, ma anche creare nelle popolazioni locali una cultura capace di affrontare le questioni complesse dell’idraulica a livello di valle e di bacino, per realizzare interventi a volte anche poco costosi ma importanti per prevenire i disastri. Per la gestione idrogeologica vanno trovate fonti permanenti di finanziamento, ad esempio tramite le tariffe dell’acqua e le concessioni, per la manutenzione corrente senza la quale gli investimenti sono sprecati. Un tema enorme è la revisione di tutte le dighe, ormai invecchiate: qui le risorse potrebbero venire da un aumento della produzione elettrica dei bacini ristrutturati, perché le risorse necessarie sono imponenti. Ci sarebbero poi molti altri temi, primo fra tutto quello della creazione di una cultura condivisa sulla sostenibilità e su come va interpretata e perseguita. Che sostituisca l’infinità di sciocchezze che si leggono su questi temi. Ma avremo modo di tornarci. Per ora sarebbe sufficiente a marcare la differenza, un chiaro mandato al nuovo ministro/a sulle questioni essenziali.

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