Accise, comoda demonizzazione dell'agit-prop Giorgia Meloni
- Giancarlo Rapetti

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di Giancarlo Rapetti

Tutti ricordano lo spot un po’ tetro in cui Giorgia Meloni, allora all’opposizione, suggeriva, con messaggio subliminale, che le accise sui carburanti fossero una rapina commessa dallo Stato ai danni dei cittadini. Non solo le accise, a dire il vero, perché estesa, da Presidente del Consiglio, alla tassazione in generale, quando, nel famoso comizio a Catania, sempre ricorrendo ad artifici retorici, definiva le tasse “pizzo di Stato”.
Sarà la forza della realtà o merito del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma il programma, o la minaccia, di cancellazione delle accise non ha avuto seguito. Anzi, la necessità di tenere i conti in ordine ha determinato un ulteriore aumento della pressione fiscale complessiva. L’argomento accise è ritornato di attualità a causa dell’aumento dei prezzi industriali dei carburanti, conseguenza della guerra in Medio Oriente. Si sono levate molte invocazioni al Governo perché calmierasse i prezzi e la riduzione delle accise è sembrata la strada più immediata, suscitando, come spesso accade, una ridda di commenti disparati e contrastanti. Tralasciando le polemiche di corto respiro, val la pena di svolgere alcune riflessioni.
Le imposizioni sui carburanti
Sui carburanti gravano due imposizioni: le accise appunto, e l’IVA. Le prime sono calcolate a litro, quindi il prezzo di vendita non incide sul gettito. Anzi, potrebbe agire al contrario se la crescita del prezzo facesse diminuire i consumi: ipotesi peraltro improbabile, essendo quello dei carburanti una domanda tendenzialmente anelastica (cioè la variazione del prezzo difficilmente comporta una variazione della quantità domandata). L’IVA invece è in percentuale sul prezzo, quindi il gettito aumenta se il prezzo aumenta. Per ridurre il prezzo finale alla pompa, il Governo ha quindi deciso di ridurre (temporaneamente, si presume in attesa di tempi migliori) le accise sui carburanti.
L’idea di fondo, largamente condivisa, è che il provvedimento si finanzia da solo: l’aumento di prezzo produce un extra-gettito IVA, la corrispondente riduzione delle accise riporta il gettito alla normalità e tutti vissero felici e contenti. Tuttavia, l’assunto è debole: il provvedimento di riduzione delle accise, infatti, prevede coperture attraverso tagli (provvisori) di spese. D’altra parte sembrerebbe intuitivo: se si riduce una entrata, occorre prevedere una riduzione di spese oppure entrate alternative. Alcuni esperti però fanno leva sul concetto per l’appunto di extra-gettito: quindi il gettito copre le spese, l’extra-gettito è in più, non serve per coprire le spese e può essere restituito ai cittadini. Semplificando in sintesi: l’extra gettito derivante dall’IVA andrebbe a coprire il minor introito derivante dalla diminuzione delle accise, quindi l’incasso per lo Stato resterebbe lo stesso.
Senza addentrarsi nei meandri della contabilità pubblica, una considerazione semplice si può fare: se l’aumento del gettito, parliamo in questo caso di IVA, deriva da un aumento dei prezzi, anche la corrispondente spesa pubblica aumenta. La Pubblica Amministrazione è un consumatore finale, come le famiglie. Insomma, non esiste nessun extra-gettito, solo un gettito aumentato a fronte di costi cresciuti. Per erogare gli stessi servizi in volume, occorrono più risorse finanziarie; le quali, a loro volta, derivano dal prelievo fiscale su prezzi aumentati.
L'incidenza diversa su famiglie e imprese
Si dice tuttavia: la spesa per i carburanti incide fortemente, il prezzo eccessivo penalizza imprese e consumatori; entrambi devono essere aiutati con misure di detassazione. Le domande a questo punto sono due: se questa impostazione sia corretta, se cioè davvero l’aumento dei prezzi di mercato debba essere compensato con misure di vantaggio fiscale; in caso si risponda sì alla prima domanda, come si debba intervenire, come si debba cioè agire sulla redistribuzione del carico fiscale o sul finanziamento della spesa.
L’incidenza su imprese e famiglie, nel caso dei carburanti, è diversa. Le famiglie sono consumatori finali, i prezzi rimangano a loro carico. Per le imprese, il costo dei carburanti è una componente dei costi produttivi, che si scarica sui prezzi dei prodotti venduti. Una componente neanche troppo incidente, altrimenti Amazon non ti porterebbe a casa un pacco del valore di cinque euro.
Coinvolgendo l’intero sistema, l’aumento dei costi per i trasporti non distorce il mercato: dal punto di vista “dell’effetto di formulazione” l’imposta sui carburanti è, per le imprese, una imposta neutra, cioè non indirizza i consumi, non sposta il mercato a favore di una categoria o di un’altra, di un prodotto o di un altro. Un buon motivo per non intervenire. Restano le famiglie, per le quali ogni aumento di prezzo è una compressione del reddito, almeno fino a quando non aumentano anche salari, stipendi o pensioni.
È compito dello stato sociale garantire i redditi? Una volta si sarebbe detto di no, oggi la risposta è controversa, perché le funzioni essenziali, sicurezza-giustizia, difesa, istruzione, sanità, pensioni, sono (per ora) garantite, e allora si chiede di più. Richiesta autolesionista, perché, essendo le risorse scarse, dirottandole sui carburanti si rischia proprio di erodere i servizi pubblici universali, su cui si fonda il nostro vivere civile.
Ragionamenti complessi
D’altro canto, non si è mai sentita invocare la detassazione IVA se aumenta il prezzo del pane, un prodotto ancora più essenziale, anche se meno evocativo. Tanti anni fa Fausto Bertinotti, allora leader sindacale in servizio, aveva commentato un aumento del prezzo della benzina come penalizzante per i disoccupati. Probabilmente intendeva dire che l’aumento dei prezzi, per esempio degli alimentari, conseguente all’aumento del carburante, è maggiormente penalizzante per i redditi più bassi. Non avendolo spiegato, nell’immaginario collettivo rimane impressa l’immagine del disoccupato che, non avendo di meglio da fare per impiegare il tempo forzatamente libero, macina chilometri in auto diventando consumatore compulsivo di carburanti.
La domanda vera è un po’ più complessa e si potrebbe descrivere così: il mix della tassazione (cioè la combinazione relativa tra le diverse imposte dirette e indirette) è accettabile o dovrebbe essere modificato, a prezzi correnti e a parità di gettito? La critica rivolta alle imposte indirette in generale si concentra su due aspetti: a) colpisce le spese coperte da redditi già tassati, quindi in un certo senso è un doppione, un piovere sul bagnato; b) non rispetta l’articolo 53 della Costituzione, che recita, al secondo comma: ”Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
La contro-obiezione al punto a) non è di principio ma di fatto: è pensabile concentrare tutte le imposte solo sul reddito? Le inevitabili distorsioni (nessun sistema fiscale può essere perfetto) non troverebbero alcuna compensazione, le ”ingiustizie” sarebbero assolute e definitive. In più, va ricordato che le imposte sul reddito hanno come oggetto la ricchezza prodotta, ma esiste anche la ricchezza ferma, come gli immobili o le attività finanziarie, e la ricchezza in movimento, rappresentata dalle spese per consumi e investimenti. La ricchezza ferma è la più facilmente accertabile, quella in movimento è accertabile con qualche difficoltà, quella prodotta è la più difficile da accertare, e forse non è neanche socialmente opportuno farlo, proprio perché non vanno penalizzati il lavoro e l’impresa che, con assunzione di rischio, creano sviluppo.
Di primo acchito, il punto b) sembrerebbe più solido: le imposte indirette, per loro natura, non possono essere progressive. Sempre di questi giorni, qualcuno si è spinto a dire che le accise sui carburanti sono addirittura regressive, perché incidono di più, di fatto, sui meno abbienti. Mettendola così, vale per tutto, anche l’IVA sul pane incide di più sui “meno abbienti”. Comunque sì, le imposte indirette non sono progressive, sono proporzionali.
Le preoccupazioni dei Padri Costituenti
L’ossessione per il citato secondo comma dell’articolo 53 fa spesso dimenticare il primo: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.
All’esegesi letterale, si rileva che il primo comma, la proporzionalità, è un precetto; mentre il secondo comma, la progressività, è un criterio informativo. Nell’affermare il principio della progressività, i padri costituenti si rendevano conto che è difficile da applicare in concreto. Prendiamo il caso di due soggetti con lo stesso reddito di fatto: ma il soggetto A ha tutti i redditi concentrati sul suo nome, il soggetto B è riuscito a frazionare il totale fra tre soggetti formalmente diversi. Con l’imposta proporzionale i due soggetti pagherebbero le stesse imposte; con la progressiva A pagherebbe molto più di B. Non è un caso di scuola, succede spesso, c’è tutto un fiorire di meccanismi elusivi.
D’altra parte, è storia recente. Oggi si sono fatti indubbi, per quanto insufficienti, progressi nei meccanismi di accertamento dei redditi; ma, fino a qualche anno o decennio or sono, faceva notizia che certe categorie socialmente considerate benestanti dichiarassero redditi irrisori o inferiori a quelli dei propri dipendenti. L’ossessione della progressività produceva, e in parte produce ancora, un effetto regressivo, quindi ben vengano le imposte proporzionali.
Al dunque: le imposte sui carburanti sono davvero eccessive, come molti pensano? Prendiamo le previsioni assestate del bilancio dello Stato 2025: la cifra assoluta è importante, circa 26 miliardi di euro all’anno. Ma il totale delle entrate tributarie è di circa 652 miliardi. L’IVA, 206. L’Irpef, 245. Guardando i numeri, ci sarebbe spazio per spostare (spostare, non aggiungere!) gettito da una imposta distorcente come l’IRPEF, il cui carico principale ricade su di una parte limitata della popolazione, il ceto medio e medio-alto, alle accise sui carburanti, che si distribuiscono su tutti in modo proporzionale e, quindi, a conti fatti, sono meno impattanti.
I tre principi di Adam Smith
Naturalmente il quantum di tale spostamento dovrebbe essere calcolato tenendo conto di molti fattori e nel rispetto delle regole di armonizzazione fiscale in sede di Unione Europea. Ma in linea di principio è un assunto sostenibile, considerando che le vituperate accise (che sono rapportate ai volumi), al contrario di altre imposte più paludate, rispettano i tre principi dell’imposta secondo Adam Smith: facile da accertare, facile da pagare, facile da riscuotere. E, in termini di equità, il gettito delle accise è proporzionale ai consumi: i quali, nel caso delle famiglie, sono proporzionali al reddito e, nel caso delle imprese, hanno un “effetto di formulazione” praticamente nullo, come prima si diceva. Con l’eccezione dell’agricoltura, in cui i carburanti costituiscono un costo di produzione di prodotti che devono confrontarsi anche con la concorrenza estera: ma in questo caso esistono già delle misure di sussidio derivanti dalle politiche di sostegno di settore.
Naturalmente una scelta del genere, spostare (spostare!) tassazione dai redditi alle accise, o al valore degli immobili, troverebbe l’ostilità di tutti coloro che nel mondo delle imposte sul reddito riescono a eludere, o evadere, o destreggiarsi, mentre alla pompa (o al catasto) non lo potrebbero fare. Per paradosso, incontrerebbe l’ostilità anche di coloro che ne sarebbero beneficiati, per l’effetto psicologico derivante dai diversi modi di riscossione. Il lavoratore dipendente riceve il netto come retribuzione e quindi non sente quanto versa di IRPEF, mentre paga sul momento la benzina, e quindi si rende conto dell’esborso. La differenza tra realtà e percezione è un meccanismo antico, ben presente ai padri costituenti: non è un caso che l’articolo 75 della Costituzione vieti il referendum abrogativo per le “leggi tributarie”. Per la natura umana, le tasse buone sono solo quelle che pagano gli altri.
In conclusione: le accise sono una imposta equa, neutra rispetto all’economia reale, efficiente perché facile da pagare e facile da riscuotere, proporzionata ai consumi e quindi al reddito. Non meritano la cattiva fama di cui sono circondate e che, forse, è costruita ad arte da chi da un mix fiscale più equo e più efficiente non avrebbe da guadagnare.













































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