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L'Editoriale della Domenica. L’urlo muto della solitudine


di Anna Desanso


L’aggressione alla prof.ssa Chiara Mocchi del 25 marzo 2026 all’Istituto comprensivo Leonardo da Vinci di Trescore Balneario (Bergamo) è uno spartiacque, uno di quei fatti che costringono a guardarci dentro. Non è accaduto all’improvviso e pensarlo significa non comprendere davvero ciò che è successo. Un ragazzo di 13 anni entra a scuola con un coltello, una docente viene ricoverata in ospedale e, come sempre, ci ritroviamo a parlarne solo dopo, quando ormai il peggio è accaduto. Ma la verità è un’altra: i segnali non iniziano quella mattina un quarto alle otto. Sono cominciati molto prima, nei cambiamenti silenziosi, nelle relazioni che si incrinano, nelle fragilità che nessuno ha visto o che non siamo stati in grado di sostenere. E allora la domanda che dobbiamo farci è semplice e scomoda: che cosa ci siamo persi lungo il percorso che ha portato a quel gesto?

 

Quando la sicurezza sostituisce l’educazione

Da anni ormai è evidente: la scuola ha smesso di essere una priorità. Lo si vede nelle scelte politiche, nei tagli continui, nella mancanza di investimenti strutturali e nell’assenza totale di una visione a lungo termine. Quando fatti di questo tipo irrompono nel nostro quotidiano, la prima reazione è quella del pugno duro: si invoca un inasprimento delle pene, si pretende che i docenti diventino vigilantes e tutto finisce per essere affrontato secondo una logica emergenziale di breve respiro.

Immediato sorge il confronto con il sistema scolastico statunitense che, già nel 1999, introdusse i metal detector come risposta rapida alle crescenti preoccupazioni legate alla violenza nelle scuole. All’epoca si pensava che tali strumenti potessero rappresentare una barriera fisica capace di prevenire l’ingresso di armi e rassicurare la comunità educante. Tuttavia, fin da subito emersero rilevanti criticità di natura pedagogica: trasformare l’ambiente scolastico in uno spazio improntato al controllo e alla sorveglianza rischiava di indebolire il senso di fiducia e di appartenenza degli studenti. Oggi, queste criticità riaffiorano con forza, confermate dal diffuso senso di precarietà che si vive all’interno delle scuole e dalla consapevolezza che le risposte puramente tecniche non possono sostituire una visione educativa più profonda e condivisa.

 

L’elefante nella stanza

La preadolescenza è un’età in cui il cervello emotivo prevale su quello cognitivo, portando molti ragazzi ad agire impulsivamente, senza riuscire a valutare conseguenze e responsabilità. La maturità cognitiva cresce lentamente e richiede tutto il percorso adolescenziale, motivo per cui questa fase avrebbe bisogno di ambienti educativi capaci di sostenere la regolazione emotiva e orientare i giovani verso scelte responsabili. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, tale bisogno si è scontrato con un contesto in cui gli adulti sono spesso assenti o poco autorevoli e in cui l’immaginario digitale espone i minori a videogiochi violenti, musica aggressiva e contenuti estremi. Questo scenario non solo amplifica l’impulsività, ma alimenta anche forme di disagio adolescenziale, contribuendo a un aumento di ansia, insicurezza e vulnerabilità emotiva, che in alcuni casi possono sfociare in veri e propri sintomi depressivi.

In un cervello ancora immaturo, modelli culturali poveri o distruttivi possono favorire la percezione di onnipotenza e indebolire la capacità di distinguere tra ciò che si sente e ciò che è giusto fare, rendendo la violenza più attraente di percorsi culturali e relazionali sani. Così, mentre cresce la fragilità emotiva e diminuisce l’accesso a modelli positivi, alcuni ragazzi finiscono per compiere gesti impulsivi o aggressivi per poi crollare emotivamente, quando la realtà li costringe a confrontarsi con ciò che hanno fatto. È in questo intreccio di immaturità neurobiologica, solitudine educativa e saturazione digitale che si annida l’elefante nella stanza: un disagio profondo che spesso non vediamo, ma che attraversa le nuove generazioni e chiede adulti presenti, cultura, parole e spazi educativi capaci di restituire ai ragazzi la possibilità di crescere senza smarrirsi.

 

Un esempio virtuoso

La cultura può diventare metodo di prevenzione? La mia risposta ha preso forma dopo aver visto un servizio sulla Rai che raccontava il protocollo Pre‑Texts, un approccio pedagogico ideato da Doris Sommer (Harvard University) capace di trasformare l’esperienza culturale in uno strumento di benessere e partecipazione. In Italia, questo metodo è sviluppato con particolare impegno dall’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti‑Pescara, dove il Centro BACH (Biobehavioral Arts and Culture for Health, Sustainability and Social Cohesion), guidato dal professor Pier Luigi Sacco, lo applica in scuole, carceri, ospedali e altri contesti educativi e sociali, collaborando direttamente con Harvard per la formazione e la ricerca. L’efficacia di Pre‑Texts come supporto al benessere mentale è confermata anche da studi internazionali, come la ricerca condotta in Kenya insieme a Harvard, allo Shamiri Institute e all’Università di Nairobi, che ha evidenziato una significativa riduzione dei sintomi ansioso‑depressivi negli adolescenti coinvolti. Il valore di questo lavoro è riconosciuto anche a livello nazionale e il sito ufficiale del Centro BACH, consultabile all’indirizzo https://www.unich.it/ateneo/sedi-centri-e-strutture/centri-di-ateneo-e-interdipartimentali/bach, documenta le iniziative e i progetti in corso. Pre‑Texts dimostra come un semplice testo — letterario, artistico o culturale — possa diventare il punto di partenza per attivare creatività, pensiero critico, cooperazione ed espressione emotiva, offrendo un modello pedagogico innovativo che meriterebbe di essere adottato più ampiamente nelle nostre scuole e comunità.

 

Il compito educativo che non possiamo eludere

Come docente, ciò che più mi colpisce di fronte a episodi tanto dolorosi è la consapevolezza che, ancora una volta, arriviamo sempre dopo. Non perché non avessimo visto, i segnali c’erano, ma spesso non abbiamo il tempo, gli strumenti e la possibilità d’intervenire concretamente. Ogni giorno entriamo in classe sapendo che l’educazione non coincide con il solo programma disciplinare, accanto ai contenuti, ci viene chiesto di accogliere fragilità, contenere emozioni, ricostruire legami. Eppure, troppo spesso questo compito immenso ricade sulle spalle della scuola sola, mentre il suo ruolo viene indebolito da tagli, precarietà e da una crescente distanza tra adulti e giovani. L’episodio di Trescore Balneario ci chiede un passo indietro — per osservare la radice profonda del disagio — e un passo avanti — per immaginare un futuro diverso. Nessuna misura di sicurezza, nessun metal detector, nessun irrigidimento delle regole potrà sostituire il lavoro educativo mancato. Perché la prevenzione non nasce dalla paura, ma dalla cura.

 

Orizzonti futuri

La scuola che immagino, e che dovremmo immaginare come comunità, non è una fortezza, ma un luogo aperto, un laboratorio di umanità in cui la cultura restituisce ai ragazzi la possibilità di riconoscersi, raccontarsi, crescere. Esperienze come Pre‑Texts ci ricordano che esiste un altro modo di educare: coinvolgente, creativo, profondamente umano. Mostrano che la cultura, quando diventa pratica vissuta e condivisa, può davvero prevenire il disagio e generare benessere. Ma perché ciò accada, serve un’alleanza forte: tra scuola, famiglie, istituzioni, comunità. Non possiamo lasciare che i nostri giovani nuotino soli in un mare di solitudine digitale, modelli distorti e assenze affettive. Come docente, so che il nostro compito è restituire ai ragazzi non solo conoscenze, ma accompagnamento, parole, sguardi. Perché ogni volta che un ragazzo arriva a compiere un gesto estremo, non si incrina solo la sua storia individuale, si incrina la nostra responsabilità collettiva. E quella responsabilità, oggi più che mai, chiede di essere condivisa, rafforzata e rinnovata.

 

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