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Quello che resta della Lega di Bossi... poco più che il nome

di Michele Sabatino

Pubblico dominio-Wikipedia
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Sul movimento creato da Umberto Bossi è necessario condurre un’analisi equilibrata, capace di andare oltre le posizioni gridate che spesso impediscono di cogliere fino in fondo il fenomeno che lo ha animato. In una prima fase, Bossi si dichiarava apertamente antifascista e richiamava il valore della Resistenza, sostenendo che fosse stata tradita da quelli che definiva i “politicanti della Prima Repubblica”. Non a caso affermava: “Mai con i nipotini dei fascisti”, segnando una distanza netta da quell’area politica.

Allo stesso tempo, pur senza esplicitarlo compiutamente, nelle sue denunce contro la corruzione e il malaffare emergeva una certa affinità con il pensiero di Enrico Berlinguer, soprattutto nel richiamo alla “questione morale” e per i suoi trascorsi di iniziale vicinanza politica al Pci. Tuttavia, è importante sottolineare la profonda differenza nel modo di condurre questa denuncia.

Berlinguer parlava con sobrietà istituzionale, con toni misurati ma estremamente fermi, riproponendo la responsabilità etica della politica e la necessità di restituirle dignità: una denuncia severa, ma sempre sorretta da un linguaggio rispettoso verso gli avversari e da una visione alta delle istituzioni.

Bossi, al contrario, traduceva quella stessa critica in una forma comunicativa aggressiva e semplificata, fatta di slogan e attacchi diretti. Il suo “Roma ladrona”, con l’accusa di “rubare al Nord per mantenere sprechi e privilegi”, risultava molto più immediato ed efficace, in un ampio segmento di elettorato sul piano del consenso, ma anche più divisivo e meno attento alla complessità del sistema politico.

Queste posizioni si accompagnavano a forti proclami secessionisti e a una retorica che esaltava la presunta superiorità economica, sociale e culturale del Nord. Celebri gli slogan “Padania libera” e l’idea di “trattenere al Nord le risorse lì prodotte, stampando una propria moneta”. Un linguaggio, troppo spesso sopra le righe, che trovò particolare diffusione nel Nord-Est e assunse toni arroganti, offensivi e inaccettabili, soprattutto nei confronti dei meridionali e della capitale.

Si trattava di una strategia comunicativa che, pur con contenuti diversi, sarebbe riemersa anni dopo anche nel linguaggio di Beppe Grillo: diretto, dissacrante, volutamente provocatorio verso la politica tradizionale.

Con il tempo, però, la linea di Bossi cambiò. La necessità di partecipare al governo portò la Lega ad allearsi con Silvio Berlusconi e con quelle stesse forze politiche che in precedenza aveva duramente contestato. Una svolta che contraddiceva dichiarazioni come “mai con i nipotini dei fascisti” e segnava il passaggio dalla protesta al compromesso per il potere.

Un’evoluzione simile, per certi versi, si è vista anche nel Movimento 5 Stelle, passato da slogan come “uno vale uno”, “mai alleanze con i partiti” e dal “vaffa…” alla partecipazione diretta al governo, anche in alleanza con la Lega stessa. Oggi, sotto la guida di Giuseppe Conte, il Movimento si colloca apertamente nell’area progressista.

La Lega attuale, tuttavia, è profondamente diversa da quella originaria. Con Matteo Salvini si è assistito a un cambio di paradigma: dalla Lega nordista e secessionista alla Lega nazionale e sovranista. Se Bossi costruiva il proprio consenso contrapponendo il Nord al Sud, e invocando l’autonomia territoriale, Salvini ha progressivamente abbandonato la retorica della “Padania” per parlare a tutto il Paese, spostando il baricentro su temi come immigrazione, sicurezza e identità nazionale.

Emergono qui alcune contraddizioni evidenti. La Lega di Bossi nasceva come forza anti-centralista e anti-sistema; quella di Salvini si propone come partito nazionale, pienamente inserito nelle dinamiche della destra europea. Bossi attaccava “Roma ladrona” come simbolo del potere centrale; Salvini ha cercato e gestito quel centro di potere, puntando a guidare l’intero Paese. L’originaria diffidenza verso le alleanze “romane” ha lasciato spazio a una pratica politica molto più pragmatica, meno identitaria sul piano territoriale e più orientata al consenso nazionale. Da qui una riflessione finale: con la Lega di oggi, per il fronte progressista, non mi pare ci siano spazi nemmeno per un confronto politico reale.

Tornando a Bossi, resta una figura complessa, legata a una precisa fase storica. È riduttivo fermarsi a ciò che gridava a Pontida. Non può essere ricordato soltanto per gli insulti, pur deprecabili, che hanno caratterizzato il suo linguaggio. Va invece interpretato anche alla luce di quei principi originari – dal fermo richiamo antifascista, alla critica alla corruzione, alla richiesta di maggiore autonomia - che egli stesso, nel tempo, ha finito per contraddire, aprendo la strada a una trasformazione del suo movimento che oggi lo rende, per molti aspetti, quasi irriconoscibile rispetto alle origini.


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