Le coltellate alla prof. e quelle "inferte" alla vita del ragazzo
- Aida dell'Oglio
- 21 ore fa
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Aggiornamento: 14 minuti fa
di Aida dell'Oglio

Il caso del ragazzo della provincia di Bergamo che ha ferito con un coltello la professoressa di francese, al punto da ridurla in fin di vita, è talmente grave che non lo si può chiudere con le solite invocazioni di pene più severe, e tutte le varie considerazioni che, sul momento, abbiamo sentito esprimere , sia dalle persone comuni che da taluni esponenti politici, che chiedono l'abbassamento dell'età punibile, come se questo bastasse ad affrontare e risolvere un problema che ha radici ben più profonde.
È d'obbligo una riflessione seria su quanto sta accadendo nella nostra società e, conseguentemente nella scuola, che della società è una parte assai importante. Mi piacerebbe almeno che così fosse. Io ne sono fuori da alcuni decenni, ma, per una sorta di deformazione professionale, o perché è impossibile staccarsi definitivamente da una parte così importante della propria vita, vissuta, finché ho insegnato, con tutte le mie risorse umane, psicologiche, professionali, ne seguo ancora le vicende, leggo ancora libri che si occupano di educazione e di formazione dei “maestri”, come li definisce nei suoi saggi Massimo Recalcati; cito soltanto alcuni dei più recenti: L'ora di lezione, La luce e l'onda, che ha come sottotitolo: Cosa significa insegnare. E poi mi occupo, seguendoli negli studi, di alcuni giovani ragazzi, miei familiari, dai quali apprendo notizie sulla scuola odierna.
Non intendo assolvere o condannare alcuno, ma in tutto ciò che abbiamo potuto leggere o sentire su questa vicenda, credo che gli addetti ai lavori dai sociologi ai psicologi, esperti delle discipline didattiche, psichiatri, avrebbero molto da dire.
Fino ad oggi, invece, abbiamo ascoltato solo le voci di compagni di classe, di colleghi dell'insegnante, di gente che ha visto o... sapeva ma non ha fatto nulla. Sono convinta che questo ragazzo abbia bisogno di seri interventi di psichiatri e psicologi, che, escluse cause che possano derivare da un ambiente familiare e sociale molto degradato, vadano a studiare le ragioni profonde di uno stato psichico che giunge a sfociare nella programmazione lucida di una tale efferata violenza.
Voglio soffermarmi su alcuni dati oggettivi che emergono dalle dichiarazioni dello stesso. Un ragazzo di tredici anni che dichiara: ”Non posso più vivere una vita così”, è un ragazzo che sta soffrendo, quali che siano le ragioni di tale sofferenza. Ma lui stesso ce le indica: ingiustizia, mancanza di rispetto, banalità. E poi indica l'oggetto su cui ha deciso di intervenire: la prof. di francese. Perché proprio lei nel numero dei docenti? Ce lo dichiara lui stesso: giustifica la violenza contro di me: ingiustizia; le piace prendermi di mira; mancanza di rispetto, ma anche qualche cosa di più: “le piace”; “non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e di sofferenza, abusando del suo potere”. “La mia vita è dettata da adulti cui non importa niente di me” Qui il discorso si allarga ad un insieme di adulti, tra cui , immagino, anche quelli dell'ambiente familiare.
Il senso di impotenza che il ragazzo dichiara è quello che negli anni Ottanta, in una stagione feconda di studi sulla psicologia degli adolescenti, veniva definito “spalle al muro”, vedi Eric Berne, in “A che gioco giochiamo”, ma anche Francoise Dolto e molti altri. Senza essere psicologi o psicanalisti, da queste dichiarazioni si capisce il senso di solitudine, di disamore, la mancanza di sintonia con un ambiente nel quale i ragazzi trascorrono molte ore della propria vita, nel quale il nostro, che non è difficile immaginare non avesse in famiglia condizioni ideali di vita, non viene “visto” nel suo disagio, ma solo nella sua “non conformità” e pertanto isolato dai compagni e trascurato dall'insieme degli insegnanti, che di questo disagio non si rendono conto. Sono proprio alcuni compagni, che, intervistati, dichiarano che il ragazzo era isolato e ultimamente cercava compagnie poco ortodosse al di fuori dell'ambito scolastico. Intanto la scuola si accorgeva di tutto questo? Troppo lungo poi sarebbe il discorso sugli esempi quotidiani di violenza esibiti sui mass media e sulla facilità con cui, anche in Italia, giovani ragazzi possono procurarsi armi . È sotto gli occhi di tutti, ma alla società non sembra interessare, quali guasti può produrre su una giovane psiche la continua frequentazione con la violenza, l'indifferenza nei confronti della sofferenza generata, la mancanza di rispetto per i valori umani.
Che poi un ragazzo possa giungere a gesti estremi di violenza contro una particolare insegnante, con la quale , è evidente , non vi era alcun filing, questa parte, relativa all'incapacità del soggetto di controllare le proprie pulsioni, sarà, spero, oggetto di analisi e di cura, trattandosi di un adolescente, su cui è ancora assolutamente possibile intervenire positivamente, per permettergli di divenire un adulto consapevole di sé.
La cronaca è piena di clamorosi casi di terribili eccidi familiari, da parte di adolescenti che, tolti da un ambiente inadeguato e curati, sono diventati adulti maturi e capaci di inserirsi positivamente nella società. Vedi il caso di Doretta Graneris che, con il fidanzato, sterminò la sua intera famiglia nel 1975 o quello di Novi ligure, nel 2001, quando Erica e Omar uccisero la madre e il fratellino di lei. Mi auguro che, anche in questo caso, ci si adoperi affinché il ragazzo venga recuperato ad una vita normale e a sentimenti umani, guarendolo dalle ferite che sono state inferte alla sua psiche.
Mi si lasci dire però, che al di là dei peana innalzati dai colleghi della professoressa di francese, io auguro a questa, sapendola oramai fuori pericolo, che possa al più presto dimenticare la terribile esperienza, ma anche che sia capace di ripensare il suo rapporto con questo ragazzo e con i suoi allievi tutti.













































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