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PIANETA SICUREZZA. Una città sicura è quella in cui qualcuno ti conosce

Fuori dagli stereotipi di chi invoca il massimo controllo


di Nicola Rossiello


Quando parliamo di sicurezza pubblica, spesso ci fermiamo alle telecamere e alle pattuglie. Ma i quartieri più sicuri del mondo lo sono diventati costruendo qualcosa, non sorvegliandolo. C'è un banco di frutta all'angolo di via dei Mille, a Napoli, che è rimasto aperto anche durante il lockdown. Il titolare, Carmine, settantadue anni, conosceva per nome tutti i suoi clienti e sapeva chi aveva bisogno di qualcosa in più, chi viveva solo, chi aveva perso il lavoro. Nessun sistema di videosorveglianza avrebbe potuto fare quello che faceva lui ogni mattina, cioè tenere insieme un pezzo di città, una fetta di comunità.

Quando parliamo di sicurezza pubblica, tendiamo a ragionare per immagini già pronte che vanno dai lampioni accesi, alla polizia nelle piazze, a cancellate sui parchi. Sono misure legittime, alcune necessarie, ma c'è una parte della conversazione che continuiamo a rimandare, e riguarda il tessuto invisibile che tiene in piedi una comunità.


La paura in Italia non corrisponde ai dati statistici

La criminologia contemporanea — quella che si immerge nei dati e nelle storie — dice una cosa abbastanza chiara, ovvero che i luoghi che le persone percepiscono come sicuri non lo sono perché sono sorvegliati. Lo sono perché sono abitati, perché c'è qualcuno che li usa, che li riconosce, che si sente responsabile di quello che vi succede.

C’è una paura, in Italia, che non corrisponde ai numeri: negli ultimi vent'anni, molti reati predatori sono diminuiti, eppure la percezione di insicurezza è aumentata. Questo disallineamento non è un'anomalia, è uno dei fenomeni più documentati nella letteratura sociologica, e dice qualcosa di importante: la paura non risponde solo alle statistiche, risponde alla solitudine, alla disorganizzazione sociale, alla sensazione che nessuno guarderebbe dalla finestra se qualcosa ci capitasse. Un condominio in cui i vicini non si conoscono è oggettivamente meno sicuro di uno in cui i vicini si parlano e interagiscono tra loro, e questo non perché i residenti facciano ronde notturne, ma perché l'attenzione sociale scoraggia certi comportamenti e crea una rete informale di protezione reciproca.

Lo stesso vale per un quartiere, per una città. «La sicurezza non si costruisce con più muri. Si costruisce con più ponti»: è una frase che sembra un luogo comune, finché non vivi in un posto dove quei ponti sono stati demoliti uno per uno. Oggi noi siamo di fronte al degrado come messaggio, non come causa. Per decenni ha dominato la “teoria delle finestre rotte”, secondo la quale un quartiere degradato segnalerebbe tolleranza verso il disordine, invitando comportamenti devianti. È una teoria che ha avuto influenza enorme sulle politiche urbane, soprattutto negli anni Novanta, ma è una teoria che ha prodotto alcuni disastri, come le politiche zero tolerance che hanno criminalizzato la povertà senza intaccare le cause profonde del fenomeno.

La ricerca più recente ha raffinato il quadro. Il degrado fisico non produce criminalità in modo automatico, ma è un segnale di abbandono istituzionale, che a sua volta produce sfiducia, che a sua volta indebolisce la coesione sociale. Il problema non è la finestra rotta in sé, ma il messaggio che manda: qui nessuno si prende cura. E allora la risposta giusta non è solo riparare la finestra, ma è chiedersi perché si è rotta, chi avrebbe dovuto occuparsene, e perché non l'ha fatto. È una domanda politica, prima che tecnica. Immaginare un poliziotto per ogni condominio, il mito della sorveglianza totale, è irreale.

C'è un argomento che raramente viene esposto con chiarezza, ma che vale la pena mettere sul tavolo: non abbiamo — e non avremo mai — le risorse per sorvegliare ogni angolo di città. Non è una questione ideologica, ma aritmetica. L'Italia conta circa 8.000 comuni, milioni di condomini, decine di migliaia di strade, piazze, sottopassaggi. Le forze di polizia, pur numerose rispetto alla media europea, coprono il territorio in modo strutturalmente lacunoso, concentrato nelle ore di punta, nelle zone centrali, nei momenti di emergenza. I turni, le competenze frammentate tra polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e polizie locali, la mancanza di coordinamento tra organismi diversi — tutto questo produce una rete di vigilanza che assomiglia più a una tela bucata che a uno scudo.


Le telecamere registrano, non prevengono

C’è un nodo strutturale da affrontare. Ogni euro investito esclusivamente in presenza fisica sul territorio è un euro che insegue un modello impossibile da realizzare. La copertura totale è un'illusione costosa, che richiede risorse infinite per risultati che, in assenza di coesione sociale, restano fragili non appena la pattuglia gira l'angolo.

Le telecamere di videosorveglianza, presentate spesso come soluzione scalabile, soffrono dello stesso problema: registrano, ma non prevengono. Documentano quello che è già successo. E anche quando funzionano come deterrente, lo fanno solo nei luoghi dove sono visibili — spostando il problema altrove, non eliminandolo. Il contraltare di tutto questo è una sorveglianza digitale che porta con sé gap enormi, come i bias cognitivi inscritti negli algoritmi di riconoscimento facciale — sistemi che sbagliano in modo sistematico e non casuale, colpendo con tassi di errore sproporzionati le persone di carnagione scura, le donne, chi vive ai margini. Non è un difetto tecnico in attesa di correzione: è il riflesso fedele delle disuguaglianze presenti nei dati con cui questi sistemi sono stati addestrati. Affidare la sicurezza pubblica a strumenti che discriminano strutturalmente non è un progresso: è spostare il problema dentro la macchina, rendendolo più opaco e più difficile da contestare. Questa, tra l’altro, è un’emergenza che richiede impegno attenzione da parte di tutti i cittadini perché i governi e le Istituzioni si stanno già attrezzando in tal senso, utilizzando persino risorse esterne al perimetro di garanzia nazionale ed europeo.

Insomma, oggi non si tratta di sostenere che le forze di polizia non servano, o che la presenza dello Stato sul territorio sia irrilevante. Si tratta di riconoscere che un sistema di sicurezza costruito interamente sulla sorveglianza esterna è, per definizione, un sistema che crolla nel momento in cui nessuno guarda. E nessuno può guardare sempre.

La domanda vera non è quante pattuglie schierare, ma come costruire comunità capaci di produrre sicurezza dall'interno. Non perché sia più economico — anche se spesso lo è — ma perché è l'unico modello che regge quando la pattuglia non c'è. Che è, detto senza giri di parole, la stragrande maggioranza del tempo.

Oggi c’è chi si sente al sicuro, e chi no, pertanto la sicurezza non è distribuita in modo uniforme. Lo sa bene chi abita in certi quartieri delle periferie metropolitane, dove l'assenza di servizi, di trasporti, di luoghi di aggregazione non è un caso, ma il risultato sedimentato di scelte politiche. Lo sanno le donne, che modificano i propri tragitti e le proprie abitudini in base a calcoli di rischio che gli uomini raramente fanno. Lo sanno le persone anziane che vivono sole, i migranti che abitano zone dimenticate dalle mappe dei servizi. Parlare di sicurezza pubblica senza mettere al centro queste differenze significa parlare di una sicurezza astratta, che vale per tutti in teoria e per pochi in pratica. Significa confondere la media con la realtà vissuta.


La sicurezza pubblica è sicurezza sociale

E allora, cosa funziona, davvero? Le esperienze che funzionano, in Italia e altrove, condividono alcune caratteristiche: investono nei luoghi di incontro come biblioteche, centri culturali, spazi sportivi, mercati rionali. Riducono le distanze tra chi abita i quartieri e chi li amministra. Coinvolgono chi già opera sul territorio — assistenti sociali, insegnanti, mediatori culturali — come parte di una rete e non come operatori isolati, intrappolati nelle spire di un controllo sociale improduttivo.

La sicurezza pubblica, come sostiene il filosofo e pedagogista Guido Tallone, è “sicurezza sociale”, due parole così strettamente legate tra loro da fondersi in una sola, nuova, ma significativa, costruita sulla cura e sulla coesione, da amministrazioni e istituzioni attente ai bisogni delle persone, quale che essi siano: “Ciò che ci fa sentire sicuri è sapere che su di noi c'è uno sguardo che si prende cura della nostra vita”.

A Bologna, nel quartiere Pilastro — che negli anni Novanta era sinonimo di emergenza [1] — un lungo lavoro di rigenerazione urbana e sociale ha trasformato radicalmente la percezione del luogo, non senza contraddizioni, non senza difficoltà, ma con la consapevolezza che nessuna telecamera avrebbe fatto lo stesso lavoro.

A Torino, il programma di portierato sociale in alcuni edifici ERP ha dimostrato l'importanza della presenza di una figura di riferimento, non una guardia, ma qualcuno che conosce e si preoccupa e di ciò avviene nel corso della giornata. La Rete delle Portinerie di comunità ha ridotto effettivamente i conflitti e migliorato la qualità della vita in modo misurabile.

Serve il coraggio di adottare una politica lenta perché il problema rimane sempre lo stesso: queste iniziative richiedono tempo, e il tempo è la risorsa più difficile da spendere in politica, dove i cicli elettorali sono brevi e la visibilità è immediata. Una telecamera si inaugura, si fotografa, si annuncia, a differenza di un progetto di coesione sociale che matura in anni, cambia le traiettorie di vita in modo silenzioso, non si presta ai titoli dei giornali. Eppure è lì, in quella lentezza, che si costruisce qualcosa di duraturo. È nella scuola che tiene aperta la palestra il pomeriggio, è nel bar che diventa punto di riferimento per chi ha bisogno di parlare, è nel parco dove i bambini di quartieri diversi imparano a giocare insieme.

Carmine, il fruttivendolo di via dei Mille, non sapeva di fare prevenzione sociale. Faceva il suo lavoro, e conosceva i suoi clienti, ma in quella conoscenza — fragile, quotidiana, impossibile da misurare — c'era più sicurezza di quanta ne possa produrre un qualsiasi sistema di controllo.


Note

[1] In quel quartiere avvenne il 4 gennaio 1991 uno dei più sanguinosi fatti di sangue commessi dalla banda della cosiddetta "Uno Bianca", guidata dai fratelli Savi, che uccise in un agguato tre carabinieri: Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini.

1 commento


eunotu
un giorno fa

aggiungo:

le paure diffuse soprattutto dagli anni '90 in poi sono il risultato del devastante processo di destrutturazione economica e sociale (chiusura fabbriche, aumento enorme delle economie somerse cioè del lavoro nero, del supersfruttamento sino alle neoschiavitù e aumento enorme dell'evasione fiscale). Queste sono le vere insicurezze che affliggono la maggioranza della popolazione perché non è protetta; i luoghi e momenti di socialità e convivialità sono indeboliti o sono scomparsi (il bar dell'angolo, le case del popolo, le associazioni, le parrocchie, le sedi sindacali e dei partiti ecc.). E' questo che ha indebolito o fatto sparire la socialità e la convivialità e ha generato paure. Gli imprenditori del sicuritarismo hanno scatenato campagne allarmistiche inneggiando a più polizie, più videosorveglianza, pi…

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