"Correggere, non reprimere": l'invito di chi ferita continua a credere nella scelta pedagogica
- Guido Tallone
- 19 ore fa
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Un commento sulla lettera aperta inviata dalla professoressa Chiara Mocchi
di Guido Tallone

La Lettera aperta che la Professoressa di Bergamo ha inviato dal letto dell’ospedale in cui è ricoverata dopo essere stata ferita da un suo studente di 13 anni, - e che la Porta di Vetro ha deciso di pubblicare integralmente - è uno di quei testi che merita di essere letto. Per diversi motivi. Perché è bella e perché è stata indirizzata “agli adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà”, nessuno escluso. Anche il ragazzino che l’ha ferita è tra i destinatari di questo scritto, e questo non è poco! La lettera aperta, poi, merita di essere letta perché aiuta a pensare, a scendere in profondità e ci insegna a tenere a freno l’emotività e il pensiero semplice.
Detto in parole semplici: questo scritto ci testimonia che un altro modo di reagire a fatti di cronaca intrisi di violenza agita da bambini e da ragazzi, è possibile. Il Ministro Giuseppe Valditara ha commentato in tempo reale il grave fatto di cronaca che si è consumato nella scuola secondaria di primo grado del Bergamasco, ma non è riuscito ad uscire dalla logica repressiva che – da anni ormai – caratterizza la reazione di chi ci governa a reati o atti violenti commessi da minorenni: « «Il governo ha approvato misure per combattere la criminalità giovanile, devono essere ora rapidamente licenziate dal Parlamento. Fra breve entrerà in vigore l'assistenza psicologica per tutti nostri studenti».
Combattere la criminalità minorile, è la proposta del Ministro Valditara in risposta all’atto del tredicenne che, con un coltello da cucina, ha ferito la sua insegnante.
Impedire che questo episodio diventi un “muro” – è stata la richiesta della Prof. con la sua lettera – e un forte invito ad adoperarsi perché quanto è successo si trasformi in un “ponte” che ci aiuta, come società, a realizzare: “una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.”. Parole che ci aiutano a non dimenticare che se un ragazzino che commette reati non è perseguibile penalmente, questo non significa che chi commette reati al di sotto dei 14 anni non abbia il diritto alla correzione. La vera domanda è come costruire la giusta correzione di cui il ragazzino ha diritto. L’esperienza mi insegna che molti preadolescenti alla domanda sul perché hai commesso questa azione decisamente illegale, rispondono quasi sempre allo stesso modo: “Perché nessuno mi ha fermato”.
I nostri preadolescenti violenti sono ragazzi orfani di guide, di confini e di cure autorevoli. Sono ragazzi che cercano educatori capaci di sciogliere la rabbia che hanno dentro; ragazzini che hanno bisogno di figure complementari ai docenti per imparare a dare parola al proprio malessere interiore di cui non conoscono l’origine e che non sanno come curare; ragazzini che vorrebbero imparare a piangere prima che il loro cuore diventi insensibile al dolore e capaci di fare il male. .
Inutile lamentarsi sul livello basso di educazione dei nostri ragazzi se nessuno investe soldi e se le Istituzioni pubbliche non spendono per questa fondamentale finalità. Non è la rivisitazione del codice penale per minorenni (per inasprirlo nelle pene detentive!) lo strumento più adatto per intercettare i nostri tanti, troppi ragazzi che stanno male e che chiudono aiuto. Molto più efficace e utile investire nel mondo della scuola e nel settore dell’educazione, se vogliamo farla finita con la retorica sulla “sicurezza” (declinata sempre e solo sul versante dell’ordine pubblico), se vogliamo curare le ferite relazionali e intergenerazionali delle nostre città. Significa incrementare la figura di Educatori nelle scuole, creare e costruire Centri di Aggregazione sul Territorio nel tempo lasciato libero dalla scuola per offrire, a ragazzi e giovanissimi, occasioni di aggregazione, di accompagnamento educativo e di vita sociale nel segno della legalità e della libertà che chi cresce deve imparare ad usare senza farsi male.
Per chiudere la premessa: una Lettera aperta da leggere e da conservare.
Lettera aperta
A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.
Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte.
Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.
Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma.
Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia.
Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti.
A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza.
All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita. A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima.
Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.
So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio.
Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili.
Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie. Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita. Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine, la prof. Chiara Mocchi













































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