Cavour, la laicità dello Stato e i rapporti con la Chiesa di Roma (parte seconda)
- Tullio Monti
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di Tullio Monti

Con il principio “Libera Chiesa in libero Stato” Cavour delineò i fondamenti su cui si sarebbero basate le future relazioni tra l’Italia e la Chiesa: piena libertà per questa da qualunque forma di ingerenza dello stato nelle proprie attività e nella vita spirituale e nel contempo rinuncia da parte della chiesa a qualsiasi privilegio nel campo civile e politico: come sdegnosamente dalla Chiesa cattolica - che sarebbe durato fino ai Patti Lateranensi del 1929 e che segnò l’inizio di una politica religiosa nuova e più moderna. Infatti le linee tracciate da Cavour costituiranno, nel 1871 - dopo la conquista di Roma del 20 settembre 1870 – la sapiente struttura della cosiddetta “legge delle Guarentigie”, che, sebbene mai accettata da Pio IX, saprà assicurare – come ha osservato opportunamente Adriano Viarengo – “allo stato italiano la sua piena sovranità ed agli italiani la loro piena libertà religiosa, senza menomare quella della chiesa. Solo un regime nemico della libertà, come quello fascista, sentirà la necessità di distruggere tutto questo”.
Separazione dei poteri in nome del progresso civile
La fede liberale di Cavour si esprimeva nella convinzione che la piena separazione del potere temporale e di quello religioso fosse indispensabile per il progresso civile. “La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade – osservò – ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso dispotismo si stabilì; e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere, sia che un califfo od un sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale”. Parole di una attualità perfino inquietante. Ed aggiunse: “Noi riteniamo che l’indipendenza del pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa, possono tutelarsi mercè la separazione dei due poteri, mercè la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa”. La separazione dei due poteri avrebbe garantito l’indipendenza della chiesa in modo più solido che in passato e avrebbe dato maggiore efficacia alla sua autorità spirituale proprio in quanto la liberava da tutti i vincoli derivanti dall’esercizio del potere temporale.
Ma Pio IX respinse con la massima durezza ogni prospettiva di accordo che prevedesse la fine del suo potere temporale come sovrano dello stato della Chiesa: tale stato era infatti una tipica espressione dell’ancien régime e per di più uno stato teocratico del tutto inconciliabile sia con un sentimento nazionale unitario in Italia, sia con i principi liberali di separazione dei poteri, di eguaglianza giuridica e di tolleranza che stavano alla base tanto del pensiero liberale che di quello democratico. La ragione profonda che impediva ogni accordo con lo stato liberale era l’inaccettabilità da parte della chiesa cattolica del mondo moderno, fondato sulla dottrina del progresso e sul liberalismo.
Da dove trasse Cavour la fortunata formula “Libera Chiesa in libero Stato”?
Non fu una folgorazione improvvisa, ma il frutto di una lunga maturazione di pensiero. Il conte francese Charles de Montalembert, coevo di Cavour e principale teorico del cattolicesimo liberale nell’800, disse di averla coniata lui e accusò Cavour di plagio. Ma anche il pastore protestante calvinista, letterato e teologo ginevrino Alexandre Vinet (che a sua volta l’aveva ripresa dal celebre filosofo illuminista francese Charles Louis de Secondat, barone di Montesquieu, vissuto un secolo prima), anch’egli coevo di Cavour, aveva teorizzato questo principio di separazione tra stato e chiese (almeno due, cattolica e protestante, essendo egli svizzero).
Le fonti di questa espressione, in sostanza, furono due: il pensiero francese, illuminista e cattolico liberale e quello svizzero, protestante e calvinista, che Cavour aveva ben conosciuto a Ginevra. Ma in Cavour si riscontra anche l’influsso del filosofo e politico liberale francese Alexis de Tocqueville (pure lui contemporaneo degli altri personaggi citati) e delle sue riflessioni sulla democrazia in America; un’anticipazione in Cavour si può infine trovare anche nella Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che aboliva il potere temporale, ma assicurando al contempo al pontefice tutte le “guarentigie” necessarie per l’esercizio del suo potere spirituale.
Ma qual era in realtà il rapporto personale di Cavour con la religione? Da ragazzo, all’Accademia militare, egli non era molto assiduo alle funzioni religiose. Nei suoi scritti, l’amico Michelangelo Castelli racconta che, quando si trovavano in montagna e facevano lunghe passeggiate, la bellezza e l’imponenza della natura portavano il giovane Camillo a trattare problemi religiosi, fantasticando sulla pluralità dei mondi e discutendo sulle origini dell’universo e dell’uomo, nonché sulle dottrine dei filosofi antichi.
Ma la sua mente, essenzialmente positiva e pratica – ci dice sempre il suo amico – non poteva fissarsi che partendo da basi certe ed egli, non trovandole, finiva con il concludere tali ragionamenti con il celebre detto del filosofo cinquecentesco francese Michel de Montaigne, esponente del pensiero razionalista e scettico: “Che ne sappiamo?”.
Le relazioni con gli evangelici
Si è già detto della simpatia che Cavour ebbe sia per il pensiero iniziatico ed esoterico massone, del quale condivise il pensiero laico, illuminista e di progresso, sia per il protestantesimo, del quale amò lo spirito di pluralismo e, indirettamente, di libertà religiosa che esso determinò nel mondo cristiano. Egli mantenne sempre buoni rapporti con gli evangelici piemontesi, in primis i valdesi. Lo fece anche per mobilitare l’opinione pubblica della Gran Bretagna verso la causa della libertà e dell’unificazione italiane: l’Inghilterra infatti simpatizzava per l’Unità d’Italia, oltre che per motivazioni politiche ed economiche, anche per motivi religiosi. Nel 1854 Cavour sostenne le proposte avanzate dal suo ministro della giustizia Urbano Rattazzi, dirette a favorire gli evangelici nel Regno di Sardegna, o meglio, a togliere alcuni divieti che frenavano il proselitismo valdese.
All’inizio del giugno 1861 Cavour si ammalò gravemente, quasi certamente per un attacco di malaria, contratta anni prima nelle sue risaie a causa di una puntura di zanzara; il 5 giugno, a seguito di un aggravamento, la famiglia chiese l’intervento di fra Giacomo da Poirino (al secolo Luigi Marocco), francescano e rettore della parrocchia della Madonna degli Angeli, vicina alla casa dei Cavour (Palazzo Benso di Cavour), sita nell’attuale via Cavour 6 a Torino. Fra Giacomo aveva a suo tempo promesso a Cavour l’estrema unzione, passando sopra alla scomunica a suo tempo comminatagli da Pio IX. Il curato fu accompagnato a casa Cavour da una folla di persone che portavano torce accese. Venne annunciato che il capo del governo si era confessato, aveva ricevuto l’assoluzione ed aveva chiesto di far sapere, attraverso i giornali, che egli “moriva da buon cristiano”, cosa che avvenne il giorno successivo, 6 giugno 1861. Fra Giacomo aveva in precedenza chiesto ed ottenuto dal papa la speciale facoltà di assolvere persone scomunicate, purchè in punto di morte e previo pentimento. E la prima rezione del Segretario di Stato di Pio IX, cardinale Giacomo Antonelli, era stata di compiacimento, per il fatto che Cavour fosse morto con i conforti della religione, poiché supponeva che lo statista avesse prima ritrattato i suoi errori ed il presunto male che aveva arrecato alla chiesa. Quando il frate spiegò di non aver né chiesto, né ricevuto nessuna ritrattazione, arrivarono le dure critiche: la Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, scrisse che l’assoluzione non era valida ed il frate fu convocato a Roma, rimproverato personalmente da Pio IX e sospeso dal sacerdozio “a divinis”, con anche la revoca degli emolumenti; dopo qualche tempo il governo italiano gli assegnò una modesta pensione. Morì molti anni dopo, poverissimo, ma consapevole di avere evitato, col suo comportamento, un pericoloso scontro fra stato e chiesa cattolica.
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