Sbloccate le risorse per i "non autosufficienti", ma le ombre sull'assistenza restano
- Andrea Ciattaglia
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
I ritardi del Governo rischiano di pregiudicare gli assegni di cura per 25mila piemontesi
di Andrea Ciattaglia

Grazie alla pressione degli Enti locali e di organizzazioni di difesa di persone malate o con disabilità, le risorse del Fondo per le non autosufficienze sono state sbloccate nella conferenza unificata Stato-Regioni; risorse che aiutano i più deboli e le loro famiglie a pagare assistenti personali o a far quadrare le spese legate all’assistenza socio-sanitaria a casa e che garantiscono agli utenti, pur tra molte difficoltà, di continuare a vivere in famiglia, anziché essere ricoverati in Residenza sanitaria assistenziale o in altre strutture residenziali. Tuttavia, tante sono le ombre che ancora non si sono diradate sul tema della non autosufficienza, a partire dai tempi di effettiva erogazione delle risorse: dà la cifra della situazione il fatto che la discussione a Roma verte sulla ripartizione del fondo 2025, mentre siamo ad anno 2026 inoltrato.
La dotazione complessiva fino al 2027 è stata prospettata in circa 3 miliardi di euro (982 milioni nel 2025, 934 milioni nel 2026 e più di 1,1 miliardi nel 2027), ma le regole di erogazione dei fondi subiranno i necessari correttivi? Sembra poco probabile, anche se le incertezze degli stanziamenti del passato Piano non autosufficienze 2022-2024 hanno provocato ritardi e sospensioni dei contributi. Quasi 25mila piemontesi – malati o persone con disabilità non autosufficienti – rischiavano (ma senza tempestivi stanziamenti dal Governo, rischiano ancor oggi) di restare senza assegno di cura. Per alcuni, l’interruzione dei trasferimenti è già avvenuta, con l’ultimo bonifico datato dicembre 2025.
Le responsabilità della Regione Piemonte
La situazione è nota all’amministrazione regionale, che non la nega ed è impegnata in un serrato dialogo tecnico con i Consorzi assistenziali e l’Associazione dei Comuni Anci. Oltre alla garanzia sull’ammontare del fondo – che ora attende il via libera del ministero delle Politiche sociali – c’è la questione dei ritardi nella rendicontazione delle quote già versate agli utenti. Gli Enti locali hanno completato la compilazione dei documenti contabili delle spese effettuate nel 2021 (!), mentre quelle sostenute nel 2022 e nel 2023 non sono ancora state interamente rendicontate dai Servizi sociali. Altro motivo per cui sull’ammontare degli assegni domiciliari del 2026 pesa il massimo dell’incertezza, perché il Governo non sblocca i fondi, se la spesa passata non è completamente accertata.
«La Regione ha le sue responsabilità – ha commentato la Consigliera regionale di minoranza, Monica Canalis (Pd) – perché non ha voluto incrementare nel bilancio regionale il capitolo dedicato ai Consorzi socio-assistenziali». L’assessore Maurizio Marrone, ha risposto per le vie ufficiali ai solleciti degli Enti locali: «La Regione ha piena conoscenza del grave ritardo determinatosi nell’approvazione dei piani nazionali, ma non ha le competenze necessarie per porvi rimedio». Bandiera bianca e indicazione di rivolgersi al Governo amico, insomma.
Ancora più a monte, incombe il grande tema delle competenze istituzionali. I destinatari dei contributi del Fondo non autosufficienze sono – a rigore di decreto ministeriale – persone la cui condizione clinica di gravità sanitaria assoluta è indiscutibile: malati in condizione di coma, stato vegetativo o di minima coscienza; persone dipendenti da ventilazione meccanica assistita o non invasiva continuativa; pazienti con grave o gravissimo stato di demenza, oppure persone con lesioni spinali che ne hanno determinato la paraplegia. Eppure, i fondi loro destinati sono di politica sociale, soggetti ai vincoli e alle ristrettezze di bilancio tipici di quel settore.
Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, ha così riassunto: «Poiché lo scopo di questi contributi è la tutela della salute di malati o persone con gravi disabilità non autosufficienti, sono risorse che in gran parte dovrebbero arrivare dalla Sanità, settore che, pur con tutte le sue difficoltà, ha un’organizzazione ben più solida dei Comuni. Era il modello della legge piemontese 10 del 2010 sulle cure domiciliari per i non autosufficienti, un testo che formalmente è ancora in vigore e che andrebbe recuperato, ma che è stato smontato nei fatti».













































Commenti