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Dario Fo e "il paese dei mezaràt" Cento anni nasceva il Premio Nobel per la Letteratura

di Marco Travaglini


@Wikipedia Pubblico dominio
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Quando il 13 ottobre del 2016 il “gran giullare” Dario Fo ci lasciò, in molti pensammo che sarebbe forse tornato, almeno in spirito, sul lago Maggiore, in quel “paese dei mezaràt“  al quale dedicò un bellissimo libro dove raccolse le sue memorie d’indocile ragazzino. In quelle pagine Dario Fo (nato cent’anni fa – il 24 marzo del 1926 - a Sangiano, comune varesotto tra Laveno, Caravate e Leggiuno, nella foto con la moglie Franca Rame) raccontava i luoghi, gli eventi e i personaggi leggendari che segnarono indelebilmente la sua infanzia, e non solo. Prendendo le mosse dai luoghi natii e da quelli dove trascorse l’infanzia, Fo s’avventurava nel turbine della memoria restituendoci le imprese del padre ferroviere, le visite in Lomellina al nonno Bristìn, soffermandosi su episodi di volta in volta teneri e drammatici fino al suo apprendistato all’Accademia di Brera di Milano, agli stratagemmi per campare, al dramma della guerra con il reclutamento forzato e, per finire, con un notevole salto temporale in avanti, i funerali del padre, quel Pà Fo che rappresentava la figura centrale dell’intero romanzo di formazione.

Il titolo rimanda al dialetto lombardo, soprattutto a quello in uso sul lago Maggiore, dove mezaràt significa mezzo-topo. Il paese dei mezaràt equivale al paese dei pipistrelli ed è riferito alla gente di Porto Valtravaglia che lavorava soprattutto al calar delle tenebre e di notte perché erano soffiatori di vetro, pescatori e contrabbandieri. Porto Valtravaglia, dove il piccolo Fo cresce e va a scuola, era – secondo il grande attore – “un paese in cui i bar e le osterie non chiudevano mai, non avevano neanche le porte, non avevano un ingresso principale. Io sono cresciuto lì, in un paese dove c’erano persone che provenivano da tutta Europa, dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, perfino dall’Oriente, ognuno con una tecnica diversa di soffiatura del vetro“.

In quella babele di lingue e dialetti si inserivano discorsi, dialoghi, favole, lazzi sarcastici e paradossali. È un mondo ormai scomparso, che non esiste più, che però per Dario Fo era stato di fondamentale importanza. La sua capacità di raccontare – si pensi all’uso di certe pause o dei gesti – proveniva direttamente da quel mondo popolato da affabulatori straordinari. Fu lo stesso Dario Fo a definire la sua infanzia “eccezionale”: “Ho avuto la possibilità di vivere un’infanzia sempre attorno al lago Maggiore, ma cambiando un paese dopo l’altro. Ho frequentato la terza elementare in tre posti diversi, la quarta in due scuole differenti. Poi sono andato a Luino per le scuole medie, a Milano per il liceo di Brera e infine all’Università. Quindi io, figlio di un ferroviere, ero sempre in viaggio. Questo naturalmente ha influito molto sul mio carattere. Credo di essere una persona generosa, ed ho imparato non solo da mia madre o da mio padre, ma anche dal clima che mi sono trovato intorno“.

Il capitolo finale de Il paese dei mezaràt, racconta il funerale del padre, il quale prima di morire si era preoccupato di ingaggiare una banda che per tutto il tragitto da casa fino al cimitero suonasse le marce dei partigiani delle valli. “Per ogni valle (sei o sette sul lago Maggiore), infatti, c’era un gruppo di partigiani che creava una propria canzone. Mentre si andava al funerale, tra le bandiere rosse, la gente, gli anarchici, iniziò un altro funerale, quello dello scrittore Piero Chiara, che aveva sempre avuto fama d’essere un gran mangiapreti. Per cui la gente si unì al corteo di mio padre pensando che fosse quello di Chiara. Poi quando è arrivato il feretro dello scrittore da Varese, nel luogo dell’appuntamento non c’era più nessuno. Così tutti i giornali riportarono questo episodio“.


 


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