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50 anni fa il golpe in Cile. Salvador Allende, il sacrificio dell’utopia

Aggiornamento: 11 set 2023

di Vice

“Ma non ci sono soldati che combattono per sostenere il governo?” Al terzo passaggio degli aerei sul palazzo della Moneda, disse: “Usciamo di qui, non possiamo morire come topi, siamo uomini”. Al mattino dell’11 settembre 1973, il presidente del Cile, Salvador Allende, 65 anni, medico e fondatore del partito socialista cileno, elmetto verde in testa, fucile Ak-47 nelle mani, comprese al di là di qualunque ragionevole dubbio che il sogno della via cilena al socialismo, nato dal cartello dei partiti di sinistra e centro sinistra col nome di Unidad Popular era stato infranto con la violenza dei fucili dei militari infedeli alla Costituzione. L'ultima scena avrebbe visto sullo sfondo l'irruzione di alcuni reparti dell'esercito e in primo piano il corpo inanimato di Allende. Suicidio o omicidio? L’autopsia ufficiale ha confermata la tesi ufficiale del suicidio, avvenuto con l'AK-47 che gli era stato donato da Fidel Castro.

Era trascorso appena una settimana dalla terza ricorrenza dell'esito elettorale, ma il fragore delle bombe scagliate dagli aerei con chirurgica precisione su La Moneda, il palazzo presidenziale, aveva coperto l’eco della speranza di una parte del popolo. L’altra metà si era posta contro fin dall’inizio a quel presidente che si autodefiniva “il solo che da oltre trentadue anni sia marxista e massone” e per di più un buon cattolico, accolto nella Cattedrale di Santiago del Cile accolto dal cardinale Raul Silva Enriquez con un fastoso Te Deum di ringraziamento a Dio per aver assegnato al Cile un presidente come “el companero Allende”. Marxista, massone, cattolico, forse un eccesso per quella parte del Cile stretta attorno ai latifondisti, all’alta borghesia industriale e finanziaria, ai circoli fascistoidi che si dichiaravano pronti all’azione di forza strizzando l’occhio ai corpi separati dello stato e, in ultimo, alla Democrazia cristiana cilena dell’ex presidente Eduardo Frei, lo stesso che gli aveva garantito l’appoggio nell’ottobre del 1970 contro il candidato della destra Jorge Alessandro Rodriguez, mentre l’anima cattolica di sinistra guidata da Radomiro Tomic era messa ai margini della politica. Ma l’utopista Allende non era soltanto assediato dagli avversari politici, ma anche circondato dalla soluzione che lui riteneva impraticabile, suggerita in primis, non senza una realistica visione della società civile, dal segretario del partito socialista cileno Carlos Altamirano e dai gruppi dell’estrema sinistra: il ricorso alla forza del popolo, alle armi consegnate agli operai per provocare, extrema ratio, una guerra civile che costringesse le forze armate a schierarsi, cioè a dividersi.

All’opposto, nel raffinato intellettuale Salvador Allende, la convivenza tra le due anime, quella rivoluzionaria e quella istituzionale, era vissuta come un tormento, in cui a prevalere erano la mediazione e la prudenza. Comportamenti che gli erano suggeriti anche dai rapporti di forza sul piano internazionale, condizionati dalle influenze destabilizzanti che esercitava l’America. Da due anni, il potere era nelle mani del presidente repubblicano Richard Nixon e del suo segretario di Stato Henry Kissinger, entrambi irritati dall’esito delle elezioni in uno dei Paesi dell’America Latina considerata il loro cortile di casa, in cui la parola democrazia era sempre stata un lusso per l’abitudine ai golpe dei militari.

E quanto fossero influenti le pratiche degli Usa, Allende l’aveva provato sulla sua pelle con lo sciopero dei minatori del rame, agitazioni fomentate dai sindacati che lo avevano appoggiato. Una delusione, cui era seguito il blocco dei camionisti, in cui era più che sospetto l’ingerenza per procura della Cia, attraverso l’organizzazione degli autotrasportatori americani controllati dalla mafia. Scioperi che avevano messo in ginocchio le classi diseredate del Cile, affamate dalla mancanza di generi di prima necessità e da un’inflazione galoppante al 30 per cento, e cominciato a vanificare i progetti di riforma che Allende aveva promesso, secondo “una linea, un atteggiamento, una coerenza”, mantenuta fin dai tempi in cui era studente di medicina a Valparaiso, come avrebbe raccontato al regista Roberto Rossellini, che lo aveva intervistato poco prima del golpe a Santiago del Cile. In quel dialogo con Rossellini, trasmesso il 15 settembre 1973 sulla Rai, Allende riaffermava indirettamente anche il suo ripudio alla violenza politica e la volontà di perseguire la trasformazione della società cilena con metodi democratici e non per decreto: “Con queste mani, come medico, ho fatto millecinquecento autopsie, so che cosa vuol dire amare la vita e so quali sono le cause della morte”.

Quella stessa idea di un progressivo cambiamento sociale che Allende aveva così descritto all’inviato de La Stampa, Arrigo Levi, all’indomani della sua elezione: “la via cilena al socialismo vuol essere empirica, democratica e nazionale. Alla fine del mio mandato il popolo sarà libero di giudicarla”. Una convinzione che sarebbe stata spazzata brutalmente dai militari contrari all’esperimento. Cioè la maggioranza dei vertici dell’esercito e della marina. Le avvisaglie erano diventate concrete il 22 ottobre del 1970 con l’assassinio del generale René Schneider, comandante in capo dell’Esercito, ispirato dal generale Roberto Viaux, che soltanto un anno prima aveva cospirato con un tentativo insurrezionale contro il governo del presidente Eduardo Frei. Schneider aveva espresso pubblicamente la ferma convinzione del ruolo apartitico delle forze armate cilene, di difesa della Costituzione e del rispetto del Parlamento. A Schneider era succeduto Carlos Prats González, militare di saldi principi democratici che non aveva esitato a reprimere una sollevazione militare, nota come El Tanquetazo (Golpe dei carri armati), orchestrata dal tenente colonello Roberto Souper che alla guida di 80 uomini e sei mezzi corazzati aveva dato l’ordine di cannoneggiare il palazzo presidenziale. Era il 29 giugno del 1973. I germi del golpe erano incubati da tempo e il generale Prats li avvertì quando si ritrovò frastornato dalle urla delle mogli degli ufficiali che gli contestavano di essere “tiepido” all’ipotesi di un intervento militare per ripristinare l’ordine nel Paese. Un ordine che i partiti di destra avevano contribuito a picconare con strumentali proteste, disordini, sparatorie, e a manipolare l’opinione pubblica con dichiarazioni come quella del presidente del Senato, il democristiano Patricio Alwyn, che nella manifestazione d’inizio aprile 1972 a Santiago del Cile, aveva dichiarato: “migliaia di cileni che mai hanno portato armi ritengono ora necessario farlo”. In quella primavera del 1972, il governo cileno aveva avviato un’indagine parlamentare sulle “presunte ingerenze straniere nel paese e sulle attività della Cia in Cile”. Il conto alla rovescia per il golpe militare era partito. I sospetti erano diventati certezze, e le prove, paradossalmente, sarebbero state fornite proprio da Washington nei giorni successivi al golpe, quando il New Times avrebbe rivelato che “gli aiuti in danaro e in natura provenienti dagli Stati Uniti - 7 miliardi di lire nei primi 6 mesi del '73 - erano diretti ai militari, anziché al governo di Santiago”. Prats rassegnò le dimissioni il 23 agosto 1973 e Allende nominò capo dell’Esercito il suo vice, il generale Augusto Pinochet, nonostante gli avvertimenti di altri generali. La democrazia cilena si era avviata sul crinale del precipizio. Ma sul crinale lo era da tempo anche Unità Popolare - come avrebbe analizzato Arturo Valenzuela, cileno, naturalizzato americano, docente di scienze politiche negli Usa, nel saggio del 1978 "Il crollo della democrazia in Cile" - un governo formato da elementi troppo eterogenei "che stentavano a trovare un coagulo comune nella lucida visione politica di Allende".

L’11 settembre, la tragedia si consumava nel volgere di poche ore per Allende e i suoi principali collaboratori. I golpisti, il generale Pinochet, l'ammiraglio Merino, il comandante dell'aeronautica Leigh e il generale Mendoza per i carabineros, alle 8,30 annunciavano l'assunzione dei "pieni poteri". Poche ore dopo, Salvador Allende dava l'ultima voce alla speranza con un messaggio radiofonico di Allende: “È possibile che ci annientino, ma il domani apparterrà al popolo, apparterrà ai lavoratori. L'umanità avanza verso la conquista di una vita migliore. [...] Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l'uomo libero, per costruire una società migliore”.


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