Domenico, un autentico "sperimentatore" in politica
- Valentino Castellani
- 14 ore fa
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Un ricordo nel 25esimo anniversario della sua scomparsa
di Valentino Castellani

Ricordare Domenico Carpanini oggi, 28 febbraio a 25 anni dalla sua scomparsa è un po’ come esplicitare una presenza che ha continuato a rimanere nella vita di molti di noi. Si è detto, soprattutto ieri, nel corso dell'incontro - encomiabile sotto più punti di vista - promosso dall'Associazione Consiglieri emeriti del Comune di Torino, e scritto di lui molte cose condivisibili: della sua passione per la politica, del suo amore per la città, del suo voler essere presente in tutti i problemi, a partire da quelli più piccoli, della sua cristallina onestà come amministratore pubblico, del suo profondo senso delle istituzioni. A me piace cominciare ripercorrendo la piccola storia che ci ha avvicinati e fatto nascere tra noi stima reciproca e franca amicizia.
L'incontro prima delle elezioni
Prima che fossi candidato sindaco, nella primavera del 1993, esauritosi il commissariamento Malpica, non avevo mai incontrato Domenico di persona. Della sua lunga ed attiva presenza in Consiglio Comunale avevo letto sui giornali, come molti altri torinesi e mi ero fatto di Lui un’idea approssimativa. Fu un amico comune a combinare il nostro primo incontro, a casa mia, per un pranzo all’inizio della campagna elettorale. Mi colpirono in quella occasione le sue raffiche di battute su tutto e su tutti e mi restò l’impressione che questa sua ironia fosse anche un modo di nascondere la sua vera identità.
Ci studiammo a lungo quel giorno, penso senza riportare un giudizio definitivo l’uno dell’altro. Io, che venivo dalla “società civile” (come allora si usava dire) e Lui “politico di lungo corso”; io che avrei dovuto rappresentare “il nuovo” e Lui che era “il vecchio” della politica. Credo che queste categorie superficiali, allora molto di moda, avessero costruito fra di noi un sottile muro di diffidenza che bisognava quanto prima far cadere. Ma come?
Fui eletto sindaco e Domenico, poco dopo, diventò con la nuova legge elettorale il primo Presidente del Consiglio Comunale e così prese velocità la nostra collaborazione che doveva continuare per i successivi otto anni, ma restava ancora quel sottile muro di diffidenza… Fu Lui che un giorno entrò nel mio ufficio e scherzando, ma non troppo e alludendo alla “società civile”, mi disse di non capire perché Lui fosse un ”incivile”.
Fu la volta che parlammo di politica. Gli dissi che non mi consideravo un “tecnico” e che anzi questa immagine mi stava molto stretta, che le persone contano per quello che sono e per i valori che sanno interpretare, che la politica è credibile se sa dare risposte ai bisogni delle persone, soprattutto a quelle che non hanno voce e che Torino aveva bisogno di un grande progetto, di una visione di lungo periodo per la quale era indispensabile mettere insieme tutte le nostre esperienze e soprattutto la nostra passione. Fu un confronto costruttivo e di reciproca comprensione. Da allora non ci fu più bisogno di spiegazioni tra di noi e la collaborazione fu sempre piena e leale.

Da Presidente del Consiglio Domenico fu sempre prezioso per la sua esperienza nel suggerire i modi più appropriati per raccordare il lavoro della Giunta con quello del Consiglio. Capii così gradualmente che Domenico completava in maniera eccellente molte mie manchevolezze e fu quindi per me naturale, nel secondo mandato, sceglierlo quale mio Vice Sindaco.
Di questo periodo mi piace ricordare un particolare che serve ad apprezzare quale fosse il senso che Domenico aveva dell’istituzione che rappresentava. Mi propose subito un patto: ci si doveva sempre consultare prima o dopo avere rilasciato pubbliche dichiarazioni per evitare, come mi disse, che Sindaco e Vice Sindaco apparissero in disaccordo su problemi importanti. Fu per me una grande lezione di stile che mi fece capire fino in fondo quale rispetto Egli avesse del ruolo che rappresentavamo.
Soprattutto per questo, ma non solo, sono contento di avere profuso tante mie energie perché Domenico potesse coronare il sogno della sua vita: diventare Sindaco di Torino.
Il giorno prima della sua improvvisa scomparsa ci presentammo insieme nella sede allestita per la sua campagna elettorale per la presentazione pubblica della sua candidatura. Era emozionato e felice. È uno dei ricordi più nitidi che di Lui mi è rimasto, perché è un ricordo di gioia!
Amministratore pubblico
Voglio ora brevemente parlare di Domenico come amministratore, negli otto anni nei quali abbiamo lavorato insieme.
Se posso usare una metafora che proviene dalla mia formazione culturale di professore universitario direi che Carpanini era uno “sperimentale”, una persona cioè che cercava le soluzioni soltanto dopo aver verificato sul campo le situazione in tutta la loro concretezza e complessità. Ho innumerevoli ricordi di quando veniva nel mio ufficio perché lo convocavo per informarlo di un problema sorto da qualche parte in Torino e la sua reazione immediata era sempre la stessa: “Vado a vedere e poi ne parliamo!”. E Lui andava a “vedere”, parlava con le persone, con i funzionari, ci metteva sempre la faccia sua e dell’amministrazione e solo allora tornava e si ragionava sul da farsi.
Emblematica di questa qualità rara è la sua ’immagine con gli stivaloni che percorre le zone alluvionate di Borgo Dora nell’autunno del 2000: trovo significativo che lì, proprio lì, ci sia il ponte che gli è stato dedicato. Ogni volta che lo attraverso mi vengono in mente quelle due notti convulse e difficili passate insieme in Comune mentre lui telefonava e ci teneva aggiornati su come procedevano i vari interventi. È questa sua qualità di voler essere sempre vicino alle persone ed ai loro problemi che gli ha dato una conoscenza unica ed approfondita della città e credo anche sia questa la ragione principale per cui Domenico Carpanini vive nel ricordo di tante e di tanti cittadini.
Questo suo essere “sperimentale” non significa che non fosse capace di praticare anche il terreno “teorico”, cioè di elaborare concetti e visioni importanti per la soluzione dei problemi. Sicuramente in questo lo aveva addestrato la lunga militanza in un Partito che aveva fatto di Lui un uomo di convinzioni solide ed ancorate a valori forti, mai astratti però, e soprattutto mai pregiudiziali. Per far capire questa sua qualità mi servo di un esempio che si riferisce all’inizio del nostro secondo mandato quando lui assunse il ruolo di Vice Sindaco.
Molti ricorderanno che la campagna elettorale del 1997 fu una campagna molto aspra ed a tratti violenta, tutta centrata sui problemi della sicurezza urbana che, a detta degli oppositori, sarebbe stata fortemente a rischio per la presenza degli immigrati. Da pochi mesi era scoppiato il “caso San Salvario”, anche sui giornali e telegiornali nazionali, e Torino era diventata la palestra nella quale tutti si esibivano con varie ricette e con molta ideologia. Destra e sinistra erano divise da un abisso apparentemente incolmabile. Da destra si esigeva la “legalità” e si lasciava intendere – e spesso lo si diceva anche esplicitamente – che la causa principale, se non l’unica, della microcriminalità urbana erano gli immigrati. Da sinistra si predicava la “solidarietà” in nome dei diritti fondamentali delle persone e si respingeva inoltre con forza ogni assimilazione del fenomeno migratorio ai problemi della sicurezza urbana. Da una parte i legalitari dall’altra i “buonisti”: ogni confronto pubblico finiva tra gli insulti e non sembrava esserci spazio per ragionamenti pacati e realisti per affrontare un problema nuovo, reale, difficile ed ineludibile.
Legalità e solidarietà, binomio inscindibile
Quante riunioni, quante riflessioni in quel periodo tra di noi! È stato lo “sperimentatore” Carpanini a metterci sulla buona strada. Altro che “sceriffo” come qualcuno in modo malevolo ha voluto qualificarlo. Lui andava in mezzo alla gente, soprattutto in mezzo alla “nostra” gente, c’era sempre nelle infuocate assemblee di quartiere e ci raccontava le buone ragioni degli uni e degli altri. Fu così che insieme a Lui approdammo al concetto che “la sicurezza è un diritto di cittadinanza” e questo concetto divenne quasi uno slogan e fu facile allora concludere che Legalità e Solidarietà erano un binomio inscindibile. Da Torino lanciammo proprio questo messaggio. Io lo portai nella riunione dei sindaci delle grandi città e diventammo interlocutori ascoltati dell’allora Ministro dell'Interno Giorgio Napolitano nella preparazione della legge Turco-Napolitano che di lì a qualche mese sarebbe arrivata in Parlamento.
Ci furono critiche da sinistra e sberleffi da destra, ma Carpanini continuò su questa strada e mise in atto molti interventi sulla sicurezza, interventi che a distanza di anni, almeno a Torino, ci fanno capire quanto questo processo fosse necessario e quanta pazienza e determinazione ci sia voluta per attivarlo. Ma lui era tenace e sapeva cogliere le sfide che la convivenza urbana presenta ad ogni amministratore responsabile.
In conclusione: Domenico Carpanini, un uomo che ha segnato la storia di Torino e che Torino non potrà dimenticare.













































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