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Ricordando Domenico, politico coraggioso e responsabile

di Younis Tawfik

 

Da sinistra: Younis Tawfik, Giampiero Leo, Domenico Carpanini
Da sinistra: Younis Tawfik, Giampiero Leo, Domenico Carpanini

Oggi, venerdì 27 febbraio, incontro alle ore 16 nella Sala Colonne del Municipio di Torino per riportare alla memoria Domenico Carpanini, alla vigilia dei 25 anni dalla sua morte. L'iniziativa è dell'Associazione dei Consiglieri Emeriti della Città.

Domenico Carpanini, candidato sindaco dell'Ulivo per le elezioni comunali del 2001, morì improvvisamente la sera del 28 febbraio 2001 durante un dibattito politico all'Ascom, l'Associazione commercianti in via Massena.

Dopo il ricordo di Beppe Borgogno di mercoledì scorso[1], presentiamo l'intensa testimonianza dello scrittore Younis Tawfik. Domani una memoria dell'allora sindaco di Torino Valentino Castellani.


Lo chiamavano “lo sceriffo” per sminuire il suo grande operato per la sicurezza. Lo sentii dire dietro di me nel corso di una assemblea che si teneva in un locale arabo a Porta palazzo, dove proprio lui era intervenuto. Lo dicevano ridendo, burlandosi di lui, ma a noi, un gruppo di emigrati presenti in quella sede, non era piaciuto e rischiammo di scontrarci con loro. Erano ragazzi torinesi che non avevano compreso il senso della politica e il trovarsi ad amministrare una società problematica, una città in crisi.

Lui, da politico responsabile, era sempre presente soprattutto tra i banchi del mercato di Piazza della Repubblica, Porta Palazzo per capirci, nei quartieri della Circoscrizione, fermandosi ad ascoltare le lamentele dei cittadini, a discutere con loro e tentare di confortarli. 

Erano anni di grande tensione, tra il 2000 e il 2001, legati alle rivolte dei residenti contro il degrado e l’intenso arrivo di emigranti in città. Si sfilava con le torce in grandi manifestazioni organizzate dai comitati spontanei e da forze politiche che strumentalizzavano quella situazione.

Lo “sceriffo” non aveva la pistola, ma non gli mancavano certamente il coraggio e la determinazione. Un uomo con il cuore in mano, armato solo dalla bontà. Era uno tra i pochi amministratori che aveva sostenuto la nascita del centro culturale Dar al Hikma, fin dalla fase di progettazione; progetto contro il quale erano già state raccolte oltre cinquemila firme per seppellirlo. Ma Domenico non si fece intimorire. Era presente all’inaugurazione vicino a me, mentre fuori era in atto una manifestazione per chiederne la chiusura. Spesso, e come qualsiasi altro cittadino, passava al Centro culturale una volta alla settimana per bere un bicchiere di tè alla menta masticando una manciata di nocciolini. Pagava e spariva. Saliva le scale verso le nuvole del cielo tra le stelle.


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