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1° marzo 2023: che cosa è successo all'Istituto Majorana-Cascino di Piazza Armerina?


di Maria Grazia Cavallo

Chi frequenta bellezza , quando si trova al cospetto di capolavori, sa bene quale sia la giusta distanza da tenere Avvicinarsi troppo a ciò che è prezioso e merita d’essere protetto – l’opera d’arte, la Ferrari d’epoca, il cristallo pregiato , il diamante della corona, ad esempio – provoca sempre gravi reazioni.

E’ sufficiente un gesto estemporaneo, poco ponderato – anche se non deliberatamente intenzionale – perché scattino sensori, suonino sirene d’allarme si mobilitino immediate contromisure di reazione. Cosicché, un attimo dopo, l’attenzione generale va a convergere sull’improvvido trasgressore e diventa stigma, rimprovero e, via via, si trasforma in allertata e sana diffidenza, anche per il futuro.

Sembrerebbe che qualcosa di simile sia avvenuto nei giorni scorsi all’Istituto Superiore di Piazza Armerina, in provincia di Enna, Sicilia. E dunque, il paragone ci sta tutto. “L’opera d’arte da preservare”, in questa metafora, è la bella gioventù che nella scuola cresce, impara , riflette, si prepara al mondo con l’energia e l’entusiasmo di chi ha il diritto a costruirsi il futuro. Ma, di certo è accaduto qualcosa di fuori dall’ordinario, mercoledì scorso alle ore 9,40, all’Istituto Majorana-Cascino di Piazza Armerina, nel rapporto fra l’Autorità di Polizia e l’Istituzione Scolastica.

La ricostruzione dei fatti è ancora incerta, prevalgono le sfumature e per di più divergenti nelle sfumature sono le cronache provenienti dalle due fonti: scarne, contraddittorie, interrotte da silenzi che sembrano “frenare” la narrazione e che trasmettono, piuttosto, sensazione d’imbarazzo.

Per questa ragione, etica, useremo il condizionale: che per noi significa attesa ed apertura all’ascolto di altre spiegazioni; disponibilità a riflettere su nuove interpretazioni; impegno ad un percorso costruttivo per analizzare quanto è successo, affinché non abbia a ripetersi.

A chi si schiera fin d’ora, formulando giudizi “a prescindere”, e poi manterrà sempre la propria opinione - ancor prima di conoscere completamente i fatti ed eventualmente anche a dispetto di essi - lasciamo pure la tetragona sicurezza dell’indicativo.

Sembrerebbe dunque che quella mattina il Potere – impersonificato in alcuni funzionari di Polizia - si sia presentato presso l'Istituto Majorana-Cascino. Accorciate “pericolosamente” le distanze, fino a varcarne la soglia, i funzionari avrebbero interpellato uno stupefatto professore sull’assemblea studentesca che era in corso. A sua volta il professore, spiazzato dalle richieste, avrebbe telefonato alla preside che non era in sede. La quale – a quanto si dice – si sarebbe allarmata ed irritata. Si sa per certo però – e qui torniamo all’indicativo – che era in corso un’assemblea scolastica autorizzata e concordata con la Consulta Provinciale, gestita da tre studenti attraverso la piattaforma Meet e diffusa nelle varie aule dei tre corsi di studio dell’Istituto. Cosicché, alla presenza dei rispettivi docenti, i ragazzi del Classico, dello Scientifico e del Professionale stavano confrontandosi con il rappresentante di un’associazione antiproibizionistica per parlare di droghe leggere, dei loro effetti e dell’ipotesi di liberalizzarne il commercio, anche per contrastare i fenomeni di criminalità collegati allo spaccio clandestino.

Si tratta di argomenti oggetto di discussione da decenni sia in Parlamento, sia in tutta la società e particolarmente nel mondo giovanile. Sembrerebbe che i funzionari abbiano in qualche modo interferito col sereno svolgimento di quell’evento organizzato “nell’ambito di un percorso formativo avviato da tempo... con l’obiettivo di riflettere e presentare agli studenti un quadro normativo”, come ribadisce la preside. Sembrerebbe – qui divergono ancora le narrazioni, in mancanza di chiarimenti attesi ormai da giorni – che l’assemblea sia stata interrotta in qualche modo e per qualche minuto: tanto da creare imbarazzo a tutti, ma particolarmente ai tre ragazzi su Meet.

I quali, addirittura, sarebbero stati identificati con la richiesta di documenti - un tragicomico ricordo di "documenta!", anni Cinquanta, ai tempi della polizia scelbiana - come è stato detto. O soltanto indirettamente, attraverso la semplice indicazione dei nomi, è stato detto anche questo. Sembrerebbe addirittura, e qui la narrazione ha un che di pirandelliano, che i ragazzi si siano permessi di domandare ai poliziotti le motivazioni del loro agire, e che quelli – sembrerebbe ancora, con un che di verghiano, sulla scia della lirica dei "vinti" – abbiano risposto: “Le domande le facciamo noi”.

Risposta da sceriffi con la stella sul petto o da best american series Law and order , tanto per capirci. Ma – a costo di essere antipaticamente pignoli – c’è risposta e risposta, ma anche modo e modo , tono e tono con cui rispondere. Certo ci piacerebbe parlare direttamente e senza filtri con i ragazzi e con i poliziotti… E’ però interessante il fatto che “a prescindere” da come siano andate le cose, l’Autorità di Polizia ha immediatamente assicurato che dai fatti non deriveranno conseguenze di sorta.

Tale assertività ci consente di scommettere che la narrazione finale del ministero dell’Interno si attesterà sul “normale controllo di routine su segnalazione”, anche se svolto con metodiche tutt’altro che ordinarie. Senza che, dall’altra parte , si arrivi a ribadire il concetto di “irruzione”(come è stato scritto e come sembra non essere stato).

Comunque stiano le cose, torniamo a ricordare che ci si deve avvicinare alle Istituzioni Scolastiche sempre con prudenza e rispetto, restando alla giusta distanza. Ciò vale per tutti, anche per le altre emanazioni del Potere. Salvo, ovviamente, che si venga chiamati dalla Scuola o che si tratti di procedere in situazioni di urgenza e per fatti gravi. Sospendiamo qui la para-cronaca dei fatti, in attesa di altri elementi. Da qualsiasi profilo la si veda e verso qualunque interpretazione la si voglia orientare, questa vicenda fa riflettere. Anche se fosse il frutto del maldestro efficientismo di qualche funzionario o di eccessiva performatività degli esecutori di ordini - forse originariamente più ortodossi nelle forme e nei modi - resta la sgradevole sensazione di un salto indietro nel tempo.

Non nel passato prossimo, ma piuttosto nel passato remoto, ai tempi in cui i rapporti fra persone, ruoli, istituzioni erano impregnati di ostentazione di muscolarità del potere, piuttosto che di impegno al servizio. Ai tempi in cui per sottomissione - indotta dal verticismo del contesto sociale o favorita dall’ignoranza o dall’inconsapevolezza dei propri diritti - ci si rassegnava all’obbedienza. Ma la Storia va avanti e la stella polare del nostro progresso è la Costituzione. Non è più tempo di diritti inespressi.

I ragazzi studiano, si istruiscono, sanno comprendere fin dove possono e abbiano diritto di piantare la bandiera dei propri diritti, e di mantenere convintamente la posizione. Ad esempio, qui, rivendicando la libertà di interrogare i poliziotti sul perché si dovrebbe identificare chi partecipa ad una libera assemblea su qualsivoglia argomento, in una scuola.

O su quale debba essere il confine fra l’adempimento del loro dovere e il rischio di determinare intimidazioni e turbamenti – anche non voluti - su giovani personalità in formazione. Probabilmente le stesse domande che i figli di quei funzionari proporrebbero a loro volta, se si trovassero nella situazione di quegli studenti. Questa incredibile vicenda - che sa di stantìo - allerta ancor più sulla necessità di fare costante manutenzione delle libertà sacralizzate dalla Carta fondamentale, mai dando per scontata ogni conquista di libertà.

L’analisi, la riflessione, la dialettica costruttiva, la forza della parola ,del ragionamento e del convincimento scoloriscono e depotenziano la suggestione livida del potere.



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