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"Attenti al tecnottimismo", nota di un sindacalista in pensione

di Savino Pezzotta


Seguendo la mia impostazione culturale segnata da tanti anni di impegno sindacale continuo a seguire con attenzione l’evolversi del sistema capitalistico e dell’economia di mercato. In questi nostri tempi stiamo assistendo a un nuovo processo evolutivo dato del nuovo impego pervasivo delle tecnologie e in particolare Intelligenza Artificiale.

Dobbiamo essere molto chiari e non adagiarci sul tecnottimismo, né su una visione pessimistica e catastrofica. Va invece mantenuto un pensiero critico e analitico basato su una visione umanitaria.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnologica. È, prima di tutto, una questione economica e sociale. Nel momento in cui algoritmi sempre più sofisticati entrano nei processi produttivi, nei servizi e perfino nelle attività creative, diventa evidente che non stiamo assistendo semplicemente all’arrivo di nuovi strumenti: siamo nel pieno di una nuova fase del capitalismo.

Ogni grande trasformazione tecnologica della storia ha ridefinito il modo di produrre e i rapporti di potere nella società. Oggi l’intelligenza artificiale si colloca su questa stessa linea di frattura. Promette di aumentare l’efficienza, di automatizzare attività complesse e di aprire possibilità inedite nella medicina, nella ricerca e nell’organizzazione del lavoro. Ma allo stesso tempo solleva interrogativi profondi su chi controllerà queste tecnologie e su come verranno distribuiti i benefici che generano.


Chi trarrà vantaggio dell'Intelligenza Artificiale?

Negli ultimi decenni le economie avanzate hanno vissuto un paradosso: mentre la digitalizzazione avanzava rapidamente, la crescita della produttività non seguiva lo stesso ritmo. L’intelligenza artificiale viene oggi presentata come la soluzione capace di rilanciare questa dinamica. Per molte imprese rappresenta la promessa di ridurre costi, accelerare i processi decisionali e aumentare la redditività. Ma la questione centrale non è soltanto se la produttività crescerà, bensì chi ne trarrà vantaggio.

Il rischio evidente è una ulteriore concentrazione del potere economico. Le tecnologie dell’intelligenza artificiale richiedono enormi quantità di dati, infrastrutture digitali e capacità di calcolo. Tutte risorse che tendono a concentrarsi nelle mani di pochi grandi attori globali. In questo contesto l’innovazione può rafforzare posizioni già dominanti, ampliando la distanza tra grandi piattaforme tecnologiche e il resto dell’economia.

Anche il lavoro si trova al centro di questa trasformazione. Molte attività possono essere automatizzate o profondamente riorganizzate attraverso sistemi intelligenti. Alcune professioni cambieranno radicalmente, altre potrebbero ridursi o scomparire. Ma soprattutto si ridefiniscono i rapporti di potere tra lavoratori e imprese: la tecnologia consente nuove forme di controllo, di gestione a distanza e di organizzazione algoritmica del lavoro.

L'importanza dell'intervento pubblico

Questo non significa che l’intelligenza artificiale conduca inevitabilmente a un futuro di disoccupazione o impoverimento. La storia mostra che le innovazioni possono anche liberare tempo, creare nuove professioni e migliorare la qualità della vita. Tuttavia nulla di tutto questo accade automaticamente. La tecnologia non è neutrale: i suoi effetti dipendono dalle regole economiche e politiche che ne orientano l’uso.

Per questo la vera posta in gioco non è l’intelligenza artificiale in sé, ma il quadro istituzionale entro cui viene sviluppata e applicata. Senza politiche pubbliche adeguate il rischio è che la nuova rivoluzione tecnologica rafforzi le disuguaglianze esistenti e concentri ancora di più ricchezza e potere. Con scelte diverse, invece, potrebbe contribuire a migliorare l’organizzazione del lavoro, la distribuzione della produttività e l’accesso alla conoscenza. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: evitare che l’intelligenza artificiale diventi soltanto un nuovo strumento di accumulazione per pochi e trasformarla invece in una leva di progresso collettivo. In gioco non c’è soltanto il futuro della tecnologia, ma quello dell’economia e della democrazia.

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