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Crisi e incapacità decisionale in un mondo privo di identità

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi


Dopo anni passati a discutere problemi salottieri, le crisi attuali ci riportano a dover affrontare temi brutalmente concreti: dalle guerre alle crisi energetiche, entrambe situazioni non proprio nuove ma che colgono sempre impreparate le nostre istituzioni lasciando spazio ad interessi gestiti da poteri che definire scarsamente rappresentativi è un eufemismo.

 

Le verità di giornata

Il susseguirsi incalzante di notizie non lascia quasi il tempo di pensare e ciò riporta ad un antico aforismo riconducibile al pensiero socratico per cui "Pensare è difficile, ecco perché la maggior parte delle persone giudica": la filosofia della conoscenza distingueva chi sa di non sapere (e quindi è aperto alla ricerca) da chi, non sapendo, crede di sapere (il presuntuoso che, mancando di una vera capacità d’indagine, si sente in diritto di giudicare senza comprensione dei fenomeni che lo circondano e lo riguardano). Per rincarare la dose, Socrate riteneva che il "giudizio" immediato, senza un'indagine razionale, risultasse una forma di arroganza intellettuale.

Concetti che ritornano prepotentemente d’attualità oggi che, ad ogni notizia, politici, magistrati, economisti e leoni da tastiera si affrettano a emanare il loro giudizio per poi modificarlo al sopraggiungere di una nuova news. Se si potesse fare una metanalisi della variabilità dei sondaggi negli ultimi decenni, così come le espressioni di voto, si registrerebbe una crescita esponenziale della variabilità.

Se cambiare idea non è un segno di debolezza, ma un atto d’intelligenza, il cambiare idea di continuo evidenzia una mancanza di coesione ideologica su cui articolare i giudizi in modo che questi siano coerenti ad un disegno organico che permetta di effettuare scelte corrispondenti con gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il motto Semper fidelis del Corpo dei marines o Nei secoli fedeli dell'Arma dei carabinieri appaiono sempre più anacronistici, anche perché non si capisce quasi più a cosa dovrebbero rimanere fedeli. Albert Einstein definiva la misura dell'intelligenza proprio come “la capacità di cambiare quando necessario”, il problema è che pochi leggono la frase intera e “quando necessario” non viene presa in considerazione.

In compenso si raffinano le arti oratorie per accusare l’avversario di non avere le idee chiare e su come risolvere la crisi, oscurando le possibilità di elaborare un archetipo di società per il prossimo futuro ora che l’ordine mondiale, cui eravamo abituati, è stato rotto dalla Russia in Ucraina, dai piani di riarmo della Corea del Nord, dalla volontà cinese di sottomettere Taiwan, da Hamas, Hezbollah e Houthi contro Israele e la risposta di questo, dall’uso delle portaerei di Trump, solo per citare quelli maggiormente noti alla cronaca, dimenticando le altre decine di conflitti che non “meritano” l’attenzione della cronaca (in primis il Sud Sudan, il più drammatico come numero di morti). Questi concetti dovrebbero portare a riflettere sulla necessità di dotarsi di uno schema mentale prima di affrontare un qualsivoglia fatto della vita quotidiana.

 

L’arte di richiedere l’impossibile

Di fronte ad ogni crisi i presunti opinion leader si affrettano a richiedere provvedimenti atti ad annullarne gli effetti: nel breve periodo si acquisiscono consensi che però poi, nelle democrazie, non si riescono a confermare nel lungo periodo perché c’è subito qualcuno che chiede qualcosa in più (la gara sulla riduzione della riduzione delle accise sulla benzina è l’ultima testimonianza). Il vizio d’origine è quello di pensare che un decreto-legge, un provvedimento delle Banche Centrali, una sentenza della magistratura etc. possa risolvere ogni problematica. Atteggiamento che genera un apatico qualunquismo con la conseguenza che non si riesce neanche più capire di chi sono le responsabilità. Peggio: nel sentire comune delle democrazie occidentali si tende ad attribuire alla politica ogni massima responsabilità, per poi togliergli potere e delegittimarla con ogni mezzo.

L'idea che il progresso consista nel capire e nel dialogare e che tutti anche le identità cui aderiamo, per scelta o per passione, possano sbagliare sta diventando una merce rara generando una superficialità intellettuale-politica ed un’emarginazione del pensiero critico come strumento per giungere alla vera conoscenza. L’isterismo degli andamenti del prezzo del petrolio di questi giorni ha portato a formulare le risoluzioni più strane anziché interrogarsi sul perché non si è raggiunta una maggiore autonomia energetica assolutamente fattibile con le conoscenze da tempo disponibili con le energie rinnovabili (mentre si sono spesi miliardi e miliardi in spese decisamente meno necessarie).

Un tempo era l’elaborazione del pensiero, con il suo evolversi in ricerca tecnologica, a plasmare la società, oggi le esperienze accumulate nell’insorgere continuo di conflitti, sono le interpretazioni degli scenari a dare indicazioni sulla momentanea posizione politica da assumere per guadagnare un po’ di consensi.

La proposta più gettonata è quella di aumentare il deficit pubblico con interventi a pioggia che pagheranno le prossime generazioni: chi ha figli dovrebbe opporsi a queste facilonerie, mentre chi non li ha dovrebbe essere a favore di questi interventi populisti, ma l’idea di abbassare il prezzo della benzina affascina tutti ed è elettoralmente conveniente (le conseguenze saranno poi un problema di qualcun altro).

 

Il de bello iraniano

L’ultimo capitolo di questa farsa è sicuramente la guerra nello stretto di Hormuz cruciale per i nostri interessi economici e, di fatto, in grado d’influenzare il nostro modo di vivere: scenario vicinissimo all’Europa sia corologicamente che economicamente, ma in cui gli europei sono scarsamente influenti in quanto militarmente molto frammentati e debolucci (sembra di essere tornati ai tempi in cui Stalin chiedeva quante divisioni avesse il Papa), economicamente vincolato, più dei suoi competitor, a sottostare su scelte altrui, politicamente non in grado di influire perché ogni posizione assunta da un suo leader, al di la delle solite frasi melense, viene contestata non tanto nei contenuti ma per la preoccupazione che questo assuma troppa influenza (si lascia al gentil lettore scegliere se ci si riferisce a Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Giorgia Meloni e Frank-Walter Steinmeier etc. il problema è andare al di la della critica) per produrre una gestione dei conflitti più consona alle guerre in corso.

La soluzione psicologicamente più facile è quella di predicare un’equidistanza da tutti (sicuramente è quella che fa perdere meno voti) ma è quella che porta ad essere meno influenti. In questa fase, dalla forza militare sul campo (in Ucraina in stallo da mesi) prevale la capacità d’influire sulla rappresentazione degli scenari: sembra quasi che la ieratica richiesta di pace nasconda l’incapacità di affrontare i problemi. La stessa esperienza sul campo diventa merce di scambio (esperti militari ucraini sono stati richiesti dai paesi della penisola arabica per supportare le difese dagli attacchi dei droni iraniani). La guerra si fa sulla definizione dello scenario, o più esattamente sulla definizione dei confini dello scenario (Cipro e Turchia ne sanno qualche cosa) e ancor più sulla capacità d’influenzare le opinioni pubbliche e seppur consci della presenza di un’infinità di fake new, il chiudere internet in Iran o ad Hong Kong diventa una delle armi più temibili, anche se direttamente non fa morti perché allontana ancor più la capacità di decisione dei popoli.

 

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