Il conflitto in Italia non si misura con le ore e i giorni di sciopero
- Savino Pezzotta
- 11 ore fa
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di Savino Pezzotta

Più volte abbiamo sentito anche da autorevoli sindacalisti che ci sarebbe la necessità di andare oltre il conflitto. In definitiva non si ritiene il conflitto parte della democrazia e della dialettica degli interessi materiali e ideale. Serve allora fare alcune puntualizzazioni per quanto riguarda la situazione dei conflitti di lavoro.
Il 2025 ha registrato 1.482 scioperi proclamati, in calo rispetto ai 1.633 del 2024, ma con un dato rivelatore: solo 536 sono stati effettivamente realizzati, circa 44 al mese, mentre le revoche sono esplose a 946, quasi il doppio dell’anno precedente .
Questo significa che la conflittualità formale esiste, ma non arriva mai allo scontro aperto. È un Paese che minaccia ma non agisce, che protesta ma si ritira, che alza la mano e poi la abbassa.
Dove il conflitto resiste davvero
Il settore dei trasporti resta l’unico luogo dove la protesta è ancora visibile: 626 scioperi proclamati nel 2025, quasi la metà del totale nazionale. È l’ultimo spazio dove il conflitto è ancora collettivo, ancora pubblico, ancora riconoscibile.
Tutto il resto del mondo del lavoro, invece, si muove nell’ombra. Mentre gli scioperi diminuiscono, cresce la sofferenza individuale.
Solo il 6% dei lavoratori italiani si dichiara pienamente motivato, contro una media europea del 13%.
Il 31% si sente stanco già al mattino e altrettanti si dichiarano “emotivamente esauriti” dal proprio lavoro.
Uno su cinque presenta contemporaneamente tutti i sintomi del burnout, configurando un rischio elevato di collasso psicologico e produttivo.
Il 73% vive stress e ansia significativi, e quasi un terzo è già entrato in burnout conclamato.
Questi numeri raccontano un Paese che non sciopera perché è troppo stanco per farlo, troppo isolato, troppo precarizzato, troppo convinto che il conflitto sia un fallimento personale.
Il paradosso italiano: meno scioperi, più fratture
La riduzione degli scioperi non segnala pacificazione: segnala ritiro. Il conflitto non scompare: si interiorizza.
Crescono turnover e dimissioni.
Cresce la disaffezione.
Cresce la distanza tra lavoratori e organizzazioni.
Cresce la solitudine come forma di autodifesa.
È un Paese che lavora senza crederci, che produce senza partecipare, che obbedisce senza aderire. Una democrazia senza la voce dei salariati Lo sciopero non era solo un gesto: era un linguaggio. La sua scomparsa non è un dettaglio tecnico, è un vuoto politico. Quando il conflitto non parla più, la democrazia perde uno dei suoi sensi: l’udito. E allora la domanda diventa ancora più urgente: come si ricostruisce un “noi” in un Paese dove la resistenza è diventata un fatto privato, silenzioso, invisibile?













































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