Osservando i nostri tempi
- Domenico Cravero
- 12 ore fa
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La scelta genitoriale, sempre più difficile e coraggiosa
di Domenico Cravero

Un evento tanto straordinario come la nascita di una vita da un corpo di donna non può essere vissuto senza la mediazione del linguaggio, cioè senza tentativi di racconti e metafore di un fatto che supera la biologia: il venir al mondo di un umano! Ogni epoca ha prodotto delle proprie narrazioni, limitate e provvisorie, spesso in conflitto tra loro perché tentativi sempre limitati e riduttivi per dare senso a un evento irriducibile alla sola descrizione razionale.
Una di queste è chiamata con un nome che risale all‘800: “patriarcato”, per indicare una società organizzata sul potere maschile, in una cultura androcentrica. Per la mentalità patriarcale, una donna non è tale se non diventa madre. Questo racconto della maternità, centrata sui privilegi maschili è tuttora presente, in un inconscio e in un immaginario che si traducono in pratiche e mentalità ancora diffuse, anche se questa visione della donna difficilmente potrebbe essere espressa verbalmente, poiché non compatibile con l’evoluzione della cultura.
A questo racconto, a partire da alcuni decenni fa, si è contrapposto un altro racconto, scritto da donne coraggiose, che denunciarono l’abnegazione materna del primo modello come una trappola. In questa narrazione culturale, la donna, soggetto libero di una società degna dell’umano, non si realizza solo come madre. La maternità, anzi, sarebbe considerata un giogo, una servitù imbarazzante e inaccettabile, finché perdura la pratica patriarcale. La denuncia evidenzia quindi un nodo problematico per il vissuto della donna e potrebbe contribuire a cambiare quelle condizioni sociali, piuttosto che a svalutare la maternità. Le donne che liberamente e consapevolmente scelgono di essere madri, non considerano la loro scelta una schiavitù, altrimenti la eviterebbero e nemmeno la pensano come un obbligo da rendere alla natura, un lavoro a favore della società, ma uno dei modi di realizzare la propria femminilità.
Una reazione opposta, che è diventata una nuova narrazione, ha un suono promettente: la “maternità intensiva” (Sharon Hays). Essa pensa i bambini come “figli del desiderio” scelti liberamente e programmati nel tempo in vista di dare loro il meglio. Questo nuovo racconto non indica solo uno stile genitoriale ma si presenta come una vera ideologia che può influenzare profondamente il modo in cui le donne vivono la loro mission. Il figlio è visto come il fulcro della vita materna, a essa s’impone come una priorità assoluta, un investimento totale, una presenza costante: emotiva, educativa, fisica, sotto la guida dagli esperti. I riferimenti sicuri di questa maternità sono, infatti, i pedagogisti, gli psicologi, i nutrizionisti, il cui sapere sostituisce il costume genitoriale e la saggezza materna della tradizione. Il figlio diventa il più importante investimento di sé stessa. Tutto per il figlio e mai abbastanza.
I genitori di oggi sono impegnati a dare nuovi e impensati significati all’essere femmine e maschi, libere/i e coscienti della loro scelta genitoriale (che nel frattempo è diventata più difficile e coraggiosa). Oggi sono necessarie nuove rappresentazioni della genitorialità, il più possibile paritarie. Sembrano, a molte e a molti, riduttive le narrazioni che presentano la gravidanza come la sola condizione che risolve l’”enigma della donna”, secondo un diffuso pensiero della psicanalisi del femminile, come se diventare madre attribuisse un’identità chiara e legittimata e rimanere “solo” donna fosse uno stato indeterminato e inferiore. La donna non è riducibile a un corpo fertile e quando diventa madre diventa più donna ancora. La maternità e la paternità, infatti, sono espressioni, insieme ad altre, di quella “generatività” (nel senso di E. Ericson) che costituisce l’identità adulta.
Il mondo è divenuto oggi complesso come mai prima era stato descritto; è fatto più di connessioni, di interdipendenze e di trasformazioni che di isolamento, fissità e fantasie irreali. La madre resta donna anche se, divenuta madre, non più quella di prima. La donna nel suo diventare madre, vuole porsi come un soggetto consapevole, critico e attivo; vorrebbe liberarsi da ogni preconcetto. Pur desiderando e cercando condizioni di vera parità, le madri si sentono responsabili delle funzioni di cura e si spendono liberamente in mille pratiche quotidiane, considerate tutte ricche di significato. Sanno però, sempre più lucidamente, di dover evitare un carico mentale ed emotivo spropositato, che nell’illusione della “perfezione” e del “dovere” porterebbe solo al burnout.













































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