Un libro per voi: "Luce, una corrispondenza" lettere, attraverso i drammi della storia
- Alberto Ballerino
- 12 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 2 ore fa
di Alberto Ballerino

La letteratura per indagare il mondo contemporaneo e le problematiche del Novecento. È quanto si propone ad Alessandria il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali (DIGSPES) organizzando confronti sotto più aspetti con gli autori. Domani, 27 febbraio, alle 16, nell’aula 108 della sede di Palazzo Borsalino si tiene la presentazione di ‘Luce. Una corrispondenza’ di Roberto Cazzola (edito da SEB27 nella collana Tamburi di Carta). L’autore proviene egli stesso dal mondo accademico. Nato a Torino nel 1953, ha lavorato presso le case editrici Einaudi e Adelphi, dove è stato responsabile della letteratura tedesca, e ha insegnato all’Università di Vienna. Collabora con il seminario Giustizia e Letteratura dell'Università Cattolica di Milano e con l'Associazione per la ricerca in psicologia analitica (Arpa). Dialogano con l’autore Mario Napoli del Consiglio Nazionale Forense, e Bruno Quaranta, giornalista, saggista e critico letterario. Modera l’incontro Alessandro Provera, professore associato di Diritto penale presso l’Università del Piemonte Orientale e membro del comitato scientifico del Progetto ‘Giustizia e Letteratura’ dell’Università Cattolica. Letture sono a cura di Roberto Cazzola e di Albertina Bollati di Saint Pierre, fotografa e illustratrice.
‘Luce. Una corrispondenza’ è un romanzo epistolare che si interroga sulla nostra vita collettiva e individuale, come rilanciamo al suo autore in un continuo dialogo con lui. “L’idea di questo romanzo è che, attraverso le lettere, si possano raccontare infinite storie, storie che curano e che trasmettono attenzione e amore. Fra l’altro, quello del romanzo epistolare è un genere non più frequentato dalla letteratura. Molto amato dai romantici, è caduto progressivamente in disuso”.
Tra i temi affrontati nel carteggio, vi è quello dell’assenza e dello sradicamento, sradicamento di chi deve lasciare la propria terra, come nel caso di Luce. “La protagonista racconta a Nino la propria adolescenza: una storia di perdite. Luce non ha più la sua Romania e la nonna che l’ha cresciuta, non ha più il fiume lungo il quale correva felice in bicicletta o la fabbrica del vetro dove andava a raccogliere, da bambina con gli amici, quei frammenti colorati che sembravano pietre preziose. Si ritrova invece a Pozzo d’Adda, in una famiglia giudicante e punitiva che, emigrando, l’ha lasciata a nonna Teodora – finché quest’ultima non è diventata cieca. Luce ha fame di mondo e d’amore, e al tempo stesso ha un rapporto molto conflittuale con i genitori. Il rifiuto del cibo rispecchia in lei il rifiuto di crescere, un senso di costante estraneità e la vana ricerca di un radicamento e di un ascolto. La paura del corpo e la volontà di soggiogarlo si esprimono in questa foga autodistruttiva, speculare all’ostilità della famiglia e a un profondo disadattamento all’Italia. La bulimia è il tentativo di riempire un vuoto incolmabile”.
Il libro si apre con Kafka. “Nel carteggio la scrittura si fa forma salvifica, sin dalla prima lettera, quella in cui Nino narra a Luce la storia di Kafka che consola una bambina, la quale ha perso la propria bambola in un parco di Berlino: la consola portandole, giorno dopo giorno, una lettera della bambola che sta facendo un lungo viaggio intorno a mondo… Anche Nino usa la scrittura, l’infinito narrare di tutto, per colmare le perdite e i vuoti di Luce, per dare un senso alla vita (anche alla propria). Il tentativo di queste lettere è di trovare un ancoraggio nella parola: fino a che ti racconto qualcosa il mondo non è perso, e attraverso la narrazione ti faccio sentire il mio amore, un amore che qui si fa attenzione all’altro, cura dell’altro: un amore dell’anima e della mente, e non già dei corpi. Un amore a distanza, fatto di ascolto costante: ci si incontra (e ci si congiunge) nella parola. È l’eros della parola a tenere uniti i due corrispondenti. Solo così Nino potrà donare cura a Luce e sollevarla dai suoi smarrimenti, dalle sue perdite e assenze”.
Alla fine, però, Nino cadrà nella depressione, in una progressiva solitudine. “Sì, nemmeno l’infinita narrazione, la fiducia nella capacità redentiva della parola potrà più rappresentare la salvezza. Esaurita la spinta propulsiva della parola e del racconto, che lo tenevano in vita, Nino scompare”.
Il lettore a questo punto si può porre la domanda su chi siano davvero Nino e Luce, anche perché nel libro c’è come un’identità di stile. Luce esiste davvero? “Non lo so nemmeno io, lascio che sia ogni singolo lettore a deciderlo. Il libro potrebbe essere anche un dialogo condotto all’interno della psiche di Nino, un dialogo con il proprio lato femminile, che mette in scena quello che Jung definiva il gioco tra Animus, la componente maschile nella donna, e Anima, la componente femminile nell’uomo”.
Allo stesso tempo, il libro è anche un grande viaggio attraverso la storia del Novecento: “Alcune lettere ci portano nella Vienna delle persecuzioni antisemite durante la Seconda guerra mondiale: lettere in cui campeggia la figura di Olga, un’anziana amica di Nino, la quale cercò vanamente di aiutare una famiglia di ebrei, che sarebbero stati invece deportati a Theresienstadt. In altre lettere assistiamo ai bombardamenti su Budapest e su Napoli, e diventiamo partecipi delle vicende più avventurose, legate agli antifascisti di Torino negli anni Trenta e alla Resistenza. I drammi collettivi riflettono e aiutano a cogliere più a fondo i drammi individuali, le insanabili ferite della Storia”.













































Commenti