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Un libro per voi: "L'esercito europeo- Difesa e pace nell'era di Trump

a cura di Domenico Moro


A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, è diventata ancor più evidente la necessità per l’Ue di dotarsi di una propria difesa autonoma. Ne è la prova la copiosa letteratura sull’argomento che ne è seguita tra cui, in Italia, l’interessante libro di Federico Fabbrini (L’esercito europeo - Difesa e pace nell’era Trump, Il Mulino, 2026). Fabbrini fa opportunamente notare che la Comunità Europea di Difesa (CED) non è stata bocciata dal voto dell’Assemblea nazionale francese come a volte, sbrigativamente, si sostiene, ma che semplicemente la procedura di approvazione è stata rinviata e l’Italia, da parte sua, non ha mai richiesto il voto sulla ratifica. Secondo l’Autore, si tratterebbe quindi di portare a termine la procedura di ratifica in questi due paesi.

L’idea, per i federalisti, è indubbiamente suggestiva. Già a suo tempo, Spinelli aveva capito perfettamente l’occasione che gli si presentava e in un opuscolo propagandistico aveva scritto che “la ragione essenziale per cui si deve essere in favore della C.E.D. è che l’organizzazione che essa prevede è tale, pur nei suoi difetti, che da essa è assi più facile andare oltre, che tornare indietro. Le manchevolezze che si sono segnalate – in particolare, l’assurdo per cui si tenta di creare un esercito comune senza l’indispensabile presupposto di un’autorità politica da cui esso dipenda – rappresentano in sé dei gravi elementi negativi, ma presentano anche una forte spinta dinamica: le forze politiche, l’opinione pubblica, i Governi già si rendono conto, e più si renderanno conto, che ‘organizzazione prevista è solo provvisoria, che se si vuole rafforzare la difesa dell’Europa, consolidare l’economia del continente, prevenire in radice ogni rischio di secessione, elevare i morale dei soldati europei – cioè insieme il loro livello di vita e il loro attaccamento alle istituzioni democratiche – è necessario passare rapidamente dalla organizzazione attuale a una vera e propria organizzazione federale” (Supplemento al n. 3 di “Europa federata”, 1953).

Il testo di Fabbrini, nell’introduzione propone un’interessante nomenclatura dei vari tipi di esercito. Tra gli estremi di un esercito puramente statale, di cui è tipicamente dotato uno Stato nazionale e l’esercito confederale di cui è dotata NATO, si colloca quello che viene definito un esercito federale e che è il tipo di forza armata di cui si dovrebbe dotare l’Ue. Questo esercito, secondo l’Autore, a sua volta, può essere un esercito europeo duale o multilivello, aggiuntivo ai ventisette eserciti nazionali, oppure un esercito europeo integrato nella misura in cui “le forze armate di tutti gli stati membri sarebbero combinate in un’unica forza di difesa europea, con un solo quartier generale centralizzato; le forze armate indosserebbero la stessa divisa, e seguirebbero la stessa dottrina militare, con addestramenti forniti da un’unica scuola di guerra”. Una soluzione intermedia tra l’esercito multilivello e l’esercito europeo integrato, secondo Fabbrini, potrebbe essere quella di un esercito europeo sussidiario. Quest’ultimo sarebbe costituito da una forza di intervento rapida di dimensioni limitate e, nel caso di un conflitto, sarebbe integrato dalle forze armate nazionali. Queste ultime, al termine dell’eventuale conflitto, ritornerebbero sotto il comando dei rispettivi governi nazionali.

Non si può qui aprire una discussione sul punto, ma quello che viene chiamato “esercito europeo integrato” è, di fatto, l’esercito di una comunità politica accentrata e non federale, mentre quello che viene chiamato “esercito sussidiario” non è, di fatto, diverso da quello che viene chiamato “esercito multilivello”. Se la differenza tra i due sta nella dimensione dell’esercito che risponde alle istituzioni europee, la risposta dipenderebbe, più che dalle scelte iniziali, dall’evoluzione degli equilibri di potere a livello mondiale. In una situazione di forti tensioni politiche, il livello militare europeo tenderà a rafforzarsi, mentre in loro assenza o, meglio, in presenza di istituzioni multilaterali che fanno funzionare regole condivise a livello mondiale, la forza militare europea sarà di dimensioni contenute.

Le obiezioni che si possono avanzare a proposito della proposta di Fabbrini sono soprattutto di carattere politico, anche se gli aspetti più strettamente formali, nelle loro implicazioni sostanziali, non sono del tutto trascurabili. Dal punto di vista politico, le obiezioni sono relative al contenuto del trattato istitutivo della CED. Quest’ultimo prevede che si costituisca quello che Fabbrini, nella sua proposta di nomenclatura, chiama “esercito europeo integrato”, vale a dire un’unica forza armata europea in sostituzione delle attuali forze armate nazionali: questo esito non sembra solo politicamente poco realistico ma, da un punto di vista più generale, poco coerente con una evoluzione dell’Ue in senso federale. La seconda obiezione è che il trattato prevede esplicitamente che l’esercito europeo risponda al generale americano a capo dello SHAPE NATO, una soluzione che la Francia, ma non sarebbe l'unico Paese, difficilmente accetterebbe.

Le obiezioni più di carattere politico-giuridico riguardano sia i due paesi che devono ancora ratificare, sia un paese che ha già ratificato: la Germania. Pensare che Francia ed Italia ratifichino il trattato CED sembra difficile. Riguardo la Francia, non è solo la prospettiva di una vittoria del Rassemblement National (RN) nel corso delle presidenziali del 2027, ma anche il fatto che, pur senza una vittoria del RN, quest’ultimo resta il partito che, nel panorama politico francese, ha la maggioranza relativa, rendendo pertanto problematica la ratifica. Ma il punto non è solo questo. La Francia, nel caso dei trattati europei più importanti, come il Trattato di Maastricht e il Trattato di Lisbona, non si è limitata al voto parlamentare, ma li ha sottoposti a referendum: il primo è stato approvato con una maggioranza del 51,04% e il secondo è stato bocciato. In Italia, il quadro politico non è più semplice di quello francese: una maggioranza parlamentare a favore della ratifica è tutt’altro che scontata.

I dubbi riguardano anche il paese europeo più importante che ha ratificato il trattato: la Germania. Se è vero che la ratifica del trattato impegna anche i Länder tedeschi che, nel 1990, sono tornati a far parte della Repubblica federale, i rappresentanti dei loro cittadini non lo hanno votato e qui si sta parlando di Länder dove Alternative für Deutschland è il partito di maggioranza relativa (tranne, forse, in un paio di loro). Pensare che la ratifica non venga rimessa in discussione comporterebbe un ulteriore rafforzamento di questo partito estremista.

Infine, come del resto ammette lo stesso Autore del libro, alcune parti del trattato sono superate, in quanto, ad esempio la Francia, nel frattempo, si è dotata dell’arma nucleare. Ma come già notato sopra, l’eventuale revisione del trattato non potrebbe limitarsi a questo, ma sarebbe messo in discussione l’impianto complessivo del trattato, a partire dalla struttura di comando fino al modello di difesa di cui si dovrebbe dotare l’Ue. Riproporre la ratifica della CED non porterebbe alla difesa europea ma, più verosimilmente, costituirebbe un elemento di profonde tensioni e divisioni tra partiti politici e tra paesi membri dell’Ue, in un momento in cui è necessaria la massima unità degli uni e degli altri.

L’attribuzione di un potere militare minimo in capo all’Ue è certamente all’ordine del giorno e non vederlo sarebbe un tragico errore per i federalisti. Il testo di Fabbrini, nella misura in cui si colloca nel solco di coloro (pochi) che pensano seriamente a come si può procedere in questa direzione, è una necessaria lettura e discuterlo serve anche a verificare la solidità della proposta federalista.

 

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