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- a cura del Baccelliere
- 2 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Il "caso" De Gregori e la ghigliottina dei social
a cura del Baccelliere

Continuano ad aggirarsi per l’Europa e per il mondo spettri social. E fanno più paura di quanta ne facesse il comunismo alla borghesia di metà Ottocento. Il copione è più o meno questo. Un personaggio famoso fa una dichiarazione, secondo gli schemi linguistici contemporanei la chiameremo “divisiva” - parola orribile. Parte una ridda di risposte. Molti ci fanno un post, qualcuno un reel. E inizia una pubblica flagellazione.
Recentemente è toccato a Francesco De Gregori. In un’intervista ha ritenuto di esprimere le proprie perplessità riguardo l’atteggiamento di Bruce Springsteen, che dal palco lancia strali nei confronti di Donald Trump. Ha anche specificato che l’atto con il quale gli artisti vogliono sensibilizzare il proprio pubblico sembra sottintendere una pretesa di superiorità morale o intellettuale non necessaria. Opinioni. Si può essere d’accordo e no. E invece sono venute reazioni scomposte e insulti in un clima da resa dei conti.
In una società matura si dovrebbe poter discutere senza venire metaforicamente alle mani. La difficoltà crescente sembra essere proprio quella di accettare che persone intelligenti e in buona fede possano arrivare a conclusioni diverse. La maggior parte dei post cominciano con affermazioni del tipo “De Gregori non mi è mai piaciuto”. Oppure “lo abbiamo perso”. Intanto, Trump si vanta di attirare con i propri comizi “audience molto più ampie di quelle di Elvis”, sottintendendo che in un ideale braccio di ferro l’adesione ai suoi proclami possa superare quella springsteeniana. La sensazione è che oggi la sfera pubblica sia un unico grande spazio mediatico in cui politica, musica, identità e tifo tendono a mescolarsi. E quando tutto viene vissuto come appartenenza a una squadra, diventa più difficile mantenere quel distacco critico che permetterebbe di discutere senza trascendere.
Chi conosce De Gregori sa che non lo abbiamo perso. È vivo e lotta insieme a noi. Senza proclami e con le sue canzoni. Alcune molto adatte a interpretare questo momento, come Il panorama di Betlemme[1]. Il ruolo dell’artista è questo: raccontare, interpretare, emozionare. L’arte non è un proclama. E nemmeno si misura con il numero di spettatori. Con buona pace del commander in chief, e come dimostra le stesso Elvis Presley, spesso va al di là della della volontà dell’autore. Di fronte ai drammi, come direbbe Brunori, diventa un antidoto contro la paura[2].
Per questo è giusto sostenere che l'arte debba confrontarsi con il mondo; meno lo è ritenere che ogni artista debba intervenire continuamente nell'attualità politica o aderire pubblicamente a determinate cause. Spesso conta più il come del cosa. Dalla canzone e dai suoi autori casomai si deve pretendere una coerenza che è rispetto. Rispetto per se stessa e rispetto per il pubblico. Recentemente Tosca ha realizzato un’entusiasmante versione - fra il corale e il tribale - de La canzone popolare di Ivano Fossati, brano che coglie bene questo aspetto[3]. Analogamente le riflessioni di cui le canzoni di De Gregori sono piene - storia e attualità, potere e guerra - non possono qualificarlo come un autore incline al disimpegno. Lo spettro social che si aggira per l’Europa - e per il mondo - non è altro che il simulacro di irrisolte inutilità, di cui si può fare a meno.
Note








































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