Rimozione e commemorazione, due facce di un Paese che non s'interroga
- Marcello Croce
- 2 giorni fa
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Antistoria dell'80° della Repubblica
di Marcello Croce

A fronte dell’intervento, misuratamente problematico e realistico di Alberto Scafella, la pagina dedicata da Marco Travaglini alla ricorrenza del 2 Giugno qui su “Portadivetro” mi sembra invece percorrere quella stessa retorica che si svolse in parallelo con la rimozione storica avvenuta negli anni del dopoguerra.
Lo scarso credito della politica, che oggi allontana soprattutto le giovani generazioni - e oggi lo ha sottolineato il presidente della Repubblica Mattarella - dalla partecipazione elettorale, può essere l’effetto a lungo termine dell’assenza, in Italia, di una discussione seria e profonda sul senso di tutta la nostra storia unitaria.
Ma qui di quale rimozione sto parlando? Cosa mancò alla parte recitativa che forze potenti ci avevano assegnato, a noi italiani? Ci si rassegnò a recitare un compromesso tranquillizzante. Non sono il primo a scriverlo.
L'occupazione anglo-americana
Il 2 giugno del 1946 l’Italia era un Paese occupato da eserciti stranieri, quelli stessi che lo avevano semidistrutto coi loro bombardamenti per cinque anni consecutivi.
Era un Paese sottoposto a un regime di occupazione militare, in attesa di un trattato di pace come séguito di una resa incondizionata, avvenuta tre anni prima, l’8 settembre del 1943, e dopo quattro anni di una guerra che era ormai entrata nel suolo della nostra penisola.
Era un Paese ancora lacerato dagli effetti di una guerra civile, che lo aveva insanguinato soprattutto nelle regioni del centro-nord, a partire da quell’8 settembre. Le nostre carceri il 2 giugno rigurgitavano di italiani perché ancora non era avvenuta la scarcerazione di massa decisa poi con l’amnistia che porta il nome di Togliatti.
Era un Paese il cui governo non era eletto dal popolo, come pure i precedenti governi costituiti per le decisioni delle Forze armate occupanti, quelle anglo-americane. Si trattava solo di un’amministrazione italiana che dipendeva dalla Allied Control Commission (Acc), emanazione dell’Allied Military Government (Amg).
In Italia, prima del 2 giugno del 1946, la popolazione non era più stata chiamata al voto dal remotissimo 1934, cioè dalle elezioni avvenute nella forma plebiscitaria delle leggi fasciste del 1928. Tra marzo e aprile del 1946 in qualche migliaio di comuni si erano tenute le elezioni amministrative.
Al voto del 2 giugno del 1946, che elesse anche i rappresentanti dell’Assemblea Costituente, restò inoltre esclusa una buona parte del Nord-est, rimasta ancora sotto l’autorità dell’Amg anglo-americano: la cosiddetta Zona A (l’intera Venezia Giulia compresa l’Istria e Fiume) e la Zona B occupata dagli jugoslavi.
I confini della nazione erano ancora privi di legittimazione, in attesa del trattato di pace
Come è noto, i lavori della Costituente si prolungarono fino all’intero 1947, e la nuova Costituzione (repubblicana, in seguito ai risultati del referendum) entrò in vigore solo all’inizio del 1948. Nel corso dei lavori delle commissioni – dunque – ci fu il colpo d’ascia finale sul nostro Paese, il trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947), ove Usa, Regno Unito, Unione Sovietica e altri diciassette Stati loro satellitari sancirono i termini annunciati nel documento armistiziale dell’8 settembre 1943, con relative decisioni punitive nei confronti del nostro Paese, considerato “aggressore”.
In altre parole: russi, inglesi e americani non riconobbero alcuna cesura storia fra l’Italia che aveva fatto la guerra e quella che aveva cambiato la sua Costituzione.
Pur riconoscendo il merito della “collaborazione” data nel corso della campagna militare alleata, i vincitori giudicarono il Paese sconfitto e soggetto a resa incondizionata. Fra i pochi fu Benedetto Croce dai banchi dell’Assemblea Costituente a smascherare la verità della sorte toccata al nostro Paese:
“Si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrar nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che lo riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé”.[1]
Condizionamenti e subalternità internazionale
L’Italia dunque usciva dalla guerra inglobata in una delle due sfere mondiali, quella anglo-americana, rinunciando forse per sempre ad alcuni attributi fondamentali della sovranità di uno Stato. La seconda guerra mondiale aveva mutato profondamente gli equilibri del mondo. E del resto, la divisione del mondo che era stata sancita a Jalta, in Italia aveva pur un riflesso nell’esistenza – sempre subordinata e vincolata alla potenza egemone, gli Stati Uniti – di una minoranza social-comunista che rifletteva l’equilibrio mondiale, durato fino al 1989.
L’Italia era uscita dal secondo conflitto mondiale (si faccia attenzione, era il secondo!) nella forma satellitare soggetta a una grande potenza egemone che l’aveva costretta o indotta alla resa incondizionata. Dei limiti oggettivi del ruolo e delle ambizioni politiche del Pci ci sarà in seguito la prova nel tormentato periodo del progettato “compromesso storico”.
E infine l’Italia, nazione unificata solamente novant’anni prima (1861) col concorso decisivo di due potenze europee (Francia e Gran Bretagna) e per l’ambizione di una monarchia originariamente di area francese (i Savoia), era stata altresì per tre lunghi anni teatro di una guerra civile.
La guerra civile aveva messo in discussione l’unità del Paese, non per sé stessa, ma per l’autorità che la rappresentava. La repubblica istituita da Mussolini e appoggiata dai tedeschi non era riconosciuta da quanti non vollero più continuare quella guerra già quasi perduta. D’altra parte, buona parte di quanti si opponevano a fascisti e tedeschi non si riconobbero nemmeno nella monarchia che per tutta la guerra civile si reggeva sull’autorità degli Alleati.
Cosa restò allora di tutto questo? L’amnistia che scarcerò fascisti e partigiani non ebbe solo un senso politico, ma ne ebbe anche uno simbolico. Essa annunciò la volontà di rimozione che probabilmente rappresentava il comune sentimento dominante. Non c’era posto per nessun tipo di trionfalismo, se non quello del lasciarsi tutto alle spalle. Sorse la volontà di dimenticare.
Perciò fu rimosso il vero senso della guerra civile, e quindi quello delle sue cause prossime e remote. Sul fascismo calò una sentenza senza giudizio, che rifletteva prima di tutto il punto di vista dei nuovi signori del mondo, anglo-americani e i sovietici, su questo concordi.
In Italia perciò non si fecero mai i conti con le verità storiche. La verità è brutta perché dice sempre quello che non si vuole che sia. Di qui, il fatto che l’invasione alleata della penisola finì con l’essere chiamata “liberazione” (com’era volontà degli invasori, ma con diverso significato).
La ricorrenza del 2 giugno dovrebbe sollevare dei quesiti, io credo, se volessimo cominciare a pensare davvero alla nostra storia. Col coraggio della verità, dopo ottant’anni carichi di insurrezionalismi, di trame di servizi segreti, di stragi, di terrorismo mafioso e politico, di processi a intere classi dirigenti, di corruzione finanziaria, di spadroneggianti e piraterie internazionali, di fughe dalle responsabilità verso i suoi cittadini: questo continua a restare dietro la facciata.
Note
[1] Intervento del 24 luglio 1947.













































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